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Giocando con le nuvole

“Regalo le mie parole a chi cerca, come me, solo illusioni. Vorrei dar voce ai miei pensieri che, nelle notti silenziose, cantano alla luna”: la dichiarazione d’intenti letterari scritta dalla poetessa trentina Olga Tamanini racchiude, in poche righe, alcune tra le parole chiave più rappresentative della sua opera. Nella copiosa produzione poetica qui raccolta, si percepisce un sentire delicato, come se una penna, in punta di piedi, volesse senza imposizioni entrare nel cuore del lettore. C’è la necessità di raccontare, donando tutto di sé, attraverso un modello autobiografico che, nello svelarsi, elargisce doni preziosi: “Vorrei…/ tuffarmi nelle nuvole arruffate / e seminare l’amore a tutto il mondo”. Il sentimento che riaffiora da ogni verso è sempre permeato dalle lacrime, ora tristi ora gioiose, dei ricordi, che diventano “gocce di rugiada / mescolate al sale della vita”. La rievocazione dei momenti felici, trascorsi con la persona amata, è incentrata sul tema dello sguardo, di una visione ‘oltre confine’ che racchiude la nostalgia del passato, e che a tratti può sembrare sfuocata, ma non cessa mai di essere viva. Vedere la pioggia cadere, dietro ai vetri, guardare ‘le ombre della notte’, o gli occhi dell’amato, evidenziano una vena romantica permanentemente presente in ogni verso del libro, che sfocia in parole tenere e di alta sensibilità (“…e io / ti guardo / alla luce / della sera / perché / i tuoi occhi / che volgono / al tramonto / hanno / la dolcezza / ed il calore / del sole”).

Il romanticismo è esaltato nel dialogo alternante con l’amica luna, che è spesso invocata e ri-evocata tra le righe, nei modi e nello stile leopardiano che tanto hanno reso alla nostra tradizione letteraria. L’astro più lucente a volte sorride, a volte è bugiarda, a volte è un bastone che consola, su cui posare le stanche membra dell’anima. “Camminerò / su un raggio di luna / i passi attutiti / dalla notte / leggeri / come volo di farfalla / ai confini / dell’amore”; “cerco la luna / per rischiarare / il punto nero / in fondo alla mia strada”. È come se le illusioni, il ricordo, la visione, l’emozione fossero raccolti nella luce del cielo, che di riflesso instilla nell’intelletto della Tamanini le parole più appropriate, più vere, in grado di dare voce alla sua espressione poetica.

Sullo sfondo, temi e paesaggi legati ad una Natura ‘di confine’, rappresentata a volte attraverso bellissime descrizioni: “Ho guardato / un campo di papaveri / sul confine Sloveno, / sembravano / creature indifese / ondeggiare incerte / al sole di Giugno”. Talvolta la personificazione è quasi dannunziana, evidenziata da un panismo che consola: “guarda laggiù la vecchia quercia, / la sua scorza / vibra di tenacia, / appòggiati a lei e / sarete un solo corpo”.

La sintesi stilistica dell’opera è riassunta nella scelta di strofe variabili, in numero e spazialità, disposte non sempre in modo compatto ma volutamente distonico, esaltando uno o più versi, per evidenziare il senso più profondo del pensiero. Un pensiero che si acqueta, e diventa silenzio, solo quando raggiunge le corde più intime del lettore.

Recensione
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