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I nove racconti pubblicati in questa raccolta di Fulvio Turtulici rappresentano, a mio avviso, nove piccole imbarcazioni che cercano di non affondare nel “mare color catrame” che dà appunto il titolo al libro. Nove piccole ma resistenti barchette che lanciano un grido disperato di aiuto, di paura, di rassegnazione: la vita d’ogni giorno, plasmata dal capitalismo, dalla globalizzazione, immersa nei vizi capitali ci sta facendo naufragare. La blasonata modernizzazione che uccide l’anima e a cui ormai guardiamo con un mesto sorriso, non si chiede più, davanti ad un essere umano, “chi?”, ma “cosa?”. Il meccanismo sfrenato delle carte Visa, in mano alla brama dei potenti, l’economia di un mercato che corre a 120 Km orari e che annienta l’esistenza, sembrano dimenticare lo scopo prefisso: arricchire il benessere dei cittadini. Ma come può accadere se la progettualità della povera gente comune sembra svanire piano piano come la luce di una piccola candela?

Nel primo e più significativo racconto che dà il via alla lettura (Una settimana) un operaio di fabbrica che passa la vita ad avvitare bulloni racconta con crudezza a realismo lo svolgimento della sua quotidianità. Sembra non domandarsi neppure dove il destino lo condurrà, cosa riserverà a lui e al suo amore di ragazza, cosa ne sarà dei loro sogni, che paiono un castello di carte: “Lei mi dice che siamo giovani, che tanta vita ci aspetta. Mi sorride, anch’io le sorrido. La vita bella è fatta di piccole cose: un gelato alla fragola, il bar del primo appuntamento. Basterebbe poco per essere felici. Una compagnia giusta, due occhi di cui potersi fidare e guardarci le stesse cose sperate […] E invece adesso è già buio e ripenso che domani sarò in fabbrica ad avvitare il solito bullone; e anche questo non so quanto durerà”.

L’atto d’accusa dello scrittore verso certe esplicitamente becere forme di potere passa anche attraverso il dramma delle prostitute e dei clandestini (La puttana e il soldato; Il mare color catrame), affronta il delicato tema della pena di morte (Condannato a morte), della prostrazione della Chiesa di fronte allo Stato (Senza titolo). Il tutto è affrontato a muso duro, senza mezzi termini, ma con la consapevolezza di schierarsi dalla parte di coloro che vengono spesso esclusi dalla società: i poveri, gli emarginati, le persone senza speranza, ma anche la gente che s’incontra ogni giorno al supermercato, e che fa fatica ad arrivare a fine mese. E il dilagare dei rifiuti che investono il mondo nel quale viviamo diventa l’unico responsabile del colore di un mare che non è più lo stesso da tanto, da troppo tempo (“Perché quando Michele aveva vent’anni non c’erano sulla costa di casa sua le ciminiere […] E neppure gli uomini venivano a naufragare sotto gli occhi di color che sulla riva ci vivono”). Un libro d’impatto, quello di Turtulici, da leggere per ricordare chi siamo.

Recensione
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