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Il tempo e la memoria

La silloge poetica di Pietro Nigro, già autore di intense e stilisticamente valide raccolte, si snoda nuovamente lungo filoni letterari a lui e a noi noti: il tempo, l’ “essere”, la memoria, l’amore. Originale è la comparazione, per ogni sezione, delle rime del poeta con testi di autori europei (Tjutčev, Vrchlický, Rilke, Hölderin), che impreziosiscono e forniscono al libro alternativi spunti di interpretazione.

Le poesie, qui selezionate da lavori precedenti, si dipanano, in una malinconia mai artefatta, lungo sentieri romantici, da atmosfere parigine d’altri tempi. Scrive Nigro: “la vita è sussurro di fronde/ come quelle che vedi là, al Luxembourg”. L’eterea consistenza di ore, attimi, minuti che scorrono, sempre più sfumati, “in nebbie di ricordi”, cerca solido appiglio a quell’amore che si aggrappa alla memoria. A volte, però, entrambe volano via: “ma disfa il tempo storie d’amore/ che lentamente si dissolvono/ in tremule chiazze d’ombra e di luce/ e non sarà più nostro il domani”. Talvolta, anche le immagini più lievi e belle scompaiono, senza tornare: “si è smarrito il sorriso dei tuoi vent’anni/ tra le rughe del tempo”. Le continue apostrofi alla persona amata sembrano quasi voler arrestare l’inevitabile processo, tentando vanamente di ancorare l’ “Io” a terra. Gli imperativi, le esortazioni, sono intense, estemporanee: “Scava nel mio cuore/ e vi troverai perle per te,/ scava nella mia mente/ e vi troverai pensieri sublimi/ per te”.

Una grande sensibilità emotiva, unita ad uno stile semplice e mai pedante, traspare dal pensiero e dalla penna dello scrittore siciliano, che però trova rifugio al vagare dei pensieri nell’attaccamento alle origini: “Se vuoi chiarezza/ non fissare la luce del sole/ cercala invece/ nella profondità delle tue radici/ oscure e forti figlie della verità”. La culla primordiale, il contatto con l’anima ed il cuore degli antenati è quasi il tramite per il fluire dei sentimenti più autentici. Forse, è l’unico modo per esprimerli in sincerità: “quanto t’amo dirti vorrei/ con la voce della mia terra/ arsa di sole, dal sapore di lava/ e passioni mai sopite assolate di giallo/ della sabbia del Sud”.

Scrive Guido Miano a proposito di Nigro: “Il suo è un canto aperto, nel senso che vi defluiscono, captate dalla vocazione a un’inestinguibile speranza, le istanze e le problematiche esistenziali dell’uomo moderno, con le sue inquietudini inappagate, la sua ricerca dolente dell’ubi consistam metasifico”. Significativa, in tal senso, la descrizione vivida e cocente della realtà giovanile: “E li vedo venire/ lontane immagini incerte/ di un me stesso ormai passato,/ e non sanno i loro pensieri futuri che già furono i miei./ E vanno in baldanza/ gli occhi fissi a sicure promesse/ mentre fugge la vita/ verso chimere d’esistenza./ Ma non ditegli che la vita/ ha languori di promesse non mantenute/ e pianti di impotenze umane”.

Parole che restano impresse nella mente del lettore, e che sono l’occasione per riassaporare la bravura, ormai consolidata, dell’autore. Tra le opere precedenti degne di menzione ricordiamo “Alfa e Omega” (1999), Riverberi e 9 canti parigini (2003), Canti d’amore (2011).

Recensione
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