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Il tuo corpo elettrico

“Come s’inebria di piacere la mia mano / palpando il tuo elettrico corpo / con le dita che tranquille ti accarezzano / la testa e il dorso elastico!”. Il vortice poetico di Charles Baudelaire diventa, per l’occasione, pretesto letterario della nuova raccolta di poesie della poliedrica scrittrice Leda Palma, che sceglie un’immagine incisiva e pregnante –quella del corpo elettrico- per dar titolo e vita alle sue deliziose dichiarazioni d’amore. Sono infatti versi permeati da un profondo e quasi sacrale sentimento di stima ed affetto per i suoi diciannove gatti, quelli che si incontrano in una silloge molto originale e dotata di rara tenerezza. Qui ogni componimento diventa un’apostrofe accorata ai suoi animali, introdotta da bellissimi aforismi in tema. Leda Palma racconta episodi, talvolta tristi e toccanti, che riguardano la vita dei tanti felini, descrivendo in maniera dettagliata alcuni loro particolari fisici, che diventano quasi, alla lettura, brevi pennellate d’autore. Come quando racconta di Haiku (“mentre ti ammiro gli occhi spremuti / di mandorla orientale / al giallo esploso di un limone”), di Malik (“un pelo indossi di / vuote ossa scomposto”) o di Spina (“l’audacia è amore nello sguardo / di verde autunnale / quando mi chiedi ancora / di continuare la fiaba / di sognare). Macchie impressionistiche, accompagnate da racconti in versi spesso segnati da un dolore quasi carnale, come nella meravigliosa poesia dedicata al suo Marx, in cui rievoca la fredda luce dello strazio per chi la sta abbandonando: “Sono qui costernata / a bagnare di pianto / il fuoco del tuo manto”. Lamenti sottili, che diventano ferite sull’anima: così è stato per Mirta, costretta con la sua ‘lingua stanca’ ad accudire i suoi cuccioli volati via troppo presto. Eppure, anche da quel lamento può sorgere, inaspettata, la certezza dell’esistenza, dell’essere ‘qui e ora’: “Un’estate udii / il tuo pianto in fondo all’orto / mi accorsi allora della mia vita viva / del mio giusto respiro”. Tutto è consacrato all’amore, persino la sofferenza.

Tra le righe, affettuose e toccanti, un forte senso di spiritualità, quasi una riflessione, seppur blanda, sul senso del Divino. Ninfa, in grado di “tornare al tempo / di Dio”, Teresina, che ‘tende verso l’alto’ insieme all’autrice, Horus, che ‘porta le sembianza del dio’, Ipazia, che siede in un angolo tranquillo “quando / al cielo è rivolto / ogni atto di parola”. I compagni di avventure diventano per chi scrive approdo di salvezza contro le asperità del presente. Ed è una sorta di scontro con il memento mori quello che accompagna l’ultima poesia, dedicata nuovamente all’adorato Beniamino: “nero gatto ricordami / di non morire”, afferma la poetessa in uno spettacolare enjambement.

Una commistione di anime, un filo rosso che unisce la scrittura all’arte universale dell’artista Giorgio Celiberti, illustratore dell’opera attraverso i suoi disegni eleganti, essenziali, dai tratti sobri e puliti, intervallati dalle sue maestose terrecotte. Quasi una dicotomia tra lievità ed imponenza, doti che ben si accordano con i caratteri felini e con lo spirito dell’opera. A corollario, la citazione di Bruce Schimmel che è più incline a tratteggiare il senso letterario della raccolta: “Questi piccoli mendicanti coperti di pelo sono in realtà pozzi profondi, tanto profondi, in cui noi gettiamo tutte le nostre emozioni”.

Recensione
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