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La forma della coscienza

“La grande paura era di fermarmi e forse fu questa paura che mi fece trovare un modo di scrivere, sembra, abbastanza nuovo”: la lapidaria affermazione di Giuseppe Berto, posta in appendice a  Il male oscuro, l’opera più nota e indubbiamente controversa della sua produzione, denota con precisione la principale caratteristica dello stile dell’autore, quel linguaggio così insolito ed originale che ha reso il suo lavoro un vero “cantiere in corso” dello stile moderno. Ed è proprio sulle labirintiche forme della sua parola che la siciliana Paola Dottore ha incentrato questo interessante saggio, che esplora in modo pertinente e puntuale il caleidoscopio lessicale e sintattico di un autore purtroppo non meritatamente consacrato dalla critica letteraria del suo tempo.

Dall’uso particolare della punteggiatura, estremamente funzionale al significato, passando attraverso l’originale impiego di quella sintassi associativa che “unisce la soggettività con l’oggettività”, la studiosa descrive, attraverso glosse e numerose citazioni, il coraggio di uno scrittore che trasmigra nella sua produzione quel malessere così intimo e cupo, diventato nel tempo un compagno di vita. Ed è il coraggio di un uomo “che non si arrende ma persevera nella ricerca di una voce che gli dia pace e serenità […] È l’uomo di oggi che spesso sente in bocca un’amarezza che potrebbe trasformarsi in veleno se egli non riscopre la dolcezza dell’anima che guarda l’orizzonte”. Il tentativo, predominante della sua opera, di scavo nei meandri psicanalitici torva riscontro in quello stream of consciousness di cui, come afferma la Dottore, Berto fu il pioniere italiano.

Approfondita e ben argomentata anche la sezione di studi sul lessico dello scrittore, che nello studio di  regionalismi, forestierismi e tecnicismi tratti dai vari linguaggi (chimica, medicina, psicologia), registra l’intento primario dello scrittore, quel “tormentoso piacere di permettere ai pensieri di cercarsi a lungo le parole più appropriate”.

All’autrice dunque, va il merito di aver dato vita ad una trattazione inedita dell’opera di Giuseppe Berto di cui non esistono versioni, e di aver esplorato il suo stile in un’ottica molto interessante, dando estrema attenzione al particolare rapporto tra significante e significato, tra vita e letteratura, tra io narrante e scrittore. Un legame stretto, testimone di quanto, a cinquant’anni dalla pubblicazione de Il male oscuro, questo romanzo susciti ancora quasi un timore di “parlare di fatti così delicati e intimi come l’ansia di Dio che prova chi crede alla sua inesistenza, o problemi legati alle fobie e alla mancanza di realizzazione umana”.

Recensione
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