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La Sirena

L'originale, assordante e dissacrante poemetto di Antonietta Benagiano catapulta il lettore tra le miserie e le atrocità di una guerra senza mittente, né destinazione. Taranto, secondo conflitto mondiale: la piccola Ninì guarda la crudeltà e l'ignavia di bombe stupefacenti dall'oblò della sua dolce ingenuità. È costretta, suo malgrado, a cavarsela da sola: "la bimba Ninì da sé s'è vestita / il cappottino infila / scarpette ha malandate / scomparso il suo numero". Tutto intorno, follia, terrore, Sirene di ammaliante personificazione che annunciano tragedie. "Kaboomkaboomkaboom...": le deliranti onomatopee serpeggiano tra i versi, squarciano il cuore e la mente di un'infanzia perduta, che deve purtroppo e solo tacere. "Zittite, bimbi! Zittite!" si sente gridare. Così, dal nulla, l'unica difesa alla crudeltà dell'inevitabile è il sogno. La poesia. Il rifugio. L'attesa. Non ultimo, il ricordo.

È su questo tasto letterario che la poetica dell'autrice si innalza verso il limite massimo, donandoci perle tenere e squarci di serenità che, per un attimo, consentono altri oblii. Ecco che appaiono flash di mondi e giochi lontani: "Tre Alici a Ninì / apre Mario la piccola mano / molecole di mare...". Fino a che, la rievocazione di una Normalità come si può (titolo della seconda tra le tre sezioni) scalda il cuore attraverso immagini lucenti d'amore paterno. "Alta Ninì sulle spalle del padre / il Mar Grande silenziosa guarda / nell'acqua il cielo infinito / di luce abbagliante tremolio": l'orrore sembra rimanere in pausa, regalando spiragli di quiete. Solo il sogno può aprire alla pace, a quell'illusione in cui "infiniti sfavillano universi / sferici mondi".

In Bombe da opposti fronti la riflessione diventa storico-filosofica, e l'autrice medita sulle scarse capacità di comprensione dell'uomo, posto di fronte ad un baratro in cui sceglie di cadere. "Muore per sempre la guerra / se l'uomo un poco medita / ma sua natura nega / ciascun contro l'altro lotta / a se stesso fa la guerra". Come scrive, lucidamente, Geo Vasile nella nota critica in epilogo, "l'esperienza della guerra è uno stimolo all'interrogazione poetica. L'uomo nell'orrore e nella distruzione torna a essere ciò che è per natura, una somma di bisogni primordiali". Nel conflitto si trova un se stesso che deve, necessariamente, superare i confini. La pace è l'unica finestra che consente di tornare alla vita.

Scrittura futuristica, travolgente e di grande impatto, quella dell'autrice, in cui la nota autobiografica è rivelata con forza nell'uso di una parola pura, spesso composta da sostantivi che dimenticano l'arredo verbale. E il correlativo oggettivo diventa predominante. La drammaticità del libro è ulteriormente impreziosita dalla versione inglese (The Siren) curata da Maria Stella Maniglia, che conferisce maggiore incisività a lessico e punteggiatura, veri protagonisti letterari del libro.

Recensione
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