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Le immagini dell’aria

Versi leggeri come piume, incastonati in malinconici pensieri sempre rarefatti, quasi mai terreni: questa è l’essenza dell’opera poetica di Giuliana Piovesan, che, come sottolinea Paolo Ruffilli nella prefazione, si muove su “tre livelli: l’immagine del passato, il riconoscimento d’amore e la ricomposta testimonianza del presente. Ciò che fu è il tempo ermetico del non detto, talvolta del non vissuto: “e piangere come potremo / per una storia che non è stata mai / - fogli in risma extra strong, / neppure dall’involucro mai tolti. […] mai il delicato fruscio / in un voltare di pagina, / né il segreto in una piccola piega”. Serpeggia tra le parole una luce romantica sempre tenue, di albe o di tramonti spesso solo immaginati. L’amore sembra un lampo ormai svanito, fotografato con rassegnata malinconia: “siamo alla fine pronti: tu a partire, / ed io a restare. Sola ritorno al tempo, / che insieme abbiamo attraversato / e non so che fare / (svagata accarezzo le balze del mio abito…) / E non so che fare senza di te”. Il climax della perdita si fa però sempre più triste (“stringo quel pianto così fioco e tenero/ come quando, come se, come mai più”), sebbene il dolore riesca a volte ad essere dirompente (“fulmineo come un artiglio/ mi aggredisce il tuo non ricordo”).

Nonostante le infinite negazioni e le meste nostalgie, alcune sezioni del libro regalano sprazzi di fulgido colore, scatti familiari, che si possono riconoscere come intimi, nella memoria: “una fotografia di te ventenne / - scattata pensa appena ieri, / sta sul filo a due mollette appesa. / Un ragazzo un po' spavaldo, / come in realtà tu ancora sei / - andatura sciolta, camicia al vento…”. Emergono atmosfere oniriche che si nutrono di assenze, di incontri solo immaginati, di momenti metafisici che assumono un senso metaforico di solitudine, di un nulla reale che diventa tutto, ma solo nella poesia. Si cita De Chirico, la sensazione di sospensione che molti suoi quadri trasmettono all’osservatore, declinata in immagini essenziali (“pareti bianche e vuoto tutto intorno / - una sedia trascinata da un filo…”). Sull’onda del surreale, si scivola in attimi magici che ricordano la prosa di Buzzati, come nella poesia La cabina telefonica: “cento passi io li dovevo pur fare / per arrivare alla cabina d’angolo / - ma chi dovevo chiamare…e il motivo (?)”.

È dunque, quella dell’autrice laziale ma padovana d’adozione, un’impronta di scrittura delicata, sempre appena accennata, mai sopra le righe, capace, tra l’altro, di delineare parole non solo sentimentali e dense di senso, ma anche esteticamente significative. Ne è un esempio L’abito rosso, che quasi ricorda antichi dipinti ottocenteschi: “lungo la linea dell’abito rosso / molle scivolava il ventaglio nero / l’antico tondo trasudava vita / nello smalto che la racchiudeva / incisa a filo dell’orlo floreale / la dedica ancora si leggeva / “zefiro di rugiada il prato bagna”.

Recensione
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