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Le radici dell’albero caduto

La poetica di Gianni Calamassi è un inno alla potenza letteraria e vitale del paesaggio, che accompagna l’esistenza del singolo individuo, talvolta personificando la sua ricerca di Verità. Prolisse ed articolate risultano le descrizioni di stagioni, atmosfere e scorci di luoghi vissuti, che non fungono mai da sfondo decorativo, diventando compartecipi di dubbi e domande. Talvolta, le apostrofi si fanno necessarie, incalzanti: “Oh stelle liberatemi dal tormento / di cercare qual è la verità, / per amore dei morti e dei viventi / cacciate quest’ansia sottile d’ignoto, / sbarrate la vena potente dell’ora / sconosciuta, che scivola lenta / nel limpido cielo di cristallo”.

Una vena triste e malinconica pervade versi abbarbicati spesso ai ricordi. Le foglie morte di Prevert fanno capolino tra i pensieri, sollevando immagini decadenti: “ricordo centinaia di frasi inutili / flaccide e superflue quando dal / cielo ostile una pioggia granulosa / cadeva in strisce oblique su di noi”.

Il mondo, “magma uniforme e sconosciuto”, non sembra più nitido. Il passato diventa “vitalmente morituro”, in un ossimoro che indica forte senso di smarrimento. Nel cuore, l’ansia di “esserci”, svelare i sogni che si hanno nell’anima, “prima dell’abbandono”. Ognuno è alla ricerca del suo sentiero, della possibilità di lasciare un’orma della sua presenza: “queste son le radici / dell’albero caduto un dì lontano”.

Nelle rime di Calamassi l’onda emotiva non è eccessivamente sviluppata, causa l’utilizzo spesso carente della punteggiatura e qualche ridondanza. Ciò che è intimamente significativo è il ricordo: “questo rimane nella mia memoria: / malinconici fili del passato / ricordi che nonostante / le inquiete meditazioni, / svuotano la mente, / rendendola di echi / un deserto di voci frantumate”.

Numerose sono le antologie poetiche pubblicate dall’autore fiorentino, tra le quali ricordiamo: “Soglie” (Limina Mentis 2016); “Nostalgia di Itaca” (Limina Mentis 2015); “Chorastikà” (Limina Mentis 2015); “XXV Bail in” (Limina Mentis 2016).

Recensione
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