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Another day, another death/ Another sorrow, another breath/ No remorse, no repent (Un altro giorno, un’altra morte | Un altro dolore, un altro respiro | Nessun rimorso, nessun pentimento): i versi, pietrosi, tratti dal primo album dei Metallica, rappresentano l’epigrafe che Andrea Monaco, autore friulano, classe ’70, ha scelto come simbolo di una storia particolare ed agghiacciante nella sua attualità. E’ il racconto di un padre, in agonia e smarrimento per la morte di una figlia strappata via da una pastiglia di ecstasy, e della sua personale vendetta. L’uomo, negando valore alle istituzioni, decide di dare inizio ad un’azione punitiva nei confronti del pusher marocchino reo di aver ucciso la sua bambina. E lo fa con l’aiuto di Hetfield, misterioso alter ego che alberga nel suo animo, e che accompagnerà il protagonista durante il suo percorso di follia omicida.

Il primo, istintivo gesto di violenza si rivelerà infatti solo un pretesto per mettere in atto una vera carneficina, il cui obiettivo sarà l’estraneo, il diverso, l’alienum considerato dal protagonista relitto della società. Da anonimo giustiziere, grazie ad armi fisiche e verbali, un apparentemente tranquillo consulente del Nord Est scatenerà dunque una scia di sangue ed odio, a cui faranno da sfondo le note, terribili e stridenti, di alcune fra le più note canzoni metal. Fino ad arrivare ad un finale che lascia il lettore indubbiamente perplesso…

Andando al di là della trama, il vero significato di un libro, interamente scritto in prima persona, è tutto nei suoi profondi e sconvolgenti monologhi. L’autore infatti, prendendo spunto dall’intenzione cronachistica, fonda la struttura dell’opera su continue riflessioni sulla vita politica, sociale e culturale del nostro paese, insistendo molto nel definire artificiale ed ipocrita la realtà in cui viviamo, composta di surrogati ed affetta dall’epidemia della globalizzazione (“Vado a farmi un giro in centro. I palazzi sono diversi, le strade sono diverse, le piazze sono diverse, ma i negozi sono gli stessi, gli sconti sono gli stessi, la gente è sempre la stessa. Codificata. Manca solo che ci tatuino il codice a barre”). Il linguaggio è aspro ed incisivo, quasi singhiozzante. Le citazioni sono frequenti, il tono sempre al di sopra delle righe. Ed è come se davvero, sulle pagine, pendesse la croce di cui ci parla l’autore: “C’è sempre una croce! C’è sempre stata e sempre ci sarà. Dipende solo da te però se vuoi essere uno spettatore, un legionario che pianta i chiodi, o il delinquente che si è meritato la pena suprema”.

La citazione iniziale, del filosofo Nietzsche, (“…una cosa sono Io un’altra i miei scritti”) lascia spazio alla riflessione su una probabile interpretazione provocatoria, che comunque non svela il pensiero di chi scrive, nascosto dietro alla sua penna.
Recensione
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