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Pietre

Pino Soriano, nella postfazione all’opera di indagine sociale che la raccolta Pietre rappresenta, così scrive a proposito dell’autore lucano: “Giovanni Di Lena alla fine la rivoluzione non l’ha fatta, ma non l’ha neppure mai tradita. E non l’ha tradita perché, per così dire, non si è venduto”. Le poesie, ruvide ed essenziali nella critica, lancinante, all’ipocrisia e alla disuguaglianza che dominano il mondo moderno, rispecchiano a pieno la citazione. Di Lena non risparmia, attraverso una verve letteraria calzante e per nulla retorica, giudizi sull’operato politico del suo paese natio, quel “suolo lucano” in cui “le promesse bruciano ancora”. Parole chiave sono povertà, paura, “un senso di resa”, “una sporca rassegnazione” che sembrano avvolgere la gente del posto, persa nei meandri di contrada Recisa, a Bucaletto, a Erice.

Scrive il poeta: “negli occhi lucidi della gente / rivedo il bambino che ero io”; o ancora: “la differenza è sempre nel sangue: c’è quello versato per gli altri / e c’è quello succhiato dai vampiri”. Senza mezzi termini, l’autore denuncia la precarietà operaia, il malfunzionamento dei servizi, la voglia di cambiamento che sembra vera solo in apparenza ma viene poi soppressa dal qualunquismo dilagante.

Nella poesia Nastro trasportatore Di Lena racconta di un immaginario incontro con il Salvatore, al quale non avrebbe remore nel mostrare la nuda realtà, così come nude e vuote risulterebbero le sue mani nell’accoglierlo in questa valle di dolore. Vi si legge: “Se Cristo venisse a trovarmi / Lo accompagnerei nella nuova Babele, / dove l’ipocrita colata di parole / confonde gli animi / e / offende la memoria”.

Una particolarità di questa raccolta è la veste grafica esteticamente avvincente. I titoli delle poesie, in raffinato carattere corsivo, sono separati dal testo per mezzo di un ampio spazio vuoto, che rappresenta quasi una pausa, un modo di trattenere il fiato prima di immergersi nella gravità di parole che non lasciano scampo alla coscienza. Per concludere con un’amara rivelazione, che è un po’ il senso dell’intero lavoro: “muri di cemento armato sono caduti, / ponti d’acciaio si sono costruiti, / abbiamo dimenticato, però, / di saldare l’uguaglianza”. Completa il libro un bellissimo acquarello di Pietro Martino: negli occhi di un ragazzo, nell’atto di lanciare una pietra, si leggono stupore, rabbia e indignazione verso un panorama tragico, spettrale, senza speranza.

Recensione
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