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Una sfrenata passione per
l’enigmistica, i giochi di parole, gli anagrammi e i “cruciavverba” ha portato
il giovane autore ferrarese alla creazione di una strana raccolta di racconti,
dal titolo quanto mai enigmatico (tanto per restare in tema). Credo sia
necessario affidarsi alla sua “entroduzione” per spiegare il fine di siffatto
lavoro letterario: “Ogni giorno si potrebbe avere come unica lingua una fusione
di parole di diverse lingue compresi i modi di dire, un vero caos dove ognuno
non capirebbe a modo suo, ma per lo meno non ci si annoierebbe mai e poi mai.
[…] Io mi sono preso questa libertà. Era molto che volevo scrivere qualcosa,
perché ci sono in giro persone che con la loro dialettica precisina ed altisuono
esagerano di brutto e ci pestano alla grande con parole più grandi di loro. […]
Penso che troppe regole grammaticose rendono i ragionamenti troppo schematici,
competitivi e poco coinvolgenti, ed è per questo motivo quindi, che se proprio
deve essere una gara, allora per me vince chi perde”.
Pregnolato dunque si affida alle
illimitate risorse che il lessico della nostra lingua mette a sua disposizione,
per stravolgere il significato della scrittura e la sua espressione prettamente
grafica. In “lotta”, si spera ironicamente, con l’altisonanza di certi
accademici, egli inventa un nuovo modus scribendi basato essenzialmente
sul non senso e su una quantità abnorme di neologismi, sparsi a caso tra le
pagine.
Il risultato di tale sommario
d’intenti è una serie di brani che risultano (forse volutamente?) assolutamente
incomprensibili. Ma ciò che più colpisce la mente del lettore è il fatto che,
una volta concluso il brano di turno, esso scompare frettolosamente dalla
memoria, lasciando il vuoto. E’ un vuoto abbastanza sterile, dove non sembra vi
sia spazio per alcun tipo di riflessione o venatura d’emozione. Semplicemente,
un salto ad ostacoli linguistico dove è arduo tenere le fila del discorso, e a
volte bisogna ricominciare da capo. Fanno eccezione il racconto che apre il
libro (Il controsenso del barbaro Harry) tra l’altro deliziosamente
illustrato in copertina, ed alcuni versi di poesie che fanno capolino tra una
storia e l’altra, come quelli contenuti ne Un sacco di idee da abbandonare.
La sequela, a suo modo divertente, delle strane azioni in elenco, è perlomeno un
modo per scacciare via l’apatia: “Parlare al muro/ Parlare ad un mulo/ Parlare
in un molo (se non c’è nessuno)/ Cercare pesche su un melo/ Voler imparare il
latino a scuola di danza/ Costruirsi una casa di ghiaccio in Etiopia”.
Indubbiamente l’idea di base è
entusiasmante, considerando che il vero compito dello scrittore è la creazione
di mondi nuovi ed originali, tradotti in un linguaggio che dia vita a ciò che si
scrive. Ma è anche fondamentale che, fra lettore e scrittore, si crei quella
comunione di emozioni così intima e speciale che è alla base di ciascuna valida
opera letteraria. Può essere una semplicissimo trait d’union, non
automaticamente legato a chissà quali magnifiche trasmissioni di valori, né
inevitabilmente associato a profonde riflessioni. Indispensabile, però, è la
coerenza e la chiarezza su ciò che si vuole trasmettere. L’autore può aver
aperto una strada che però non è riuscito a calcare fino in fondo. Ci auguriamo
che le sue prossime pubblicazioni possano trascinare i suoi stravolgimenti
lessicali su di un sentiero sì surreale, ma dotato di maggiore organicità.
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Recensione |
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Vince chi perde
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narrativa
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| Autori |
| • | Manuele Pregnolato |
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Edizione:
Nuovi Autori
Milano 2009 |
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| pp. 80 |
| prezzo: € 10,00 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Literary nr.8/2010
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