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Voci di confine

“Siamo il nostro mistero che la ragione non comprende...il senso nascosto che ci ricollega al nostro giusto”: negazione ermetica dell'essere, la poesia di Balzan, che in tali versi posti a sigillo dell'opera ne esprime l'essenza più intima e veritiera. Tramite strofe strettamente inter-connesse in una rete lessicale e contenutistica ben definita, l'autore ci conduce alla ricerca dell'etica di un corpo che sfugge a se stesso, estraniandosi nel nulla assoluto (“Questo corpo ha/ tutta l'aria di/ uno straniero che vuole impadronirsi della mia presenza”). Neppure la Morte, fedele serva dell'anima, riesce a districare quel 'filo montaliano che non tiene', “perché nel momento in cui credi/ d'osservarla...ti ha/ già persa e dimenticata...”.

È sul valico della dicotomia tra la Vita, “strana recita” da insaporire, e l'Epilogo, dove “l'orizzonte chiude il suo cerchio”, che si gioca la dialettica delle rime, anelanti in modo prolisso, astratto e vorace, al superamento di un limite che “vuol essere trasceso/ travalicato/ spiritualizzato...”. Ma l'impresa sembra fallire. I continui puntini di sospensione, vero leitmotiv del libello, mettono a nudo la crisi intellettuale del poeta, portavoce di una “povera parola denudata/ del falso e del vero”, incapace e inerme di fronte alla descrizione della perdita di identità. Dunque, nulla è, neppure è la maschera pirandelliana, a colmare il vuoto dell’ombra che ci sorregge: “qual è la faccia della/ mia verità?...[…]la faccia con la quale/ vivere e…con la quale/ poter serenamente morire?!”.

Nonostante tutto, la ricerca prolissa del senso non implode, e l’attesa (vana) di un resoconto che dia certezze è sempre lì, a portata di mente: “ognuno aspetta/ l’essere che non è…che/ l’incerto diventi sicuro…”. Siamo nudi interiormente, oltre la pura collocazione spazio-tempo nella quale l’ “ipseità cosciente” non esce dal labirinto della sua circolarità: “spazio e tempo…/tempo e spazio…/ dove l’angolo di confine?”. Queste voci, lì sul limitare dei dubbi, offrono al lettore spunti forse eccessivamente nichilisti, ma tesi a percepire la labilità dell’Io, la mancata concretezza che però permette di trascinare “un’illusione oltre le/ Colonne d’Ercole”.

Balzan deborda nell’utilizzo di una punteggiatura forse troppo marcata, ma chiarisce ed approfondisce temi filosofici universali, alla portata dei più. E cita, in chiusura, Pessoa: “la coscienza dell’incoscienza della vita è il maggior martirio imposto all’intelligenza”.

Recensione
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