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La confidente del Vate.
Prossimo alla morte, il poeta trovò nella sua infermiera una consolazione affettuosa

Che può mai essere il riposo per un guerriero come D’Annunzio? Meditazione, contemplazione, nostalgia, malinconia, non c’è dubbio: ma anche mai sopita sensualità. Un esilio volontario, costruito su uno sfarzoso cumulo di memorie; ma anche la dimora filosofale di un Principe della Parola, meta di ininterrotti pellegrinaggi di ammiratori ardenti di devozione, di dame in amore, di potenti che non escludono un improvviso colpo d’ala di chi non può obliare il suo ruolo di protagonista.

D’Annunzio al Vittoriale: un «vecchio guercio tentennone» e «senza denti», ma tutt’altro che una mummia. È vero: nel ‘22, alla ribalta della storia, non c’è più l’Immaginifico che qualche anno prima, a Fiume, unico tra i poeti di tutti i tempi, come avrebbe detto Pound, era riuscito a conquistare una città; si va adesso facendo avanti, e tra gli applausi, un giovane agitatore della politica, che mescola baldanza, irruenza e spregiudicatezza a un sottile fiuto nel giudicare gli uomini e a un indiscutibile talento nel saper suscitare entusiasmo afferrando al volo umori, imperativi, parole d’ordine e miti d’azione. Amico e rivale di D’Annunzio, Benito Mussolini ha letto Nietzsche come lui e da tutti gli irrazionalismi si è lasciato affascinare; ma è stato anche alla dura scuola di realismo e di concretezza della Voce, e sa che, per governare, il Superuomo deve andare a lezione da Machiavelli. D’Annunzio, comunque, non è né uno sconfitto né un sopravvissuto: e come potrebbe esserlo se continua a creare – anzi, se addirittura si rinnova, di sé intuendo, vene segrete, come nelle Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire -, se non la smette di essere un instancabile collezionista di cuori femminili (ma non è un uomo arido; ad ogni donna dona qualcosa; di ogni donna sa valorizzare qualcosa che neppur lei sospettava); se è capace di piegare la testa di fronte al mistero del Sacro, non nascondendo commossi palpiti – che sarebbe errato definire unicamente estetizzanti – dinnanzi alla affettuosa pietas dei francescani. È da tempo che D’Annunzio non fa mistero della profonda fascinazione che gli viene dai Fioretti e dal Cantico delle creature: e se la panica sensualità in cui gli piace immergersi – pensiamo alle poesie dell’Alcyone e in particolar modo alla Pioggia nel pineto – appare assai lontana dal misticismo cristiano, pure è innegabile che la magnificenza dannunziana, quella ebbra dovizia che neppure l’estasi riesce a placare, può trovare requie e consolazione nell’opposto: l’umiltà candida e intenerita, l’arrendevolezza del sorridente abbandono a Dio. La convulsione dionisiaca – e non solo per l’intimo compiacimento di una nuova sensazione – trova un attimo di tregua, bussando al convento dei frati di Barbarano di Salò per una visita improvvisa il 3 agosto 1937. Evento importante: e ce lo racconta in tutti i suoi retroscena, e dando spazio al colore di cui si caricò e alle molte ipotesi che fece nascere, Francesco Di Ciaccia in D’Annunzio e le donne al Vittoriale (presentazione di Pietro Gibellini, Terziaria, pp. 222, L. 30.000). Irnportante, abbiamo detto: e perché un D’Annunzio ormai in limine vitae – sarebbe morto il primo marzo dell’anno successivo – seppe colpire la fantasia degli stupiti e affaccendati fraticelli, quasi che la sua capacità seduttiva fosse rimasta intatta; e perché al convento, Giuditta Franzoni, infermiera privata del Vate, avrebbe poi fatto dono delle lettere a lei inviate dal Poeta tra il ‘22 e il ‘38: una corrispondenza finora inedita che il Di Ciaccia offre all’attenzione del lettore, supportata da un accurato impianto filologico e da adeguati commenti storico-biografici. No, Giuditta Franzoni non entra nel novero delle appassionate amanti dannunziane: fedelissima e devotissima al Comandante, da lei addirittura venerato, ne ebbe in cambio, come scrive Pietro Gibellini, «un affetto casto – sentimento raro nel poeta, in cui l’avanzare dell’età non attenuava l’ossessiva propensione a crearsi un harem -, espresso in toni che si direbbero francescani». Non poteva, però, dirsi propriamente francescana la complicità che legava Giuditta al suo benevolo padrone: era, sì, un’infermiera sollecita e premurosa, capace di sopportare sfoghi, lamentazioni e miserie di un uomo malato, confortandolo col caldo affetto di una sorella; ma era anche una confidente, e della razza di quelle che non tradiscono. Raccogliendo gli ordini di servizio del Poeta, raccoglieva anche ben diversi messaggi: e doveva far fronte a raccomandazioni e richieste per quella o quell’altra mediazione tra Gabriele/Gabriel/Ariel e amanti occasionali oppure un po’ più ostiche ad esser congedate. Come Lina R., che si era infatuata di D’Annunzio sui banchi di scuola ed era talmente bella che il poeta «si intratteneva con lei per mirare estasiato il suo corpo, ornandolo a volte di fiori».

Di Lina leggiamo missive ardenti e via via sempre più desolate: «(…) mi sento tanto piccola e una povera cosa, che non ha più forza, né volontà, e che è nelle tue mani.

Ho paura che tu m’abbandoni, e mi sento disperatamente sola, non sono calma, mi pare che tutto crolli intorno a me, e tutto finisca, senza un ricordo. Mi inginocchio davanti a te, e imploro il tuo perdono, e piango».

Il Bel Farfallone Amoroso a cui la lettera è diretta – e Giuditta continuava a far da complice, convinta che fosse «cosa virtuosissima il fatto che le donne concupite si sottomettessero con umiltà e docilità ai voleri di lui» – ha settantadue anni, è onesto di fama e di gloria, vive in una casa che è già un monumento, ben presto anche lui lo sarà, inattaccabile dal tempo e dall’invidia degli uomini, privi - ahimé! - di una Lina, bellissima e in trepida adorazione, e di una Giuditta, strenua consolatrice di un Dioniso in saio francescano, tentato di morire ma innamorato della vita.
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