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Un canzoniere d’amore intenso e doloroso, può definirsi l’ultima raccolta di Umberto Piersanti :L’albero delle nebbie. In questo libro si assiste ad un’accentuazione, direi quasi un coagulo lento, ma inesorabile, di quelle che già erano le tematiche presenti nelle precedenti opere.
Non vi è più, come ne I luoghi persi, la ricerca dell’attimo perfetto, vissuto assieme ad una donna tra la natura, l’attimo perfetto forse è svanito per sempre o forse resiste, anzi, è più vivo che mai e sorprende il poeta quando il suo sguardo si posa su di un fiore: “i ciclamini corrono con l’acqua, | fitti sotto le foglie già un po’ gialle, | e lui s’alza, | li segue | è la sua strada”, o quando il ricordo torna incessante alla perduta casa, alle figure dolci e tenere dell’infanzia: “di lì viene la madre, | la veste chiara l’uva | non macchia e scolora, | tra le margherite passa | luminosa”. Forse ultimo rapsodo della sua terra, le dolci ed aspre Cesane, Umberto Piersanti, in quest’ultima raccolta, assieme al mito naturalistico e a quello culturale di una civiltà contadina ormai perduta, contamina il racconto con vicende legate alla seconda guerra mondiale, vissuta nella primissima infanzia e soprattutto nei racconti dei grandi. Scrive in Una primavera lontana: “dove tu vai tenente | non crescono le viole | non corre l’erba, | solo s’alza la sabbia | e tira il vento, anche il fuoco | t’aspetta nel deserto”. L’hortus conclusus del poeta, il suo mondo animato di figure mitizzate dalla memoria e dall’amore s’arricchisce, quindi , in qualche misura si compenetra con la storia, con la realtà. I luoghi cantati dall’autore non sono solo quelli delle Cesane, ne L’albero delle nebbie, entra a farne parte consistente il mare, i suoi spazi infiniti, lo sciabordio continuo delle onde. Una lontana eco della poesia greca arcaica, già peraltro presente nei romanzi dell’autore, si riascolta nella lirica Fine estate, dedicata a Serena, una giovane ragazza: “ma tu che ti rovesci | dentro l’onda | ricordi la fanciulla dell’Egeo, | lei con la spuma gioca | in mezzo alle acque | ed il vecchio poeta sulla rena | calda, le tempie scioglie | e le ginocchia, | la brama e l’invoca, | eros è il dio | che, mai, in nessun’età | ti rasserena”. La poesia piersantiana non è aliena dal dolore, “dal sentimento di una perdita”, come ebbe a scrivere Giovanni Tesio, anzi è riscontrabile, a mio avviso, in quest’ultima raccolta dell’autore, un accentuato senso, quasi pascoliano, d’orfanezza. Il poeta sa d’aver perduto per sempre la sua casa, l’unica vera, quella della sua infanzia. Inutilmente negli anni ha cercato di ricostruirne un’altra: “adesso giro solo | tra strade e campi, | solo un tempo remoto | ora rammento, | sboccia il viburno | bianco nel gelo”. Simile a lui, nella solitudine, è il figlio Jacopo, malato d’autismo, figura emblematica e centrale de L’albero delle Nebbie. Un amore intenso e doloroso lega il padre a questo figlio, così lontano e perso nelle nebbie di quel male, che l’ha colto e rapito per sempre .Un amore arduo, faticoso, che non concede tregue, nella poesia Amore faticoso, scrive il poeta: “allaccio gli scarponi | rassegnato | con Jacopo m’appresto | alla battaglia, | la corsa senza requie | il gesto assurdo, | e una tregua chiedo , | una tregua soltanto | amore faticoso | che mi schianti”. Quasi una giovane divinità appare al poeta il figlio, una divinità perfetta e irraggiungibile: “e t’ho visto allo specchio | e m’eri accanto | adolescente forte, luminoso | ma tu non sai | è ferma la parola”. Una divinità che forse nasconde in sé un dolore troppo lacerante, doloroso, impossibile da comunicare: “tu non conosci ostacoli | e memorie | io non so quel tuo grido, | l’urlo che sale, | forse morde la vita, | forse il dolore”. Un intenso canzoniere d’amore, ripeto, può definirsi L’albero delle nebbie, un amore che indissolubilmente unisce il poeta, e ancor più l’uomo Piersanti, alla sua terra, alla natura, alla memoria dei suoi cari (in questo libro, queste figure, pur nella permanenza del mito che le trasfigura, acquisiscono una dimensione più vera, esistenziale), al figlio Jacopo che non conosce passato o futuro, ma solo un presente immoto ed eterno. Un amore minacciato sempre da una nebbia fitta e nera che tutto nasconde e cela: “ora è nera la nebbia, | nera ogni foglia, | solo una bacca rossa, | non la conosco, | magari nasce, solo in questa selva | d’una luce s’accende | fioca e tenace.” |
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