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La poesia di Luigina Bigon ha subito nel corso degli anni profondi mutamenti, il che si ricollega ad un’ indiscutibile forza creativa ed immaginifica dell’autrice, la quale da sempre ha amato mettersi in gioco, scommettersi. Il suo primo libro Barattare sogni è percorso da un’estrema levità sia linguistica che ideativa. In Lucenèra, invece una nuova energia semantica si coagula felicemente con quella espressiva e metaforica. Il discorso in questa silloge poetica procede carico di tensione coloristica e simbolica, talvolta, di non facile comprensione, scandito su diversi piani anche grafici:
È importante sottolineare inoltre la profonda esperienza morale, vivificata da un’intensa religiosità, di cui è pervasa la raccolta: sovente , infatti, da un magma di immagini denunzianti situazioni di degrado, rinasce sempre il germe di un possibile riscatto, di una luce divina che tutto avvolge e illumina. Una tale tensione religiosa è presente anche nell’ultima silloge dell’autrice Cercando O. Come acutamente ha sottolineato Luciano Nanni in questo libro si assiste a un cambiamento di cui la critica dovrà tener conto: nei tre poemetti che costituiscono la silloge, infatti, la scrittura poetica si fa più piana, discorsiva, all’apparenza più semplice, più fluida: “Oggi il mare è gigante, | sferra le sue onde feroci”. In realtà il discorso poetico assume in questa raccolta un alto significato simbolico. Cercando O riprende come leitmotiv l’antico motivo del viaggio, un viaggio esistenziale, ma soprattutto psicologico nel quale la natura si fa interprete, ridisegna nello sfondo gli stati d’animo dell’autrice. La raccolta, che richiama il titolo del romanzo di Pauline Réage Storia di O, è un percorso rivolto alla conoscenza sia di se stessi, quanto del grande occhio che ci guida, ci indica la strada giusta da percorrere. Etimologicamente, infatti, il segno della O indica la continuazione dell’omicron, ossia l’o breve dei Greci, che corrisponde al fenicio ed ebreo oin o ain, la qual voce significa occhio, a motivo della sua forma. Il primo poemetto ci parla di una spiaggia rastremata dal vento e dalle nubi dove gli ombrelloni chiusi continuano a battere le ali come pipistrelli e il mare è “gigante” e “sferra le sue onde feroci”. La situazione descritta dall’autrice simbolicamente è quella di un naufragio esistenziale, in cui l’acqua del mare non ha nulla di rassicurante che possa richiamare il naufragio leopardiano, ma piuttosto si ricollega alla tradizione letteraria inglese, caratterizzata da una drammatica visionarietà . Si tratta di uno smarrimento della coscienza, che alla mente fa apparire immagini inverosimili, strane, come quella di un “chierico col breviario e un cappello in testa”, forse, scrive Luigina Bigon “uno spauracchio di pensieri”. Tutte le certezze, le sicurezze d’una vita appaiono travolte da nebulose che scompaginano “isole d’identità”. La stessa buganvillea , antropomorficamente arrampicata sui muri rimanda all’inutilità non solo della vita, ma della stessa storia. Eppure d’improvviso appare sulla spiaggia un cavaliere sul suo cavallo bruno, che oltrepassa veloce la spiaggia. Questa visione inequivocabilmente simboleggia l’inconscio, l’ impetuosità del desiderio che rinasce, la vita che nonostante tutto domina le forze del mondo ctonio. E l’autrice abbandona quella triste spiaggia per sedersi ad un bar, dal quale il mare diviene soltanto un rumore in lontananza, e tutto le appare “in uno spazio aereo, | su di uno sfondo verde come densità | del cristallo marino”. Una luce diversa adesso illumina ogni cosa e la Nostra decide di ritornare alla casa paterna per ritrovarsi. Ora dopo la tempesta, quasi uno tsumami dello spirito, che l’ha travolta, distruggendo e abbattendo financo “le mille porte della sua casa,” l’autrice ritrova la forza psicologica di tentare di ricostruire, di riappropriarsi, attraverso un cammino difficile, della propria anima. La poesia bigoniana muove sempre da una spontanea quanto complessa e ricca visionarietà, l’autrice fa spesso ricorso tra l’altro al paradosso e all’ossimoro: “Sono quel fragilissimo velo | che mi separa, | carne che si macera | e brucia.” Il secondo poemetto è intriso di una toccante dolcezza: “Il silenzio mi copre di solitudine | mi fa monaca di questo monastero”. La natura del Passo delle Fiorine, partecipa della ritrovata serenità dell’autrice: “…Suona | la campana del mezzodì nella | valle e sopra il monte, l’abete | ha verdi remoti, i castani e le | acacie desideri della terra.” Di frequente Luigina Bigon fa ricorso al procedimento stilistico dell’enjambement, rompendo la coesione unitaria metrico-sintattica di un verso, il cui senso invece di concludersi, dando luogo alla pausa, si prolunga nel verso successivo, forse, per rafforzare la tensione-coesiva e l’unitarietà concettuale tra i versi: “…La pausa è quel volare di | nubi intorno al sole…”. Vi è nel tessuto narrativo un’insita diacronicità: passato, presente e futuro concorrono a costituire l’essere e il suo divenire: “Stamattina una sonata di pianoforte | inondò tutte le stanze, mai | ne compresi il suono fino ad oggi”. Il coro della natura avvolge l’autrice in una panica sinfonia: “Trascrivo queste note dell’anima | vedo radici allungarmi la strada, | non c’è fiore né ramo che non mi conosca”. Nel bosco Luigina lascia la polvere, i rami secchi della sua vita passata perché: “Chi ama è il vero sposo”. Il dolmen, ossia la cupola che avvolge la sfera celeste le parla da sempre di energia primigenia e nel suo cammino lungo il Monte delle Fiorine, la poetessa padovana rivede le impronte d’un cavallo, che le ricorda quello visto sulla sabbia alla ricerca dell’O, ossia dell’occhio, del mistero divino. Il cavallo tra l’altro simboleggia i due estremi: il mondo della notte e quello della luce. Le scelte esistenziali operate non placano, tuttavia, completamente l’ansia dell’autrice che si chiede se tutto non sia un’illusione: “L’inganno ha mano lieve | consuma fino alle radici”. Eppure l’arrivo di una macchina, l’abbaiare d’un cane, la riportano alla realtà, all’amore che ha ritrovato, a quell’uomo forse “un indiano”, forse “ un pioniere”con cui forse “Soltanto se lo vorrà(ò) | potrà(ò) abiterà la casa dal tetto rosso, che si profila in lontananza. Per dare maggior incisività a questo momento cruciale, nel quale finalmente Luigina Bigon vede profilarsi un nuovo divenire, il verso si fa breve ed incalzante, come la pioggia battente che la coglie d’improvviso nel bosco: “Mi riparo sotto una | tenda. Piove a dirotto, | l’acqua balza fuori | tra gli acquitrini.” Il terzo poemetto Sul monte delle fiorine è pervaso da un’aura di silenzio e misteriosa sacralità: l’autrice sembra aver perso quelle certezze che pensava d’avere appena conquistato. Ora tutto le sfugge. “Sono inquieta, ogni cosa | mi prende e mi ributta. | Né ieri né domani, oggi | sono vignaiolo e vigna, vino che nessuno beve.” Instancabile è la ricerca metafisica in Luigina Bigon, la ricerca di un dio che percepisce ovunque, eppure misterioso, il quale lascia sul suolo brevi tracce, che subito si smarriscono: “Ascolto il volto irraggiungibile, | il dio insaziabile che mi sfugge”. Per scrivere, per poter aprire il proprio animo, la Nostra in un verso ci dice che deve nascondersi: “So solo che mi debbo nascondere | per sapermi dire.” e per questo fine usa un linguaggio metaforico, dalla valenza simbolica, libero, disinibito nella scelta delle parole. Un linguaggio che però attraverso l’uso della metafora ci viene a restituire integra l’anima dell’autrice, perché come scrive la stessa: “Il sole mi rischiara. L’ombra | della mano sul foglio è cuore | violato da chi mi scrive. | Non sono né l’una né l’altra, | sono soltanto me stessa | fino in fondo.” Un viaggio, dunque, quello compiuto dall’autrice padovana alla ricerca della verità, delle ragioni ultime delle scelte che ha dovuto compiere, del suo essere sempre combattuta tra tensioni profondamente spirituali, metafisiche ed il richiamo della terra, che comunque ha in sé in ogni zolla il divino, che l’autrice ritroverà alla fine del suo arduo pellegrinaggio, nella luce che compenetra il tutto; e dove alfine potrà immergere in un bagno purificatore come nelle acque del Giordano: “…La bianca spirale | assorbe ogni forma, rinasce | liquido cristallo. | Immergersi nell’acqua | è Giordano. La fonte | compenetra ogni fessura | e tu luce sei segno”. 14 febbraio 2005 |
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