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Notturno
alla poetessa Elisabetta
Serravalli Carta
Cd, autoproduzione 2007 a cura di
Valter Zanardi
Voce di Valter Zanardi
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Al telefono la tua voce, non ho richiamato altre volte la mano ha esitato avrei dovuto capire, moriva il passero tra le foglie della kentia. Non contano le ore o i giorni sale la nebbia
il secchio rosso
dondola ancora sul ramo graffia la pagina la gatta appunta il verde degli occhi lapis di un notes, la tua vita.
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Forse ti sei soltanto addormentata
dolorosamente ripiegate le lenzuola tra cigolii di porte un’ombra sul capezzale
infiamma il racconto, non è l’adagio di una poesia è la storia o l’anima tua poche cose e sei fuggita una valigia è rimasta aperta
il sole insiste sulla terrazza.
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Non squilla più il telefono d’improvviso ti eri innamorata una voce di giovinezza. Ti assomigliavo forse so il dolore non c’è un bambino che gioca al sole.
Morti i ciclamini nel gelo di primavera manca la tua scrittura sui fogli bianchi. Urgono le parole una ti ha rapita, poche lettere nella penombra un inutile gesto di scherno per poi accoglierle nel loro lento annodarsi.
Implacabile la sete.
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Sento che ancora mi cerchi e sorridi, non hai dimenticato l’humour. Sono rinati i ciclamini i passeri si nascondono tra le
foglie, ma l’autunno è freddo la pioggia furibonda. Non saresti uscita avresti scritto ancora sempre. Il cuore dell’estate ha pulsato troppo forte bruciando le aiuole, il mare
ha nascosto le palpebre.
Non ti ho più cercata. Il dolore arriva inaspettato, talvolta consola il silenzio.
Parlami ancora non sappiamo nulla.
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Accarezzi ancora i capelli alla piccola bambola bionda
di un lontano Natale ? La terra lavata di pioggia irrita lo scirocco, talvolta una nube nera incide il cielo. Vorrei che tu venissi lungo quel sentiero perso nella baia, frangono gli arbusti alti tra impronte di foglie sulla rossa terra. Dammi la mano a precipizio la scogliera affonda tra gli alberi il buio del mare, incessanti fruscii seguono i recessi del giorno. Incontreremo forse una fata
o il sogno di Biancaneve, non ho mai letto favole.
Sai sono stanca da molto tempo forse non so più pensare o parlare, ma cerco un luogo segreto dove trovare il giusto profilo delle
cose. Un tonfo di ciottoli forse è il poeta che li getta nell’acqua, si nascondono furtivi gli angeli sfrondano ombre di platani, occhi rossi dal salmastro le bacche tra i cespugli esorcizzano la notte che tu non temi e mi accarezzi il viso, lentamente ritraendoti,
ora cerchi soltanto la tua casa io non so la mia.
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Seguimi non è lontano il castello appartato sullo scoglio non puoi violarlo. Cespugli d’erica, gole d’ ortiche chiudono il passo, s’inoltrano i ragazzi per amarsi
tra recessi e angoli bui. Scricchiolano rami secchi scoscesa la strada
apre al mare, sfrondi ombre dal viso. Muore l’estate nella bora che cresce l’ultimo sguardo è così lontano un pettirosso posa su un tumulo di foglie. Le mie mani arrischiano ancora la
sorte, seguimi aiutami a cercare un varco antico, fitti gli alberi lacrimano resine.
Non allontanarti solo il tempo sa l’inganno, ma il castello è vicino le rose canine un’altra favola dicono, non le puoi cogliere scendono con noi odorose lungo il sentiero.
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Ascolta le grida, sale la fanciulla s’inerpica tra i rovi bucano le spine cola il sangue, non s’ acquieta nel solitario parco cerca lo sposo. Non ritorna la nave stregata sepolto il sogno sotto una luna maia.
Forse non hai mai visto fuggire timorosi gli scoiattoli saltare rapidi tra i rami, non lasciano impronte sulla neve, solo piccole ghiande cadono silenziose sul bianco tessuto disegni lunati.
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D’assenze la mia, la tua giovinezza labirinto l’amore dolore che non sconta silenzio che s’inarca nel vuoto di risposte.
Talvolta tra le dita l’inquietudine e il nulla.
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Un nuovo Natale è già passato briciole di pane il tempo ruota di assenze tra luminarie e giostre antiche. Bambini festosi stringono regali la Befana li attende gelido il vento sugli occhi teneri dedali di gioia. Non ti ho vista tra la folla la neve sai ha dissipato nubi lasciando dell’infanzia le corse sulla slitta le fiabe immaginarie. I sogni accavallano immagini furtive furtate al tremore d’una vita. Il tuo Dio forse ti parla la sua voce giunge confusa non è limpida la luce
la sabbia acceca nel Suo nome.
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Non si è fermato l’orologio
la laguna ha l’arrendevole stanchezza dei barboni addormentati li
risveglia solo una carezza. Salsedine la malinconia sale dalle fondamenta incatena al bivio i sogni
un esilio di giovinezza. Mi ricordi una lunga passeggiata in un tardo autunno il piccolo cimitero ebraico
le lapidi tra alti arbusti stregate da un libeccio salmastro. Nel sopore estivo tra il bianco e lumi abbandonati ho camminato il vento dell’Egeo rischiara
le pietre nel bagliore di un estremo esilio. Non so cosa cercavo tra foglie e
ciottoli se non un indizio, il soffio d’
un’anima, non so cosa ti resta ora che procedi oltre il segno finale e il dilatato destino.
Difficile dirsi addio.
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© 2007 Raffaella Bettiol
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Materiale |
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