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Da sempre la scrittura si è fatta interprete e custode delle memorie di un popolo. Da Omero in poi un filo rosso unisce poesia e narrativa alla dea del ricordo Mnemòsine. La memoria è uno dei beni più preziosi per l’intera umanità, ricordare per una società vuol dire risvegliarsi dall’indifferenza, dall’oblio, avere la capacità di comprendere non solo i valori positivi, ma anche i presupposti antimorali e anticulturali, che possono aver causato eventi drammatici. Talvolta, ci s’interroga sui motivi per cui il ricordo di taluni tragici avvenimenti, che hanno sconvolto parte dell’umanità, solo a distanza di molti decenni, emerga nella sua spietata e dolorosa evidenza. Una prima risposta può trovarsi, innanzitutto, in un inconscio desiderio d’oblio da parte degli stessi sopravvissuti e della collettività, che perdura a lungo, perché ancora troppo vivida e angosciante è la memoria. Alla domanda postale, in una lunga intervista, riguardo alle ragioni del silenzio da parte degli armeni scampati al Metz Yeghérn, la scrittrice Antonia Arslan ha risposto che si trattava di persone traumatizzate due volte: la prima per le terribili vicende vissute, la seconda perché subirono, con il Trattato di Losanna del 1923, una nuova deportazione e persecuzione; il Trattato di pace, infatti, li ignorava, non essendovi traccia, nello stesso, neppure della parola “armeni”. Di fronte a tutto ciò, i sopravvissuti si sentirono persone non esistenti, fuori posto dovunque, convinti, tra l’altro, che nessuno avrebbe creduto al racconto delle loro tragedie. L’eccessiva sofferenza, dunque, fa sì che i ricordi vengano temporaneamente rimossi. Il dolore, tuttavia, non è assolutamente l’unica causa dell’oblio: spesso, infatti, vi sono motivi politici, etnico-religiosi e, least but not last, economici, a negare la memoria, o per lo meno, ad impedire che vi sia una completa presa di coscienza degli avvenimenti accaduti. Ma la memoria, anche se sopita, permane nel sentire collettivo. A questo proposito il grande storico francese Jacques Le Goff, citando Sant’Agostino, come ricorda in un articolo Giorgio Cosmacini, ha affermato in una conferenza sul tema “Storia e memoria”: “Il nostro presente ha tre dimensioni: il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro”. Il che significa che la consapevolezza del passato e il presentimento del futuro sono compresenti nella nostra coscienza. Le Goff ritiene che il dovere di uno storico sia di ordine morale, in quanto lo stesso deve cercare ciò che è giusto dire sulla verità del passato. Spesso, tuttavia, è mancata una lettura attenta, fedele della storia: ragioni ideologiche e motivazioni di opportunità politica hanno impedito che venisse fatta piena luce sui drammatici eventi, che hanno sconvolto, nelle diverse epoche, l’umanità. Il secolo appena trascorso è stato insanguinato da un mostruoso elenco di massacri genocidari, di molti dei quali ancor oggi ben poco si sa. Tuttavia, i numerosi conflitti armati, che si sono succeduti per tutto il XX secolo fino ai giorni nostri, hanno fatto sì che la comunità internazionale riscoprisse una certa sensibilità nei confronti del diritto penale internazionale, considerato per troppo lungo tempo un’ inutile utopia. Sul piano letterario due scrittrici: Antonia Arslan e Marilla Battilana (entrambe legate a Padova per esservi nate o per avervi vissuto a lungo) hanno saputo dar voce a due tragici eventi storici, sui quali per lunghi anni non si è fatta piena luce e che a tutt’oggi scuotono le coscienze : l’eccidio degli armeni e l’uccisione nelle foibe di migliaia di italiani, sloveni e dalmati, dopo l’8 settembre del 1943. Il 24 aprile si celebra il giorno della memoria del genocidio degli armeni, perpetrato dai turchi, che ebbe inizio proprio il 24 aprile del 1915, il giorno del Metz Yeghérn, ossia del grande male. L’Armenia attuale, chiamata anche Hayastan, è un paese montuoso, che confina a nord con la Georgia, a est con l’Azerbaigian ed a sud con la Turchia e l’Iran. La capitale è Erevan, l’antica Erepuni, fondata nel 782 a.c., che si trova a 1000 metri d’altitudine, dominata dal Monte Ararat, alto 5165 metri. L’Armenia storica, ossia l’area degli insediamenti armeni fino al 1915, era situata ad est del corso superiore dell’Eufrate, a sud del Caucaso e a nord della Mesopotamia. La sua particolare posizione geografica e strategica, posta all’incrocio di vie commerciali convergenti, ha fatto sì che non vi siano state invasioni o commerci, che non l’abbiano vista protagonista. Convertitisi, inoltre, al Cristianesimo per opera di Gregorio nel 300 d.c, gli armeni, avendo dato vita, prima dell’editto di Costantino, ad un regno cristiano, si trovarono accerchiati da popolazioni di fede islamica. Fu questa circostanza a determinare nei loro confronti un clima di diffusa intolleranza e diffidenza. Le origini della poesia armena, come scrive Boghos Levon Zekiyan nel suo saggio Una voce dalla notte dei tempi - La poesia armena tra passato e presente, sono antichissime. Prima, tuttavia, del V secolo, non abbiamo testimonianza letteraria in lingua. Si deve, infatti, all’opera dell’ieromonaco Mesrop Mashtots l’invenzione dell’alfabeto, da cui prende il via una ricca produzione letteraria sia in lingua, sia di traduzione. E’ di questo periodo, detto aureo o classico, la Traduzione della Bibbia, considerata, come ancora precisa lo studioso armeno, la Reine des traductions, per l’esemplare connubio dell’accurata precisione nella resa dei significati e una squisita sensibilità poetica e letteraria. Chiude l’alto medioevo la voce di uno dei più grandi mistici, Gregorio di Narek (c. 945-1005), il quale, come ancora precisa B.L. Zekiyan, ha saputo incarnare tutte le lotte, le ansie del popolo armeno: “Esecrabili le minacce, senza clemenza le sanzioni, | terribile l’ordine, | nude le prove.| Di fuoco i fiumi e senza guadi i rivi, fitte le tenebre, impervie all’accesso. | L’abisso della dissoluzione ed eterno il tremore, | vorace il tartaro ed i ghiacciai perenni.”, (da Il libro della Lamentazione.Parola VIII, trad. B.L. Zekiyan). La parola, per Gregorio di Narek, è l’unico strumento, pur nella sua debolezza e incompiutezza, capace d’avvicinare l’uomo all’infinito, per il suo valore epifanico. La persecuzione scatenata tra il 1915 e il 1918, ultima di una lunga serie, dai turchi contro gli armeni, non scaturisce soltanto dall’ideologia scopertamente razzista (come sottolinea Alberto Rosselli, nel suo saggio L’olocausto armeno 1915-1918) del Partito, progressista e modernista, dei Giovani Turchi, ma trae origine dall’innata, anche se inconfessabile, diffidenza e insofferenza dei mussulmani ottomani e curdi di Anatolia nei confronti di una minoranza cristiana, quella armena, portatrice di valori religiosi e culturali semplicemente diversi. L’olocausto armeno, comunque, il primo del XX secolo, non fu che la conclusione di una lunga campagna di persecuzione e di discriminazione, iniziata, a partire dalla metà dell’Ottocento, dall’Impero ottomano contro la comunità armena. Conclude, infatti, il giornalista e storico Alberto Rosselli, precisando che la persecuzione contro gli armeni va vista come il risultato dei complessi e traumatici processi storici, che tra la metà del XIX secolo e i primi anni del XX, determinarono lo sgretolamento dell’Impero Ottomano. La Sacra Porta vedeva, infatti, in quella piccola comunità, che abitava l’area anatolica nord orientale, una possibile alleata dell’Impero Russo cristiano ortodosso, il più feroce e tradizionale nemico della Sacra Porta, un Impero che, fin dai tempi di Pietro il Grande (1682-1725) e Nicola I (1825-1855), aveva tentato di sottrarre all’Impero Ottomano le regioni confinanti del Caucaso, cercando di guadagnarsi le simpatie delle popolazioni armene. Il 26 gennaio del 1913 si verificò a Costantinopoli (dopo la sconfitta subita dai turchi ad opera degli italiani nel 1912 e i rovesci della prima guerra balcanica) un colpo di stato, che vide la presa del potere da parte di un triunvirato, espressione dei Giovani Turchi, formato da Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal. Il partito dei Giovani Turchi, dimenticati ben presto gli ideali liberali e parlamentari, avviò un capillare processo di “turchizzazione” dell’Impero Ottomano. Emersero allora gli atteggiamenti di grave intolleranza contro le minoranze etniche, in particolare contro gli armeni. Fu, dunque, alla vigilia della prima guerra mondiale, nella primavera del 1914, che la giunta dei Giovani Turchi iniziò a programmare quello che fu definito il “primo genocidio” del secolo. La masseria delle allodole, il romanzo con il quale Antonia Arslan ricorda e celebra l’eccidio degli armeni ad opera dei turchi, attraverso la rievocazione della storia della sua famiglia, da parte paterna, inizia con un prologo, che, in veste di racconto, era già uscito nel 1998, con il titolo Il nido e il sogno d’Oriente. Come l’autrice stessa afferma, in un’intervista, questo breve racconto, scaturito da una circostanza del tutto casuale (le avevano chiesto di partecipare ad un libro collettivo sui Sermoni di Sant’Antonio), ebbe su di lei il valore di una rivelazione. Il rivedersi nel racconto, infatti, bambina nella grande Basilica, il giorno della festa del Santo, il fatto di rievocare ciò che il nonno disse soltanto a lei e a nessun altro dei familiari, le diedero della questione armena una nuova dimensione, attraverso il dramma vissuto dalla sua stessa famiglia: “Questa è la casa visibile che conduce alla casa invisibile. Qui tu sarai sempre a casa. Hai sentito quello che ha detto il Santo: Dio è consolazione e conoscenza, è vicinanza nella malattia, cuore caldo che batte vicino al tuo. Qui ci sono tutti i nostri morti. La nonna Antonietta, la mia mamma giovinetta (il nonno aveva una mamma, scoprii con intensa meraviglia), tutti i miei fratelli scomparsi nella deportazione…”. Queste parole nell’animo della piccola lasciarono un segno indelebile, come quelle, che le disse il padre provinciale, sempre quel giorno: “Devi tornare presto a trovarmi, con il tuo nonno, un giorno che sia più tranquillo di questo della festa del Santo. Tu, poiché ti chiami come lui, e sei donna, hai degli speciali doveri. Ci sono tanti Antonii, ma poche Antonie”. Fu, forse, un monito ciò che il vecchio frate disse alla piccola, monito mai dimenticato, anche se inizialmente non compreso. Solo dopo molti anni, infatti, la scrittrice comprese che suo dovere speciale era quello di riscattare dall’oblio la tragedia del popolo armeno e lottare per poter dare giusto riconoscimento a milioni di armeni spietatamente uccisi. La questione dell’eccidio armeno non è ancora del tutto risolta; infatti durante i novant’anni trascorsi dai fatti tutti i governi turchi hanno sempre respinto l’infamante accusa con l’appoggio della storiografia nazionale. E’ del 27 aprile del 2005 un’affermazione del Consigliere stampa dell’ambasciata di Turchia in Italia, secondo cui il presunto genocidio armeno non si basa su verità storiche, documentate da ricerche scientifiche, ma su campagne denigratorie e pregiudizi storici. Lo storico francese Yves Ternon, invece, nel suo libro Gli Armeni, considerando la feroce uniformità dei rastrellamenti, la pregiudiziale invenzione del complotto antipatriottico, afferma, senza ombra di dubbio, che non vi fu un coacervo più o meno casuale di rappresaglie, ma un annientamento predeterminato e sistematico degli armeni. Del resto lo stesso console tedesco dell’epoca ad Aleppo, scrisse: “Costantinopoli si avvale di mezzi barbari e indegni di un governo alleato alla Germania”. La storia della Masseria delle allodole ha inizio in una piccola città dell’Armenia, di cui non si sa il nome e dove vive lo zio Sempad, farmacista, una leggenda dolorosa per l’autrice, sulla quale, come la stessa scrive, molti hanno pianto. Il paesaggio dell’Armenia è (come ha sottolineato nella sua poetica e luminosa recensione Claudio Toscani) una “Terra di incombenti montagne tra grigiastre cupezze e ustori specchi di neve, d’aspri e impietriti paesi, terra di chiese rupestri e compatti monasteri, dove la cenere dei morti è la calce più dura”, un luogo abitato da un popolo dolce, amante della poesia che ha sempre guardato ad Occidente, per impadronirsi della cultura europea. Sempad è il fratello minore di Yerwant, nonno di Antonia Arslan. I due fratelli sono figli del capofamiglia Hamparzum e della principessa Iskuhi, morta a soli diciannove anni, dando alla luce il secondo figlio. Hamparzum, successivamente risposatosi con Nevart, ha avuto da lei due femmine (Veron e Azniv) e due maschi (Zareh e Rupen). Yerwant, per non vivere con la matrigna, a tredici anni è andato a vivere a Venezia, per studiare presso il collegio armeno Moorat Raphel. Sposatosi con una contessa italiana, ha avuto due figli, ai quali non ha mai parlato della sua patria lontana e non ha mai insegnato l’armeno. Ed i figli, benché cresciuti da signori, come scrive l’autrice, si sentiranno, tuttavia, in fondo, sempre degli estranei, mai completamente accettati, per quelle loro “inquietanti debolezze”, “quei loro strani attacchi di bontà che li devastano”, quella loro “timidezza selvaggia davanti alle ragazze”. Sul letto di morte, all’inizio del racconto, il vecchio capofamiglia, al quale il piccolo Nubar (l’ultimo maschio dei sei figli di Sempad e di sua moglie Shushanig) offre un grappolo d’uva, ha la visione certa dell’Apocalisse, della tragedia che si sta per abbattere sulla sua famiglia ed emette solo un grido “Fuggite, Fuggite!”. Ma prima di spirare affida la vita di Nubar ad Iskuhi e a Maria, le quali annuiscono (Nubar sarà l’unico dei figli maschi di Sempad a salvarsi). Scrive Antonia Arslan con parole di solare poesia: “la Vergine aveva camminato sulla terra, tra i papaveri e il grano dorato, e aveva gradito il grappolo d’uva”. Il romanzo è pervaso da una profonda vocazione lirica, che si concretizza in una limpida e piena plasticità delle immagini. L’accensione spirituale, che percorre l’intero libro, trae, oserei dire, linfa dalla lirica del poeta armeno Daniel Varujan, di cui Antonia Arslan ha tradotto Il canto del pane, opera rimasta incompiuta a causa della morte dell’autore avvenuta nel 1915, e pubblicata postuma nel 1921. Nella narrazione vi è una commossa rievocazione di questo poeta, del suo arresto, avvenuto la sera del 24 aprile, il giorno del Metz Yeghérn e della sua morte. Di Varujan, l’autrice ha da sempre amato il vigore e la forza espressiva delle immagini, che, come la stessa precisa, sono nel suo sangue, come l’attaccamento viscerale al suo mondo nativo, alla sua cultura, alla sua lingua. Nell’opera del poeta armeno vi è una profonda comunione tra Dio e la natura, perché è in quest’ultima che il divino si rispecchia ed è sempre nella natura stessa che l’uomo ritrova l’originaria armonia tra il corpo e l’anima. Scrive Varujan nella splendida poesia La semina: “Semina, contadino - in nome dell’Ostia del Signore | germi di luce straripino dalle tue dita; | in ciascuna delle spighe bianche di latte | maturerà domani una parte del corpo di Gesù”. La profonda devozione alla Vergine Maria del popolo armeno, alla quale si rivolge, nel racconto, poco prima di morire, Hamparzum, la ritroviamo ancora nelle parole del poeta armeno trucidato (Croce di spighe - Sull’altare della vergine): “Tu, questa croce di spighe, intrecciata con le mie mani, | accetta, Madre. In mezzo al mio grano | esse oscillavano come vergini dai capelli rossi, | traboccanti di sole e mature.”, più oltre: “Io le ho intrecciate, chioma su chioma, | nella croce di tuo Figlio ferito a morte | il cui sangue, fuoco santo di ogni Pasqua, | bevono i nostri solchi.”. Echi biblici rivivono nella grande tradizione poetica armena, echi che ritornano nella scrittura arslaniana”. Quando il vecchio Hamparzum, in procinto di morire, ripensa alla bella principessina Iskuhi, “dalle gote di pesca e dal vestito di fuoco, la quale lo sedusse per sempre in un pomeriggio del 1865”, l’autrice infonde alla pagina una tale intensità lirica, che non può non evocare la poesia del Cantico dei cantici: “L’uva dei vigneti dei villaggi intorno alla piccola città è grossa e dolce; il vecchio prende un grano e annusa l’odore compatto della carne di Iskuhi, la sua cerva radiosa… «Riunirsi a lei nella patria perduta, a lei che non muore più»”. Dopo la morte del patriarca, tra i due fratelli Sempad e Yerwant ha inizio un fitto scambio di lettere, in quanto il nonno di Antonia accarezza il sogno di rivedere la sua terra, di riabbracciare i suoi cari. Con grande entusiasmo, allora, i fratelli si getteranno nei preparativi:Yerwant comprerà regali, farà preparare due macchine per il lungo viaggio, studierà con cura il tragitto. Sempad, a sua volta, inizierà a rimodernare la vecchia casa di famiglia, la Masseria delle allodole (luogo di sogno e di ancestrali memorie), per ospitare il fratello, con la sua famiglia, pensando soprattutto a non deludere la piccola contessa italiana, moglie di Yerwant. Gli avvenimenti purtroppo precipiteranno e i due fratelli non si potranno mai più rivedere; nella Masseria delle allodole resterà solo il terreno spianato, per un lawn-tennis, alla moda inglese, che Sempad in onore del fratello voleva far costruire. Sempad è un uomo dolce, dal cuore semplice incapace di concepire l’inganno, sua moglie Shushanig, una donna feconda e chiassosa, la quale, come racconta l’autrice, lo domina “fino all’ultimo pelo della barba”. Sono una coppia “serena e svergognata” perché nelle notti d’estate, troppo calde, salgono sul tetto della loro casa… La tragedia si consumerà in un pomeriggio “accecante di colori e profumi” nella vecchia casa di campagna, il 25 maggio 1915, un giorno dopo l’entrata in guerra dell’Italia. Sempad, ancora ignaro di quanto sta per accadere, vedendo la moglie in cucina, le poserà una mano tra i capelli dicendole: “Se i tuoi capelli fossero perle, e le tue mani diamanti, come sarei ricco, anima mia… potremmo fuggire lontano”. Saranno queste parole a confortarla lungo “la strada infame” della deportazione. Di frequente Antonia Arslan spezza la narrazione con dei brevi incisi, in corsivo, dai toni incalzanti, che accendono, come i cori nelle tragedie greche, l’intensità lirica e drammatica delle scene. Scrive l’autrice, dopo le dolci parole di Sempad alla moglie: “Per tutta la strada infame Shushanig rigirerà in bocca queste parole, e ne trarrà conforto. Non può vincere, il male, se il bene esiste: neghiamo questo presente, neghiamo che esista, e tornerà la voce di Sempad, in quella infinita di Dio…”. Quel pomeriggio verranno massacrati tutti gli uomini, da un drappello di ufficiali, al grido “Voi traditori, cani, rinnegati”. Vi è nella ferocia dell’eccidio tutta la rabbia e l’odio di una classe militare, politica, che già avverte inconsciamente la propria ineluttabile sconfitta. Sarà allora che avrà inizio per le donne, le uniche sopravissute, eccetto il piccolo Nubar, la lunga e disperata marcia verso un ancora ignoto olocausto. Il personaggio, forse più amato dall’autrice, è Shushanig, in quanto, nonostante il dolore la devasti (è una vera Mater dolorosa, come ha sottolineato nella sua acuta recensione Giuseppe Iori), riesce a reagire, a far fronte a ciò che accade, perché ha il compito di portare in salvo i figli. Morirà più tardi, quando sarà certa di aver messo in salvo il suo piccolo popolo. Scrive Antonia Arslan “sopravvisse a se stessa per tutto quel lungo anno (trascorso ad Aleppo nella casa del cognato Zareh); ma si lasciò andare, e morì di crepacuore sulla nave, la prima notte in cui, essendosi finalmente imbarcata per l’Italia con il suo piccolo popolo, poté dimettere la paura e sorridere di nuovo a Sempad”. Il genocidio degli armeni si articolò in varie fasi: l’avvio del progetto ebbe inizio, la notte del 24 aprile del 1915, ad Istambul, con la cattura sistematica di tutti gli intellettuali e dell’élite armena della città. Successivamente con un decreto del gennaio fu stabilito il disarmo di tutti i militari armeni, i quali a gruppi di cento furono isolati ed uccisi. Immediatamente dopo, venne il turno del resto della popolazione :vi furono arresti ed esecuzione dei notabili e degli uomini, per donne, bambini ed anziani la deportazione. La destinazione apparente era la Mesopotania; in realtà gli armeni, incolonnati e costretti ad avanzare, a piedi per chilometri e chilometri, su altopiani desertici, senza cibo, né acqua, subendo violenze di ogni genere, furono praticamente annientati e solo in pochi riuscirono a raggiungere la meta. Ma anche coloro che giunsero ad Aleppo furono successivamente convogliati in fantomatici campi di raccolta e probabilmente lasciati morire di stenti e di epidemie. Le eroine del nostro romanzo subiranno ogni tipo di violenza, ma dimostreranno sempre una grande compostezza ed infinito coraggio nel dolore. La bella Azniv, dalla treccia nera, sorellastra di Sempad, della quale si era innamorato un ufficiale turco, assumerà in sé tutta la forza ed il coraggio possibili per salvare ciò che rimaneva della sua famiglia. Si trasformerà, da fanciulla che sotto il roseto sognava l’amore, in una nuova Antigone, pronta a violare le leggi morali, offrendo il proprio corpo agli aguzzini, in cambio di un po’ di pane, da dare ai suoi congiunti. Sarà sempre lei ad immolarsi, per coprire la fuga ai suoi cari, al canto “ov sirun sirun”. A lei si uniranno anche tutte le altre donne, le quali cominceranno a urlare, le mani al cielo, “come fiori appassiti, che chiedono vendetta”. Un colpo di sciabola, da parte dei zaptié, troncherà la testa alla dolce Azniv, ma lei avrà adempiuto alla sua sacra missione. Dall’orrore si salveranno soltanto Shushanig, le sue figlie e il piccolo Nubar; ad aiutarli alla fuga saranno soprattutto Nazim, un mendicante turco, e Ismene, greca di Chio, una lamentatrice, legata da un affetto e da una devozione assolute, verso Shushanig e la sua famiglia. Nazim, il mendicante zoppo, è un personaggio, all’inizio del racconto, ambiguo, in quanto spia e parassita, il quale, tuttavia, innanzi all’orrore del massacro e alla generosità di Shushanig, comprenderà d’improvviso che Dio può essere soltanto vicino a quel popolo martoriato. Avrà inizio, allora, per lui un cammino di riscatto morale. Per Antonia Arslan, Nazim è la testimonianza che, quantunque l’odio contro gli armeni fosse molto diffuso, non tutti i turchi erano d’accordo con il fanatismo della classe dirigente, che aveva progettato il massacro di un intero popolo. Nel racconto, che potremmo definire un grande affresco storico, corale, dal quale emergono, con assoluta lucidità, le mille voci di un popolo e di un’ epoca, s’incontrano, infatti, anche altri personaggi turchi, che cercheranno d’opporsi alla così detta “soluzione finale del problema armeno”, o che per lo meno comprendono che è un segno di terribile debolezza ed infausto per il loro paese l’eliminazione di una minoranza quieta e inerme. Il colonnello della cittadina, dove si è compiuto il massacro, accorso alla Masseria delle allodole (un uomo, come ce lo descrive l’autrice “ragionevolmente onesto, ragionevolmente umano, mediamente corrotto. Il suo mestiere è la guerra, ma non ama le stragi.”), capisce, infatti, subito “che è il giorno più funesto per un paese, quello in cui, per sentirsi unito, sente il bisogno di eliminare una parte dei suoi cittadini, inermi”. Nazim, il mendicante zoppo, la spia ben pagata, dinnanzi al sangue, illuminato come San Paolo, sulla via di Damasco, si trasformerà in un nobile cavaliere al servizio di Shushanig e le dirà: “Da ora in poi sono il tuo servo, Validé Hanum. Io sono polvere della strada, ma spero di essere su quella strada che tu dovrai percorrere, e di rendertela più lieve”. Sarà sempre Nazim assieme ad Ismene ad aiutare la piccola, superstite famigliola, durante l’esodo e a prepararne la fuga. Riscattandosi, il mendicante zoppo, cerca, in fondo, di alleviare, almeno in parte, anche il suo stesso popolo da un peso, da una colpa, troppo pesanti, da sopportare. Il comportamento del mendicante, la sua redenzione dimostrano, inoltre, come oltre ad una banalità del male, parafrasando il titolo del celeberrimo libro di Hannah Arendt, vi possa essere anche una banalità del bene, ossia la potenziale capacità di ogni individuo di dissociarsi dal male, che coinvolge e compenetra un’ intera collettività. La masseria delle allodole è un libro autentico, che nasce da un’esigenza vera di scrittura, come ha precisato la stessa Antonia Arslan, e proprio da ciò deriva il suo immediato successo. Le immagini sono vivide, luminose, si susseguono rapide, frutto di un’attenta ed abile regia, e, pur nella drammaticità, mantengono sempre una terribile solarità, in quanto accese da un intenso afflato poetico, oltre che drammaturgico, che l’autrice ha saputo infondere a tutta la narrazione. Il titolo scelto da Marilla Battilana (già docente di anglistica a Cà Foscari e di letteratura Americana all’Università di Padova, nonché autrice di romanzi e poetessa), Sequenza friulana, per la sua più recente silloge poetica, apre ad una duplice possibile valenza. Il termine, infatti, “sequenza”, letterariamente può indicare sia una forma di composizione poetica, in volgare, di argomento devoto, rielaborata da modelli latini, sia una serie organica e unitaria di elementi narrativi. Quest’apparente dicotomia di significati trova, invece, nell’opera dell’autrice, una profonda consustanzialità. Il poemetto, infatti, che nasce, oserei dire di getto, da un’esigenza profonda dell’autrice (celebrare da un lato la sua terra, il Friuli, e dall’altra ricordare una fra le pagine più tragiche della seconda guerra mondiale, sulle quali, caduto il silenzio per lunghi anni, ancora non si è fatta piena luce), rivela una profonda e calda ispirazione religiosa (spesso l’autrice invoca Dio, il Dio della giustizia per dare voce, memoria a tutti quei morti), che trova espressione in una sequenza rapida d’immagini, vivide in una dimensione atemporale, senza soluzione di continuità. La memoria che l’autrice vuol rievocare è quella legata alle persecuzioni, che subirono soprattutto le popolazioni italiane, a partire dall’8 settembre 1943, nell’Istria e in una parte della Venezia Giulia. Il fenomeno delle foibe ha inizio nell’autunno del 1943, subito dopo l’armistizio, nei territori dell’Istria, abbandonati dai soldati italiani, che li presidiavano e non ancora sotto il controllo dei tedeschi, quando i partigiani delle formazioni slave, ma anche gente comune, per lo più nelle campagne, fucilarono e gettarono nelle foibe centinaia di italiani, anche non compromessi con il regime fascista, considerandoli nemici del popolo. L’eccidio degli italiani, ma non solo di questi, come ricorda l’autrice, ebbe la massima intensità nei quaranta giorni dell’occupazione jugoslava di Trieste, Gorizia e dell’Istria, dall’aprile fino a metà giugno del 1945, quando gli anglo-americani rientrarono in Trieste, occupata dalle milizie iugoslave. Sequenza friulana, in apertura, contiene un esergo, in omaggio ad Andrea Zanzotto, in cui sono riportati alcuni versi del poeta di Pieve di Soligo, tratti da Galateo in bosco. Alla domanda, sulle ragioni di un tale incipit, in un’intervista, Marilla Battilana ha dichiarato che le sembrava di aver notato dei sentimenti affini ai suoi in Andrea Zanzotto, riguardo a tragedie trascorse, ma non dimenticate. Galateo in Bosco, oltre a rappresentare la sfida al labirinto, cioè al linguaggio fitto ed intricato come una foresta del nostro inconscio, è, come ha scritto Giovanni Giudici: “una ricognizione di devastazioni”. Reliquie delle devastazioni di vite sono gli “Ossari”dei morti in guerra che dal Montello raggiungono il mare Adriatico e, in direzione opposta, le rive della Manica, lungo “linee su cui l’Europa, ancora oggi, mette in gioco la sua stessa esistenza”. Scrive Andrea Zanzotto nella poesia Rivolgersi agli ossari non ha biglietto: “ E si va per ossari. Essi attendono | gremiti di mortalità lievi ormai, quasi gemme di primavera, | gremiti di bravura e di paura. A ruota libera si va”. Con una passeggiata in montagna, immersa in atmosfere oniriche, prende l’avvio Sequenza friulana. Un viaggio iniziatico, volto ben oltre il visibile, là dove “la divinità non ha disertato” e si radunano elfi e spiriti delle foreste nell’aperta natura. L’io narrante ci parla, innanzitutto, di una casa sita in Friuli, tra i monti Talm e Nevàl, dove alle pareti vi sono ritratti di “umilissimi antenati” ed un quadro naif, che evoca la costa triestina. Tutte le foto, ormai brunite, della vecchia casa ritraggono: “… Faccie slave, slavate, | Zigomi salienti; faccie nordiche | labbra sottili, occhi grigi, occhi assorti: | mia nonna chioma rossa, castani occhi | dorati da austriaca, parente | alla lontana forse | di questa gente di confine.”Gente forte, tenace, onesta, che, come la terra, aspra e dura, a cui appartiene e come gli alberi stessi, dalle profonde radici, non dimentica nulla del suo passato. Complice il buio, nella “sera agostana”, rotta dai tuoni di un improvviso temporale, attorno al fuoco, la voce affabulante dell’autrice ci racconta, in un clima da favola nordica, come s’incominci a “ ciarlare” di caccia ai caprioli, ma soprattutto a parlare e a riparlare di vivi e morti, mentre: “… s’acquatta il gatto | su ospitali ginocchia col suo | vibrante motore a carezze…”. E’ importante sottolineare l’attenta ricerca linguistica di Marilla Battilana, la quale sa trasfondere nei versi la dolce cadenza della parlata friulana. La selva dalla quale ha inizio il racconto non è l’oscura selva dell’inconscio, di memoria zanzottiana, ma, semmai, può idealmente configurarsi come la selva dantesca, intesa quale luogo dal quale principia il viaggio iniziatico dell’autrice, attraverso il riscatto della memoria. Sono i boschi, “gremiti di anime vegetali”, a parlare a Marilla Battilana e in particolare gli alberi, che hanno ricordi e che “… ancora avvertono nelle profonde fibre il frastuono | intergalattico del primigenio | atto d’amore…”. La figura dell’albero, con le sue radici fissate al suolo, il tronco con la sua chioma, che si protende al cielo, è da sempre considerato, dalle diverse culture, simbolo del legame delle profondità sotterranee con la sfera cosmica, della vita sulla terra e del cielo. Rappresentazioni, quindi, di vita solare e di vita ctonia, gli alberi diventano i soli testimoni del passato. Conoscono tutto della loro storia, della storia del Friuli, sanno : “…la rapina dei tronchi | più robusti e svettanti e la discesa | per acque di torrente e poi di fiume | alla laguna e al mare e all’Arsenale | per fiancate e pennoni di galea.”. Sanno che: “… su una foresta | di tronchi friulani sorge Venezia”. L’autrice, camminando tra le “braide isolate” della Carnia, non può non ascoltare le mille voci che da essi le giungono. Ed ecco riaffiorare la figura di Menocchio, celebrata a Cividale: il mugnaio eretico, vissuto alla metà del cinquecento, il quale ebbe il torto d’avere una propria visione del mondo, non accettata dalla Chiesa e che per questo fu mandato al rogo. Di Menocchio, ossia Domenico Scandella, nessuno si sarebbe più ricordato, come di tante altre tragiche morti, avvenute in nome di una fede, di un’ideologia, se non l’avesse ricordato Carlo Ginzburg nel suo romanzo Il formaggio e i vermi. Il cosmo si un mugnaio del ‘500, edito nel 1976 dalla Casa editrice Einaudi, e se il papa, Giovanni Paolo II, non lo avesse consegnato alla memoria, chiedendo scusa per il suo martirio: “Anche per il suo rogo, fra i molti, | si è scusato il pontefice polacco | ritenendo fuori questione | che mai si possa bruciar vivi | o esser crocefissi in un gulag | o avere la mente piegata da | psicofarmaci in camicia di forza | per reati di opinione…”. Le scene si susseguono rapide, scandite da un ritmo incalzante; il racconto di un sopravvissuto apre l’argomento più doloroso ed accorato del poemetto: il ricordo della Bus de la Lum, la foiba, un fosso cioè di circa centottanta metri, sita nella foresta del Cansiglio, dentro la quale furono infoibati a centinaia, dai partigiani comunisti e dalle truppe d’occupazione titina, gli italiani, e non solo, che, per motivi ideologici o per interessi materiali, si riteneva dovessero venir eliminati. I versi nel poemetto si accendono di acuto lirismo, si fanno grido e preghiera assieme al doloroso risveglio di memorie sopite: “… Morire subito. | Non si può subito. Lancinante. | Aspettare. E gli altri. Quanti. Dolore | insostenibile. Svenire almeno”. Il buio incombe nella foiba nemmeno le “serpi strisciano” nel Bus de la Lum. Eppure gli alberi sanno dell’orribile morte degli infoibati e succhiando linfe: “... riportano | a godere luce di sole | occhi | perduti. Luce luce luce per | fronde gemme foglie verdi ondeggianti, | già sensi pensieri pupille cieche”. Lenta era l’agonia nella foiba, occorrevano anche dai tre ai cinque giorni per morire tra “febbre”, “sete”, “olezzo”, “merda”. Sbigottiti stavano davanti a tale orrore tutti gli alberi della foresta: “…atterriti stavano faggi | lecci platani pini abeti abeti | noci abeti abeti abeti cespugli | di noccioli di more felci ortiche | liane gramigne groviglio di sottobosco…”. L’autrice nomina ad una ad una le piante poste vicino all’orribile fossa, per sottolineare la coralità del dolore, la loro panica condivisione del dramma. Marilla Battilana, oserei dire, ricorda la forza espressiva e lo stesso horror vacui, nella dettagliata descrizione dell’atroce agonia degli infoibati, del giovane poeta soldato Wilfred Owen, morto nella prima guerra mondiale, i cui versi continuano, ancora oggi, ad avere la stessa forza drammatica e ad avere la stessa funzione di severo monito contro ogni guerra: (da Poesie di guerra, Pigiati in quell’imbuto - frammento, Einaudi, Torino, 1985, trad. di Sergio Rufini) “Pigiati in quell’imbuto scrutavano l’alba | dischiudersi frastagliata; sbadiglio | tra le mascelle della morte, che non riusciva ad ingoiarli | perché invischiati al catarro infondo alla sua gola. || Erano in una delle tante bocche dell’Inferno | che in visioni di vati non si vedono, solo si avvertono | come denti di trappole; quando il tanfo di ossa e | cadaveri, | da sotto il fango in cui tanto tempo fa caddero | si mischia all’acre, pungente odore di granata”. Ad Owen, come l’autore stesso scrive nella prefazione al suo libro Poesie di guerra, ciò che interessa non è la poesia, ma la pietà della poesia. Il poeta inglese precisa, ancora, nella sua prefazione, che le proprie elegie non vogliono in alcun senso essere consolatorie, perché il compito del poeta non può essere che quello d’ammonire, perché: “i veri Poeti debbono essere veritieri”. L’autrice veneta ha fatto suo questo preciso monito: Sequenza friulana trae, infatti, fondamento ed ispirazione proprio da un’esigenza primaria di giustizia e di verità. Non a caso, nel prosieguo della narrazione, la poesia in questo poemetto si fa quasi preghiera, invocazione al “Dio della giustizia”, perché tutti i morti ingiustamente abbiano, infine, un riconoscimento e soprattutto un riscatto: “O Dio di giustizia, preghiamo | da una terra in cui alberi e uomini | hanno memoria: ascolta la tenebra | sfidata dall’edera. Chiusa è la foiba | a Basovizza, alta sul confine: | vi hanno rotolato una pietra | come davanti al tuo sepolcro. Noi | attendiamo una pasqua, un riscatto: per gente che non merita | parlamentari di Hamelin”. L’amore verso il Friuli, per questa terra da “dove sale riccamente l’incenso | dell’onestà personale”, dove, nel secolo appena trascorso, “il tritacarne della guerra” per due volte ha macinato migliaia di persone, muove i versi della Battilana, la quale, con assoluto rigore e plastica sintesi, ci ricorda la storia di questa regione e soprattutto l’orribile guerra civile, che si scatenò alla fine della seconda guerra mondiale, causando migliaia di morti innocenti. Morti che attendono ancora giustizia, in quanto su di loro, per ragioni che potremmo definire di real politik, è sceso per troppo lungo tempo il sipario del silenzio, del buio, che solo l’edera è riuscita a penetrare: “fu un’edera che per prima scese | in fondo negli anni, al Bus de la Lum”. Il poemetto, è da rimarcare, si presenta corredato da un’attenta e precisa traduzione in inglese di Adeodato Piazza Nicolai, poeta e saggista. Non è la prima volta che Marilla Battilana affronta problematiche simili, già infatti precedentemente nella raccolta La corona d’oro e altre pagine aveva ricordato un altro terribile olocausto: quello dei kulaki in Ucraina ad opera di Stalin. Scrive l’autrice nella poesia Citazioni: “Terror. Horror. Horror vacui. | Timor mortis conturbat me | domine, ma facile (troppo) | di troppo più facile è il morire | che il vivere ormai”. Se la memoria è uno dei beni precipui per l’uomo e l’umanità, si deve riconoscere ad Antonia Arslan e a Marilla Battilana l’indiscusso merito ed il coraggio d’aver portato la loro testimonianza scritta, scaturita da un’urgenza spirituale ed etica, su fatti e vicende tragiche del nostro lontano o più recente passato, che ancor oggi scuotono e dividono le coscienze. Non si può negare, infine, che le opere delle nostre autrici rappresentino, in nome della giustizia, precipui momenti d’identità tra scrittura e memoria, coscienza e verità. |
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