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Luccia Danesin
Le “soglie” della memoria

In un passaggio de I Guermantes Proust scrive: “La nostra memoria e il nostro cuore non sono abbastanza grandi da poter essere fedeli. Non abbiamo abbastanza spazio, nel nostro pensiero attuale, per custodirvi i morti accanto ai vivi”. Una sintesi illuminante della condizione di esiliato da se stesso dell’uomo moderno, per il quale vita e morte non sono più facce della stessa medaglia, ma realtà antitetiche, irriducibili.

La società occidentale rifiuta l’idea della fine, la esorcizza, ne cancella segni e significati, propaganda l’idea astratta di corpi dinamici e seducenti proprio quando del corpo e delle leggi naturali che lo governano si vuole fare a meno. Poche voci si levano dal coro e la fotografa padovana Luccia Danesin è una di queste. A un anno di distanza dalla personale all’Oratorio di San Rocco esce il libreria Soglie (Edizioni Biblos), la raccolta dedicata al tema della morte. Una quarantina di scatti in bianco e nero, uno sguardo affettuoso sui fiori, sulle statue funerarie, sulle pietre sepolcrali senza nome, sui piccoli segni che contraddistinguono i luoghi deputati a onorare il ricordo dei defunti. La fotografia è un linguaggio dal fascino sinistro, quando fissa l’istante, congela l’effimero in una sorta di precipitato temporale che, appena un minuto dopo lo scatto, rappresenta irrimediabilmente il passato. Tant’è che spesso acquistano sostanza funebre anche le immagini allegre, i volti sorridenti, i ritratti dell’amore e dell’amicizia, che proprio per questo loro essere attimi fuggenti di felicità congelati sulla pellicola rappresentano meglio di ogni altra cosa la caducità umana.

Ma Danesin cambia le carte in tavola e si sofferma su particolari che perdono il senso del macrabo per sposarsi con la poesia: un fiocco che cinge una lapide spoglia, una ragnatela coperta di brina gelata, le ali di un angelo di pietra che veglia in un angolo nascosto del camposanto. E paradossalmente le sue foto, che pure evocano la morte in modo così diretto, si sottraggono a questo destino, perché in esse non c’è figura umana destinata ad invecchiare, ma solo “soglie” attraverso cui i rispetto e il ricordo per i morti si trasforma in un potente elisir di vita.

Nota critica in “Il mattino di Padova”
“La nuova Venezia” – “La tribuna di Treviso” 18.08.2003

Recensione
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