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La settima puntata della saga di Alain e Juliette ci riserva, più di ogni altra, molte sorprese. Ritengo superfluo soffermarmi sullo stile e le capacità di Cristina Contilli, in quanto già ampiamente dimostrate dall’autrice e da me espresse nelle recensioni ai volumi precedenti, mi pare comunque opportuno aggiungere che la forma diventa meno stringata, di più ampio respiro, i dialoghi non sono più così serrati, ma esprimono convinzioni politiche, brani di ricordi, spezzoni di storia personale dei protagonisti.

Sempre più le storie individuali si compenetrano con la “Storia”e sono i personaggi stessi a parlarne nei loro discorsi. E’ così che scopriamo proprio da Alain , il quale, oltre a non amare la politica e, pur essendo stato un valoroso soldato e marinaio, teme lo scoppio di un nuovo conflitto e lotta con la propria coscienza per giustificare gli accordi fra Inghilterra e Francia, che sta contribuendo a realizzare e che porteranno all’ esplosione di una nuova guerra.

Sulla bilancia, a favore delle sue motivazioni sostenenti gli accordi, la libertà del popolo greco dall’Impero Ottomano, dall’altra, gli interessi delle nazioni coinvolte. Allo stesso tempo, il timore che la nascente autodeterminazione dei popoli possa diventare una realtà, spaventa i nobili. Apprendiamo anche quanto sia ritenuto disdicevole che una donna parli di politica in pubblico.

Un’altra sostanziale differenza con i capitoli precedenti e che accomuna la Contilli a molti altri scrittori di saghe è il ritorno alle origini, in un viaggio a ritroso nel tempo, per riportare il lettore agli avvenimenti che hanno dato inizio al racconto.

Ed ecco che, con un’abile mossa, l’autrice ci riporta nella Calais del 1804, quando Alain incontra una giovanissima prostituta di nome Juliette, se ne innamora follemente, viene a conoscenza della sua tragedia familiare e personale, scopre che lei ha poco più di dodici anni e la chiede, molto formalmente, in moglie al padre, il marchese De Sade, detenuto in carcere e la sposa, facendo di lei la contessina De Soissons, sfidando le convenzioni ed il possibile scandalo ed anche le difficoltà poste in essere dagli sfruttatori della ragazza.

E più di vent’anni dopo, ci ritroviamo nella Londra del 1827, con Alain,in missione e la giovane moglie, capace di stupire e di far parlare ancora di sé a causa dei suoi atteggiamenti anticonformisti, avvinti dallo stesso amore, che lega, indissolubilmente, nonostante le crisi, personali e le guerre, il sessantottenne ma ancora aitante conte alla compagna della sua vita, di cui molti sembrano conoscere il passato e che sa ancora suscitare passioni e desideri negli apparentemente puritani salotti inglesi.

L’unico motivo per cui accetta di tradire il marito, per quanto opinabile possa essere tale comportamento, è salvare dal suo stesso triste passato, l’ultima amante del padre, quando ea poco più di una bambina, di cui lei non aveva avuto pietà.

Nel 1828/29, veniamo catapultati nel castello di famiglia dei conti Di Soissons, a Vic Sur Aisne, dove strani personaggi si muovono nelle antiche stanze: sono gli avi di Alain, destinati a vivere molto, ma molto a lungo, per un sortilegio, considerati fantasmi, ma, almeno all’apparenza, vivi e vegeti, anche se costretti a cedere proprietà e titolo ai discendenti, come è stato per Alain, il cui fratello non ha fatto più ritorno dall’America ed il cui padre è stato ghigliottinato (uno dei pochissimi modi per far morire un conte De Soissons).

Quindi, fra Alain e Juliette, esiste ancora un segreto, che lui non vorrebbe mai svelare alla moglie e che non sappiamo se lei scoprirà.

Speriamo in un seguito del romanzo, che ci fornisca un’adeguata risposta.

Recensione
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