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Alcune annotazioni durante la presentazione del libro

Libreria Cafè La citè
Firenze, 19 gennaio 2011

Quella di Roberto Mosi sembra una sfida difficile, ma vinta. La sfida di poter parlare, poeticamente, di Nonluoghi - luoghi pubblici come aeroporti, stazioni, ospedali, periferie, sottopassaggi, mercati e supermercati, centri commerciali, sale d’attesa ecc., nei quali ci troviamo a spostarci provvisoriamente, ma che di per sé non identificano niente e nessuno. Luoghi standard e luoghi della globalizzazione, certamente non belli o almeno non dal punto di vista estetico, massificati o degradati e, almeno in apparenza, anonimi.

Parlare da, e soprattutto di questi luoghi è cercare di catturare un’ombra: come oggetti di consumo o contenitori che ci troviamo a riempire della nostra presenza, subito se ne svuotano per acquistarne un’altra, in una sorta di passaggio tra vasi comunicanti. Ma la sfida è anche questa: provare a rivalutarli e perfino riappropriandosene, poiché volenti o nolenti, qui trascorriamo una parte significativa del nostro tempo, che può essere tempo perso oppure tempo utilizzato in maniera costruttiva e cosciente – un po’ come la scelta di leggere libri in treno. Paradosso del bello esperimentato nel brutto e proprio grazie ad esso; ma non è poi così assurdo che questi luoghi possano anche ospitare poesia e riflessione, puntellare col pensiero il transitorio, ovvero “Pensieri in fase di decollo” come li chiama Mosi. Del resto, proprio la letteratura contemporanea ci insegna che si può costruire sull’assenza, sull’eventualità, sull’epifania di un qualcosa che si manifesta anche solo provvisoriamente. In molta della poesia del novecento la parola non si appoggia più su valori, o ideali, o illusioni, fondativi; ora è il vuoto che dà significato al possibile, anche attraverso la negazione: tutto un filone di poesia che si potrebbe definire “poesia del non”, emblema il celebre “Non chiederci la parola” di Montale, che non è silenzio o rinuncia, ma ricerca di un’altra via di resistenza.

Se alla semplice contrapposizione di pieno e vuoto proviamo piuttosto a sostituire un’idea dinamica di svuotamento e riempimento – azioni e movimento continui e complementari, per cui la persona dà senso allo spazio, lo spazio dà senso alla persona, in uno scambio reciproco, una possibilità che accade – forse allora i non-luoghi di città e periferia oltre ad apparirci recipienti di degrado o squallore potranno chiederci di misurarci con quelle forme e colori che non vorremmo provare a dar loro un senso. Intanto, descrivendoli con fedeltà. Come nella fotografia è la luce che fa la differenza e che arriva nel buio a portare vita e significato all’immagine, così la voce, la parola, arriva in qualche modo a raggiungere la persona là dove ogni giorno si trova. Vari esempi in queste poesie.

Le voci stereotipate che si sentono dall’altoparlante della stazione possono anche essere messaggi che ci arrivano in un momento particolare della nostra vita. Partenze ed arrivi, voli e ritorni sono segmenti di un viaggio più ampio; fare la spesa al supermercato col carrello pieno o guardare il fiume che scorre dall’argine diventano gesti attivi e non alienanti o oziosi; ad esempio possono portare a un interrogarsi sul proprio ruolo familiare o sulla propria collocazione al mondo. Viene poi dato un risalto particolare, nel libro, ai “luoghi allo stato liquido”, leggibili anche come metafora dell’essenza informe che scorre e che dobbiamo riafferrare, un inno all’acqua che non è mai pura come alla sorgente ma sempre mischiata a detriti, rifiuti, contaminazioni, e anche questo è un dato che va accettato e riscattato. In questi luoghi infatti è anche possibile un incontro con l’altro, seppure in forma di incognita, seppure passeggero o sofferente – uomini, donne, bambini, immigrati, stranieri, viaggiatori ecc. – facendo così i conti con la varietà e diversità e cercando di accettarla. Osservare il paesaggio urbano e descriverne i movimenti diventa un’azione memoriale, chiamata a documentare e conservare una realtà composita e multiculturale.

Ma si va dunque oltre alla semplice registrazione della realtà, si chiede uno sforzo di incontro. D’altra parte il poeta da sempre è colui che si confronta con l’altro e con il differente, quindi questa è casa sua, il non-luogo è casa sua.

Così la voce poetica di Mosi, da sempre votata all’impegno anche civico oltre che letterario, riesce a collegare parole e immagini dando una ricostruzione a tutto tondo del nostro ambiente più vero. Lo fa usando un linguaggio in apparenza semplice, perché condiviso, scegliendo il verso breve e per lo più libero, ma anche un canto polifonico, preciso nell’osservazione e ricco di particolari, passando dal registro letterario a quello quotidiano fino al linguaggio tecnico, ad esempio il linguaggio giornalistico dei tg di guerra.

Una voce che ben si presta ad una lettura pubblica, comunitaria. Questa poesia infatti cerca una propria concretezza e uno sguardo nuovo da gettare al di là della banalità degli stereotipi e dei preconcetti, oltre le barriere dell’individualismo e al predominio del virtuale (il www che ricorre spesso anche nel libro e che vorrebbe regolare ogni aspetto della vita sociale). Il non-luogo reinventato dalla parola poetica forse può salvarsi dall’essere un semplice luogo comune di solitudine ed emarginazione e diventare luogo nuovo e anche un luogo-in-comune, condiviso a 360°. Resta infatti la speranza di poter realizzare ciò che scrive il sociologo Marc Augé (e che Roberto Mosi riporta nelle prime pagine del suo libro): “È nell’anonimato del non-luogo che si prova in solitudine la comunanza dei destini umani.” Magari anche comunanza di destino per noi, qui ed ora, grazie anche all’incontro tra poesie, musica, foto e disegni – e in questo che non è un non-luogo ma un caffè letterario.
Recensione
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