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L'esaltazione dell'ebbrezza nella poesia
e la ricerca della decifrabilità dell'anima e del reale.

La recente silloge di Angelo Lippo, edita dalle Edizioni Lepisma di Roma, con prefazione di Luigi Scorrano, dal titolo Elogio dell’ebbrezza, sprizza fin dal suo inizio un tono invitante, colloquiale ed intensamente poetico, nell’esaltare la fervorosa e benefica ebbrezza originata dalla degustazione del vino, come momento di una gioiosa pausa di meditazione basata su un’ampia ricognizione di sé e del reale, al di là delle tristezze, tormenti della solitudine e dell’ “insipienza dei giorni”. In tale accezione, il poeta, pur commisurandosi al dono di Dio, espresso nella Bibbia, del vino (“Bevi il tuo vino con cuore lieto”, Qoelet, 9), agli inviti del poeta Alceo di bere perché “il tempo è breve”, oltre che  ai versi, pensiamo, di Orazio, del Carducci, del Baudelaire (“partiamo dunque a cavallo sul vino | per un cielo fantastico e divino!”, Les fleurs du mal), e forse anche del poeta persiano Omar Khayyam, nato a Nishapur nel 1048, in più rispetto ad essi esalta l’ebbrezza e il piacere scaturiti dal vino come un tramite che favorisce un’alta concentrazione dell’io dell’uomo attivandolo a delle fondamentali commisurazioni ricognitive, avendo ‘epochizzato’ il tempo cronologico e quello del vivere un presente monotono e desolato e immettendolo in un panismo vitalistico, che è identificazione totale ed estasiata dell’intimità della sua anima con la sua terra e con la consapevole accettazione della socialità promossa dal vino (“brindo alle feconde | intese suggellate dalle profumate essenze”, p. 9) ed un dolce raffronto, sulle ali della memoria, con le verità insite nei miti, sicché il poeta si dichiara sempre disponibile e lieto di poter riattingere ad esse per sciogliere “ditirambi di nuove voluttà”, consapevole che siffatti incantevoli momenti gli assicureranno una lunga vita e l’accettazione serena anche della terribile morte.

I proponimenti, acquisizioni e convincimenti del poeta così scorrono ammalianti sulla nostra sensibilità, espressi da versi rivelanti una seducente compostezza classica, una sintassi sciolta e carezzevole e un lessico piano che tocca vertici di un’elevata espressività poetica anche nell’estrinsecazione di figurazioni analogiche che risultano misurate e pudiche, più allusive e poetiche di quelle rinvenibili nel Cantico dei Cantici (“Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino drogato. Mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva”, C.d.C 7), nell’accostare ed equiparare le rivitalizzanti caratteristiche del vino con le smaglianti forme della bellezza della donna: “Indovino le tue curve bionde, | conosco lo spumeggiare | dei tuoi passi. La stanza | canta della tua briosità” (Su cuscini d’aria, p. 13). Le liriche del Lippo rivelano una modernità classicheggiante, senza cadenze retoriche di riporto, di cui un chiaro segnale, senza dubbio, è l’assenza dell’iperbolica fioritura aggettivale. Infatti, le sue liriche presentano delle immagini icastiche, risultanti da una sublimazione delle emozioni, che hanno assunto una plasticità poetica lucida e distesa, soffuse di quell’alba trascendentale di luce densa delle lampeggianti visioni della celestiale “azzurrità”.

“In vino veritas! Azzurrità! | Nessuno osi contestare” (p. 18), esclama ed ammonisce il poeta, dopo aver invitato tutti a bere perché l’anima venga sollecitata a trascendersi in verità e purezza fino a svelare la profonda sua essenza e raggiungere l’intima ed eccelsa sua spirituale umanizzazione. Siffatto élan di elevazione spirituale è presente del resto anche nell’Antico Testamento, perché senza di esso si annullerebbe la medesima vita spirituale di ognuno. Infatti Gesù, dichiarando di essere la vite, transustanziandosi in pane e vino e recependo il vino come simbolo di sacrificio e redenzione (Gv. 15, 1-6), non può che offrire a tutti ed innalzare il calice della nuova alleanza. Nella lirica “Liturgia” il poeta fa rivivere i momenti più coinvolgenti e fervidi di quest’intesa di cuori, riuscendo a saper cogliere il loro  incanto indicibile e l’assorta dolcezza rivolti verso il cielo di una sublimazione avvincente, che risuona in modo trascendentale e per sempre nel nostro immaginario e sentimento.

L’io del poeta, scoprendosi ormai all’unisono con il suo passato e con le consapevolezze storiche della spiritualità dell’uomo, può reclamare “il tempo delle dolcezze”, pur “salmodianti nella solitudine | che sverna in segreti reconditi” ed interrogare la realtà, seppure densa di mistero ed indecifrabile, per ammirare la luminosità del “bianco dei gelsomini”, per cantare la bellezza della natura e, nel contempo, sublimare per sempre le negatività della vita. Ormai il poeta potrà accingersi ad investigare “l’inaudito | che dentro suscita risvegli” ed il pulsare risalente alla coscienza delle profonde ed urgenti voci dell’anima, che mirano ad una loro riduzione poetica che impone, perché esse diventino oggetto di canto, una loro lenta ed incisiva rielaborazione da parte dell’anima.

Allora, il prodigio della poesia del Lippo, nell’esaltazione dell’ebbrezza originata dal vino, risiede nel suo slancio vitalistico ed umanizzante proiettato allo svelamento di insospettabili accessi a spiragli e a degli sbocchi risolutori di quella sua tensione ricognitivo-interrogativa, tesa metafisicamente alla decifrabilità del mistero inson-dato della vita e della profonda essenza spirituale dell’uomo, anche se il poeta afferma, riferendosi all’eventuale nascita di una sua nuova pagina di poesia, che “Ancora non ti so cantare, | così continuo a scavare | nel solco delle mie ebbrezze, | nella mia bocca fragorosa di dolcezze”. Lippo, dunque, è il poeta che vive e ripassa in modo cruciale il rapporto tra l’inautenticità di una monotona ed effimera fenomenocità del presente e la ricerca di uno spiraglio metafisico che possa fondare e consentire l’approdo ad una inedita concezione di una più alta spiritualità dell’io e di una più gratificante umanizzazione della realtà.
Recensione
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