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La poesia di M. Grazia Lenisa dal titolo Eros sadico
sorprende in un presente che rimuove la morte di continuo come tema osceno
(Baudrillard) e la situa ad un'enorme distanza dalla concretezza
dell'esistenza. La morte, come polo di raffronto, in ogni cultura è stata, però,
sempre misura dell'umanità dell'uomo. Non per niente, Heidegger ha
affermato:che "La morte in quanto scrigno del nulla alberga in sé ciò che è
essenziale dell'essere". Per tale ragione, per sfuggire alla disumanizzazione
tipica del presente, scaturita dal pensiero filosofico occidentale
oggettivatile, forse l'ambito della poesia costituisce lo spazio più idoneo
per poter instaurare un nuovo dire che nomini la morte in termini unicamente
umani.La poesia, allora, si pone come la ricerca di uno spazio del fluire di una
parola connotata umanamente, che sia problematica e diretta nel commisurare a
questa figura del Nulla le pulsioni autentiche dell'io, le sue angosce e le sue
urgenze sentimentali. Per tali ragioni,
la
Lenisa dis-oggettiva la morte,
ha con lei un raffronto molto ravvicinato, l'attraversa e ne è anche
attraversata crudamente: vi precipita dentro, rifiutandosi di farne oggetto di
riflessione, che sarebbe un altro modo per oggettivarla ancora. Allora si ha, in
questa lirica lenisiana, la disperazione di un io che tocca vertici sconvolgenti
inusitati nel suo tentativo di voler umanizzare la morte, in un corpo a corpo
terribile e, a tratti, acre e patetico, e con una perdurante concentrazione
febbrile ed inquietante.Un eros vertiginoso ed aberrante, salito sul podio di un
sadismo orrido, crea insistentemente un'atmosfera da incubo permanente in cui
Cancer si accanisce in modo cruento sulla bellezza del corpo della vittima per
un'estasi tessuta sul trionfo rappresentativo del!' oscenità del Nulla. Ma,
quanta ironia seriosa o ammantata di un' ilarità disarmante da parte della
poetessa sulla scia di Charles Bukowski!
Così crudezze realistiche e descrizioni forti cedono il passo a
sberleffi, a pensieri arrendevoli, a metafore delicate. Anche la "Lady Death"
bukowskiana, è una donna bellissima e dalla voce sexy, così come bello è
descritto Cancer:
Cancer,
più bello non
conobbi mai
uomo crudele
tra stagli e pungoli e punte di
coltello avvelenate.
Già fin dall'inizio è proposta l'antitesi fra bello e crudele e
la e, data per polisindeto, cerca di accentuare il tempo della ferocia
di Cancer e della sofferenza, come l'anastrofe (punte di coltello
avvelenate). La sua crudeltà è contrapposta poi dal dimostrativo (quegli)
ai suoi "occhi celesti", al suo sguardo ammaliante che rimanda ad un'altra
dimensione.
All'esaltazione della bellezza morbosa e terribile di Cancer è connesso
un conturbante darsi di una situazione ossimorica da vertigini in cui I'
odio/amore e la vita ,morte creano dei notevoli
rimandi interni espressivi:
(..) Come lo
odio,
dio come lo amo che morire si deve in
qualche
modo e l'amo da morire, detestandolo quel po'
che mi
fa
vivere sognando.
Si tratta,
allora, di un rapporto fremente d'intensità e di una
pronunciata ambivalenza; ma si veda quel "Così elegante?", che segue a "Lo scosto dal mio petto ove s'inventa altri seni-
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fantasma", per scoprire la carica ironica che si diparte
dall'io della poetessa e che permea gran parte della lirica La subdola e grottesca ferocia di Cancer, nella sua veste di
ermafrodita e di androgino, ricorre anche a simulare giochi
infantili ("gioco col gatto con il topo") per sfogare il suo
insano sadismo ("mi sbatte contro il muro"). Sa anche soffiare
la sua voce nell'orecchio, cercando di atteggiarsi ad un clone
di un Casanova estrapolato da un ritratto. Ma, la conflittualità
non tarda ad accendersi tra i due con il lancio violento di uova
che danno la nausea. Del resto, tutta la lirica rivela la
presenza ricorrente dell'antitesi e del contrappunto che creano
delle totalità oppositive irrisolvibili, indici di una chiara
dicotomia dell'interiorità. La lirica lenisiana così accoglie
ossimoricamente i temi più cruciali dell'esistenza e le
riflessioni più intime del pensiero portandoli all'acme della loro
deflagrazione in un crescendo in cui l'ambiguità e l'ambivalenza
finiscono col non apparire più come dei contrari, perché l'amore
può tramutarsi in violenza, dolore e morte, come la morte (Cancer) può
porsi nelle vesti di un amore, seppure sadico e distruttivo ("Cancer distrugge sempre ciò che ama").. Ma è la poesia, alla fine,
che riesce ad annullare l'amore distruttivo di Cancer e ad
arrestare l'incipiente azione nullificatrice della morte: " Fate
silenzio, la morte che passa, | la saluta ridendo: un'altra volta, | oh Ragazza di Arthur:") Se la poetessa è consapevole che la sua poesia "possiede una difficile e
contraddittoria armonia che tenderebbe all'abolizione degli opposti", a noi sembra che quest'ultima si configuri nella modalità ipotizzata della "verifica trascendentale", perché senza
dubbio la poetessa è alla ricerca della più alta
definizione spirituale dell'identità dell'uomo con il
demandare alla Poesia, quale "vivente assoluto", una risposta
sublimante sulla morte. Comunque sia, gli ultimi versi della
lirica senza dubbio sono da accettare come il risultato di un prodigio e di un ribaltamento operati dalla Poesia
nella trascrizione di una sublimazione realizzata dalla
processualità della "verifica trascendentale la conversione di una
situazione abnorme di una sofferenza indicibile dell'io nella sintesi di
un poetico risarcimento trascendentale e tnetafisico.La convalida
di questa "alterità" poetica e sublimativa si ha propriamente in
questa lirica nel porsi come possibilità metafisica della nostra
spiritualità più autentica, come qualcosa che trascende la
precarietà nichilistica del reale per approdare all'assoluto e al vero poetico.
Ma si veda del
mio volume la lirica
del Terminelli "Il sindacato fascista", in cui si parla di un
operaio, costretto a lavorare nel giorno di Natale, alle prese
con una indicibile fatica, (p. 5)
che genera angoscia contrapposta al
prolungato riposo degli sfruttatori. Il comando dato dal padrone di andare
"su,
su, su, su, sempre su",
rivolto all'operaio
che doveva portare dei mattoni sulla spalla. si scontra con il canto-nenia che
proveniva dall'alto, invitante a voler rivolgere lo sguardo al ciclo e di salire
"su, su, su, su, sempre su". La
contrapposizione dei due antitetici punti di vista, quello che guarda alla vera
potenzialità spirituale dell'essere
oggettivo dell'uomo e l'altro pesantemente circoscritto all'ampliamento
dell'ingordigia materialistica degli sfruttatori si scioglie quando l'operaio,
salito sull'ultimo
gradino della scala, continua a salire in alto, come "un'aria senza corpo", come
un dolce effluvio di un'aerea essenza di spiritualità, come sopito sfuggire al
dolore della terra. Qui, per effetto della "verifica trascendentale",
avviene il prodigio della trasmutazione dell'io
sofferente in un io morale e poetico in forza di una Poesia che le concede un
credito altamente spirituale: uno spazio di sublimazioni avvincenti e
sconvolgenti per una catarsi quale denuncia amplificata a livello trascendentale
di un riscatto e ragione condivisi da tutti.
N.B. I riferimenti riguardano dee
interviste della l.enisa ed il mio
volume
La
poesia di P.
Tenninelli (Edizioni L'Involucro,
Palermo 1995).
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Recensione |
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Eros sadico
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poesia
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| Autori |
| • | Maria Grazia Lenisa |
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Edizione:
Edizioni Orient Express
Castelfrentano 2003 |
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| Preludio di Cristina Allegrini. Postfazione di Sandro Allegrini - pp. 64 |
| prezzo: € 8,00 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Mail Art Service nr.45/2003
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