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Un libro veramente pregevole, l’ultimo uscito nel maggio del 2005, di Lilia Slomp Ferrari, impreziosito dalla prefazione di un recensore di prestigio, pur’egli poeta, Paolo Ruffilli. Una silloge di versi che portano l’inconfondibile marchio di Lilia, uno stile e un lessico tutto suo, maturato via via lungo gli anni della sua fervida produzione “dicotomica” di poetessa in lingua, come si suol dire, e in dialetto. Un percorso particolare di parole, immagini, sensazioni, riflessioni ai margini del mondo della fantasia, dell’affabulazione, lungo labirinti misteriosi del paesaggio incontaminato dell’incanto, come una creatura dei boschi per baci di mirtilli e brividi di more.

Lilia mi fa pensare ad una mitica ninfa, un po’ Amadriade, che so, un po’ Maiade od Oreade, e il suo mondo poetico è un mondo di fiori, di animali, di pastori, di arlecchini con occhi di bambola, di stordite cicale, di gracidare lento delle rane, di iris gialli scolpiti dalla brezza. E anche in questo libro, dedicato alla drammatica esperienza della violenza alle donne, Lilia si muove in una dimensione poetico-umana senza perdere di vista, pur nella apoetica e cruda materialità della tematica, quel respiro lirico che le è congeniale.

Stringo la mia bambola di stracci | a croce sul corpo depredato.

L’innocenza violata di una bambina sparita una sera qualunque, ghermita | da un ladro alla porta serrata | come fosse diritto di secoli, è un atto d’accusa purtroppo drammaticamente sempre e ancora attuale, un atto d’accusa con parole di sofferta rabbia, di quasi impotente ribellione. Erano tanti, schifosi più dei vermi | che ora mi brulicano nel cuore | per un approdo ultimo di terra. Termini forti, crudi, inusuali (o sbaglio), che, sotto il brutale peso della violenza, si svestono della forza aulica del verso e diventano grido accorato di protesta. Mi hanno presa nel sogno di un campo | nel lampo che squarcia i velari | e tinge il greto di rosso.

L’uso incantato della parola e l’ispirazione di raccontare cose sullo stesso metro di come quando si racconta ad un amico, con naturalezza condita con fantasia, senza enfasi né banalità, senza abbondare con licenze metaforiche né tantomeno senza vaniloquenti neologismi, è tipico e rappresentativo del modo di scrivere di Lilia, che riesce a far poesia anche dell’apoetico. Un modo di scrivere senz’altro femminile, con un ritmo incalzante, anche se per lo più al di fuori dell’afflato metrico, versi in libertà, affabulanti che ci portano a coinvolgerci, a farci partecipi ascoltatori e quasi protagonisti del suo io narrante, a diventare noi interlocutori, se sappiamo raccogliere il suo messaggio, che è un segno di presenza viva, di sofferta compartecipazione al dramma dominante della raccolta.

Nell’apoesia del dramma della violenza, la poesia della madre in attesa ( mi scalpiti nel ventre, non so dirti | quanto mi prenda l’ansia del tuo viso, | del tuo sesso destino. Forse sarai | puledro del futuro quando il grano | sazierà le genti oltre i confini…| E non so ancora se potrò amarti.)

Il dramma di una donna che non ricorda, nel panico del momento, il volto di chi l’ha offesa: Mai saprò il volto predone | di chi seminò nel mio corpo la vita. Dolce, nell’umiliazione e sofferenza dell’offesa patita, la descrizione della giovane madre che appoggia con tenerezza le mani al proprio ventre, nido di una vita in fieri non voluta: Le mie dita sono volate | appoggiate sul ventre teso | al tuo attimo sospeso. | Cuscino questo grembo, | tentativo di un profilo, | di un singhiozzo d’amore proteso | alla marina. Eco, il rumore del mercato, | delle grida all’offerta migliore. Oppure, in un’altra poesia, l’attesa di una maternità ancora non visibile: le mani mi cercano il ventre piatto | di ieri e so che è ancora per poco. Molto bella anche l’immagine delicata, tipicamente slompiana, di una donna che parla al bambino che le sta nascendo in grembo, là dove dice…provo | a bussare piano con le nocche. | Ti sento mare rifiorire | di conchiglie sugli scogli.

Una caratteristica della poesia di Lilia, tecnica consueta anche in altri autori, è l’uso dei sostantivi come aggettivi. Abbiamo appena letto il sesso destino e il volto predone, ma tanti sono gli esempi che qui potrei farvi, come tempo arlecchino, la gonna sparviera, ed altri che probabilmente mi sfuggono.

Nove sono i mesi di gestazione, e nove sono le lune che danno i titoli ad altrettante poesie, dalla prima luna ( il velo rotto da artigli di lupo ), passando per tappe intermedie ( violata | quando viaggiavo pura nell’incanto | di un futuro..; fiorisco come boccio violentato…; fiore perfetto nell’imperfezione | di un atto d’amore trafugato…; e non so ancora se potrò amarti…; ti sento gorgogliare la paura…; e sillabo con te le mie ballate | stroncate…; non so tuo padre e non so i tuoi occhi…) all’ultima, alla nona luna, la più drammatica: ti han portato via braccia di ladra, | viso di pietra, riso di rasoio, | falcata lunga nel mantello in fuga. | Ti rincorrevo coi capelli al vento | e già non respiravo che le ombre | quando il fato mi ha richiamata | inerme sul giaciglio del dolore. (…) Al posto mio ti hanno lapidato. | Oh figlio dell’angoscia e del furore.

Con queste nove lune Lilia raggiunge il massimo della liricità, e non solo perché si affida alla musicalità del verso classico, quello dei maestri della poesia anche del Novecento, l’endecasillabo.

E voglio concludere con una considerazione del prefatore, Paolo Ruffilli: “L’attenzione che Lilia Slomp Ferrari ha nei confronti degli esseri che respirano è veramente a tutto campo. Ed è volta a inseguire e a pronunciare, sulla scena della poesia, la forza poderosa della vita.”

In definitiva, un libro-denuncia del dramma della violenza sulla donna, che chissà per che motivo è stato del tutto ignorato dal prefatore, mentre costituisce l’intelaiatura fondante sulla quale si snoda l’intera raccolta, tanto da formare quasi un tutto strutturalmente omogeneo, una sorta di poemetto.

Recensione
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