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Quando un autore ha raggiunto un suo stile particolare, inconfondibile, frutto di un viaggio introspettivo di anni di ricerca non solo poetica ma linguistica, creandosi un modello da seguire passo per passo, poesia per poesia, con un suo proprio repertorio lessicale, ha acquistato una sua precisa consapevolezza non solo di scrittura, ma anche e soprattutto di pensiero.

E allora il verso diventa il protagonista della sua sensibilità e della sua coscienza, attraverso esso vede e ci fa vedere le cose in un modo anche diverso da quello che sono, gli occhi suoi diventano quelli del lettore, che ne assimila le immagini. le metonimie, gli ossimori, le metafore come fonte comune di esperienze emotive.

Non mi ricordo chi abbia scritto una volta che tra poeta e lettore ci dovrebbe essere un tale legame da far diventare il lettore una parte integrante, partecipe, della poesia che sta leggendo; non una semplice figura passiva, ma altro da sé, la figura stessa del poeta.

Lilia Slomp Ferrari, con questa sua ultima raccolta, ci conduce in un mondo illusorio e trasfigurato di luci e ombre, di parole e di silenzi, di tenere e delicate emozioni femminine alla ricerca di un tempo perduto di cose, di persone un po’ reali e un po’ immaginari, noi e lei sorpresi, come trasognati, in questo viaggio evocativo, come uno sguardo all’indentro, secondo l’insegnamento del Leopardi nello Zibaldone, là dove scrive: “Il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago.” Lilia ha, poi, il dono di mutare in poesia ciò che tratta; potrebbe rendere poetico ciò che non lo è, come Sandro Penna, un grande poeta morto oramai più di trent’anni fa, un isolato della letteratura italiana del 900, che però sapeva trasformare in poesia anche le miserie e le bassezze umane.

Lilia, come Penna, pare a volte rifiutare il mondo degli adulti, come un mondo insignificante, un po’ volgare, un po’ misero. Rifiuta quasi di appartenere alla realtà. A volte ne sembra fuori, e col suo esserne fuori ci racconta assai poeticamente un mondo che pare sognato, straniato dalla gioia o dalla malinconia di passarvi dentro in sogno.

Statica la farfalla bianca | più della neve, più del biancospino | raccolto da bambina. Svolo | sul bucaneve assopito con ali | d’inverno. Brezza la farfalla, | intrigo al pontile del mutare, | armeggiare al porto dello stagno | dove di carta stanno le barchette.

Tutti noi, volendolo, possiamo “svolare” sui bucaneve assopiti o armeggiare nei porti degli stagni tra barchette di carta. Lilia, con la sua poesia, ce lo permette.
Recensione
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