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Solitudo

Ha scritto J. Cocteau: “la poesia non serve, è indispensabile.” Con questa affermazione si intuisce perché chiediamo alla poesia anche l’impegno. Se infatti è poetico un certo modo di essere, nella scrittura si concretizza il lavoro di ricerca sulla parola che è radicata nel quotidiano, nel linguaggio comunemente parlato. Il poeta custodisce il valore della parola, che è quello che rappresenta in un dipinto il colore, con tutte le sue diverse sfumature.

In quest’ultima raccolta poetica di Annamaria Cielo troviamo come sottofondo il colore inquietante della solitudine che, come sottolinea l’autrice nella sua breve presentazione, porta inevitabilmente in sé una parte di vuoto.

Un vuoto, sempre sue parole, che “nella sua capienza riversa la luce degli affetti, i ricordi, le orazioni.” Quindi un vuoto costruttivo, che serve a ricomporre i propri pezzi lacerati (quelli che Orazio chiamava disjecti membra poetae, le sparse membra del poeta ), a ricostruirsi con un paziente lavoro di assemblaggio di parole e di significati.

L’intenzione dichiarata di Annamaria Cielo è quella di “simbolizzare il vuoto” che divide le cose come sono da quello che potrebbero essere, e non è un lavoro facile dare senso e passione alle cose che ne sono prive se la poesia non nasce dentro di noi ( vedi Keats ) “con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi.”

L’ispiratrice di Annamaria Cielo è senz’altro la solitudine, la Musa dei sentimenti più nobili dell’Uomo, e lo si avverte già con la prima poesia, con la quale ci introduce in un suo mondo di dignitosa velata tristezza.

La solitudine ha gran parte di me
come un salice in forza di radici:
l’acqua non c’è, l’acqua ritorna
- il legno è la stanza di riserva dell’acqua -
le foglie cadono il verde,

Tutte poesie senza titolo ( a rafforzarne il senso di solitudine ) e brevi, concise, ma di una brevità che sa dirci tante cose;

Niente parole non necessarie, niente orpelli di arzigogoli o che altro, immagini scarne ma nitide, precise nella loro disarmante voluta semplicità espressiva.

L’annaffiatoio per la vita
è arrugginito.
L’erba si fa tre volte più alta.
La poltrona rossa della quiete
portata via, dove comincia.

Qui mi pare di vedere un De Chirico od anche un Carrà, quello passato alla pittura metafisica: un annaffiatoio, l’erba, una poltrona che non c’è più. L’esaltazione del vuoto della solitudine.

L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura, sembra dirci la Cielo in una sua inquietante poesia. Per Spinoza la paura non può essere senza speranza né la speranza senza paura. E per la Cielo la paura è un “posto da grandi”, … è in noi che dobbiamo cercare ciò che fa paura.

Ma è in ciò che fa paura che devi cercare / dove i pensieri volano alla cieca e tutto / precipita e accade / (…) / È un posto da grandi, la paura! / È pensare molto, / per sapere che cosa ti hanno insegnato / e cosa viene da te, per stare bene.

Sicure vie di fuga dalla solitudine sono i ricordi ( che però fanno anche male), i pochi tenaci affetti, lo sguardo estasiato di fronte alla bellezza della natura. Magari solo pochi brandelli di vita intensa o (naturalmente come extrema ratio) l’abbandono alla poesia, che è l’unica cosa che il poeta sa fare. Un canto dolce e triste, passionale o scettico, rarefatto o intenso. Dedicata al padre:

Rosario del silenzio. Rovereto. / Viale lungo d’ippocastani in fiore. / Frange di sole dietro i monti / come fiordi lucenti nell’alba affiorante. / Nella mano di te / tenevo il passo con un saltello. / Fiera di certezze. / Respiro inarcato dall’amore. / Questo ricordo ancora è scala e tiro / per la vita mula.

Sette punti di sospensione più quello finale in solo dieci versi. Come una voce strozzata che rientri in gola per riprendere fiato, un alternarsi di accensioni liriche (viale lungo d’ippocastani in fiore, fiordi lucenti nell’alba affiorante) e ardite sperimentazioni sul corpo della parola ( la vita mula ). Caratteristiche queste ancora più evidenti in un’altra poesia, dove il ricordo va al ritorno al lavoro di suo padre.

Tornava dal lavoro a mezzogiorno / voglioso d’incontrare gli occhi neri / di mia madre, che in corte lo aspettava. / Da un punto impaziente nella siepe, / attenta al loro bacio di piuma lenta, / stavo dove nascevo. / Stavo. Sul tempo che, avrei capito, / serviva per credere alla vita.

La voce della solitudine è senz’altro il silenzio, così come l’immagine del silenzio è la solitudine, quella solitudine che la poetessa impersona anche nella cara figura di sua madre intenta ai fornelli in cucina.

La madre ai fornelli dava legna. / Fuori della finestra riposavo gli occhi. / E il pensiero nel bianco pian piano / si faceva ordine e verginale sostanza. / La solitudine si sgranellava in fiocchi / e un vento la portava.

Altre immagini ancora della solitudine, questa grande protagonista interprete della poetica di Annamaria Cielo:

Amore: due solitudini e una nube - Abbracciare e amare uno sconosciuto / fu la miglior solitudine - Quando andai con la valigia / per solitudini - Solitudine, se tu ti degnassi - Viene / da una solitudine / così brutale - Solitudine, ruggendo tra i rovi - Solitudine, ombelico della mia ombra - Ultima solitudine madre dell’urlo, e così via.

Termino con una poesia che è un vero e proprio emblema della solitudine e del vuoto.

Scuote le ombre il vento e questo viale / di solitudine canta una lenta polvere / senza lotta e tutto va da solo. / Rotola con piede di cotone / un foglio di giornale contro il muro. / Un opale di vetro tiene il sole,

Recensione
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