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Prefazione a
Odisseus
di Francesco Alberto Giunta

la Scheda del libro

Neuro Bonifazi

Odisseus è uno straordinario, intenso e molto variato racconto di viaggi e di incontri avventurosi, dall’andamento mitico e quasi epico, nel quale l’autore, forte della favolosa miticità della natìa Catania (Paternò) e della patria siciliana in genere, imprime e in un certo senso nasconde, sotto l’aspetto di una funzione narrativa personale, memorialistica e autobiografica, diffusa nelle diverse fasi della narrazione (come è anche nell’Odissea), una struttura unitaria, allusiva e regolata dall’aspetto fantasioso di novello Ulisse, assunto da lui come protagonista di tutte le sezioni del racconto. Ciò è indicato chiaramente in una sua premessa, dove si allude alla identificazione con Odisseo, il quale, da un lato, omericamente, nella tempesta metaforica come di “flutti”o “stordimento” di studi e di pensieri, e pur ammaliato dalle moderne Calipso e Circe, non vede l’ora di “ritornare a Itaca, la sua Sicilia, un porto aperto ma sicuro”, e dall’altro, invece, dantescamente, “continua a errare nel mondo del sapere e della conoscenza, sempre alla ricerca di vie e visi nuovi”. L’abilità inventiva dello scrittore consiste nell’alternare e armonizzare tra loro le due tendenze, alternandole di più o di meno nelle varie narrazioni (il “morso della patria lontana” e del ritorno a casa con l’esigenza di viaggi “verso altre terre” da “viandante solitario”), fino alla composizione di un viaggio unico interiore ed esistenziale, unito al ricordo sempre presente della Patria catanese e della propria sicilianità, spesso riaffermata. Abilità che poi si evidenzia soprattutto nel far coincidere, indirettamente e senza parere, eventi e avventure e personaggi realistici e biografici con le storie avventurose del suo modello mitico e letterario di Ulisse e dell’Odissea.

Il serissimo giuoco delle identificazioni e delle coincidenze, che qua e là traspare con decisione, è sostenuto e favorito, oltre che dal forte amor di patria del nostro autore e dalla sua indiscutibile voglia di “conoscenza”, dal fatto che l’opera omerica può essere considerata anch’essa un romanzo avventuroso di struttura autobiografica, nel senso che le avventure del viaggio di Ulisse sono raccontate in gran parte dallo stesso protagonista. Il quale non è un caso che si chiami proprio Odisseus, un nome che ha già in sé la radice greca di odòs, ossia il “viaggio”, la “navigazione”, la “via”, e quindi è un nome sinonimico di viaggiatore, viandante, che ha il viaggio come destino e come attrazione dell’ignoto, ed è simbolo del legame patrio e familiare e del ricordo dell’infanzia e della propria nascita e origine, a cui in qualche modo sempre si ritorna nella vita di ognuno. E’ questa l’importanza di quel “paesaggio familiare”, intimo, interiore (citato qui giustamente nel pregevole commento del prof. Creati), aldilà delle esperienze dei viaggi come conoscenza degli uomini e delle strade del mondo.

Si può dire quindi che si tratta prevalentemente e comunque, nell’un senso e nell’altro, di un progetto “omerico”, quello che guida l’autore protagonista impegnato fin dall’inizio nella “veste di un nuovo ulisside”, introdotto in questa identificazione dalle circostanze storiche, mitiche ed esistenziali. Non è un caso, tra l’altro, che il racconto avventuroso e fantastico contenga sempre elementi della storia e delle vicende reali anche politiche italiane ed europee, e avvenga in sostanza nel tempo in gran parte di un “dopoguerra”, come quello di Ulisse! e non vi manchi la presenza degli amici e compagni di viaggio, che nel viaggio mitico periscono, insieme al sentimento angoscioso della precarietà alle volte tragica dell’amicizia, e tra la varietà delle apparizioni e delle conoscenze e dei personaggi incontrati non escluda la seduzione delle donne, ragazze o signore, dall’aspetto addirittura strano o magico o perfido, da identificare con le mitiche e omeriche donne, maghe o sirene, dell’ Odissea.

All’interno di questo interiore e implicito, ma spesso dichiarato, avvolgimento mitico e culturale, il racconto, in tutte le sue parti e varietà, mostra caratteristiche sue proprie e decisamente originali e rilevanti e, nella sua fondamentale passionalità, colpisce con l’acribia del particolare descrittivo, che non trascura nemmeno i minimi segni delle persone o della scenografia dei diversi paesi, gli oggetti, i nomi, le espressioni, nella vastità curiosa degli incontri. Ed è questa una esigenza riferibile senza dubbio al voler rendere tutto presente, credibile e visivo e letterariamente realistico, e comunque sempre contenuto al di dentro di un impegno o progetto interno ai “pensieri” e vivo, come l’indimenticabile “morso della Patria lontana”, alla quale ritornare, quasi a una “mitica Itaca”, pur attraverso enormi difficoltà e durante lo svolgersi di storici e drammatici avvenimenti. Allora le riflessioni appaiono spesso e sono profonde e continue, perché “lasciano un segno nello spirito” del sensibile e impegnatissimo viaggiatore, e danno al racconto un altro aspetto caratteristico, che è quello dell’approfondimento quasi mistico, religioso, dei fatti prodigiosi e incredibili e delle inaccettabili sventure, come presenza di ragioni sovrannaturali, che sostituiscono i misteriosi movimenti delle mitiche divinità antiche, che provvedevano a decidere in un modo o nell’altro la stessa narrazione.

Da Catania, dunque, si parte e a Catania in qualche modo si arriva e si ritorna sempre, e se la partenza rappresenta una specie di impresa guerresca, che alla decisione di acculturarsi e di conoscere il mondo e la natura universale degli uomini unisce la tenacia negli spostamenti e l’intelligenza negli studi e negli incontri con persone importanti e culturalmente decisive (tenacia e astuzia proprie del guerriero Ulisse, tradotte da Dante in “virtude e conoscenza”), il ritorno costituisce – sia per il personaggio antico, come per il moderno eroe – con il costante ricordo e la decisione che supera ogni ostacolo e respinge ogni tentazione, la forza interiore e determinante dell’origine infantile e familiare e la necessità di chiudere un ciclo, che affermi la legge della giustizia e la fedeltà dell’amore coniugale e paterno. Il leitmotiv della “patria forte e sicura”, da difendere prima con la partecipazione armata a Troia e poi con la vendetta sugli usurpatori della propria casa a Itaca, percorre sotterraneamente e con legami allusivi e somiglianze di pensiero e forse inconsce, tutte le avventure, l’andata e il ritorno, e come una struttura autobiografica, dà la sua impronta mitica all’intera narrazione dei viaggi, di forte connotazione culturale e curiosità giornalistica, nel complesso “reportage” del nostro agguerrito scrittore.

Questa notevole esemplarità letteraria aggiunge un’ulteriore qualità alla stessa intensità della scrittura decisamente non comune del nostro autore in quest’opera – che così ha veramente l’apparenza di una discesa negli “abissi” della sua anima, strettamente legata alla patria siciliana, alla sua infanzia e alla sua adolescenza – e coinvolge la linea della sua già eccezionale avventura esistenziale e culturale di “giramondo impenitente”, o di “assetato cultore dei problemi che ruotano o che nascono dalla conoscenza”, in un vasto contesto di vicende storiche e patriottiche, con “assoluta libertà di pensiero”, e con la coscienza di fare non “escursioni occasionali” nel tempo e nello spazio, ma di “mescolarsi a un’umanità protesa verso nuove speranze”. Il cammino allora del racconto, essendo un cammino intimo e profondamente memoriale, e nello stesso momento una proiezione nel futuro di una umanità “distratta dai nuovi idoli tecno-economico- sociali nell’era dell’avanzato progresso informatico-mediatico”, accetta di ripercorrere tutte le varie strade percorse e raccontate e descritte ora col gusto proprio della conoscenza e del ritrovamento insieme, e si sposta da Lovanio a Chaleroi, dall’Aja a Parigi, fino a Manila o alle “rapide” di Pagsanjan, e oltre, portando con sé la mai perduta o dimenticata sicilianità dello scrittore; della quale non c’è da meravigliarsi se riappaiono le belle e singolare forme linguistiche siculo-italiane, e altre apparizioni dettate da un continuo “ritorno” del pensiero (non esclusa la diversa cultura gastronomica alle falde dell’Etna”!).

E accanto alle donne, o alla “donna del risveglio”(!), ecco gli incontri, le letture, i sodalizi poetici, le interviste, i convegni, e altro ancora, che compongono il panorama anche tragico degli spostamenti e dei ricordi della recente guerra, anch’essi omerici come quelli di Ulisse, e le stragi orrende, queste in opposizione alle giuste rivendicazioni dell’eroe, come quella assurda e ingiusta di Cefalonia, rammentata proprio, come la mitica, in chiusura dell’opera, forse a significare, da ultimo, la differenza tra il senso nobile della giustizia familiare dell’antichità mitica di Odisseo e l’orrore invece della nostra moderna e inqualificabile e feroce decadenza umana. La quale forse ha lasciato ancora, e malgrado le nostre speranze nel futuro, qualche traccia inquieta in quegli “abissi” dell’anima, rammentati con tanto favolosa e apparente serenità dal nostro insuperabile scrittore di viaggi e di ricordi amorosi.

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