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Il figlio del boia

1
Il primo sasso mi passa a pochi centimetri dalla tempia.
Più che un sasso è un impasto di terra argillosa, quella terra grigia e opaca che si trova vicino allo stagno dove i ragazzini vanno a giocare nelle afose giornate estive.
“Bastian scappa tanto domani non ci sfuggi!”
Mi metto a correre, mentre la pelle comincia a bruciarmi e sento le risate di scherno aumentare di tono, dietro le mie spalle.
Noto che nel gruppo c’è anche Stephane, resta in disparte con aria imbronciata.
La voce di Juan sovrasta le altre e sono sicuro che è lui a lanciare il secondo sasso che mi colpisce su una guancia.
Mi chiamo Bastian Vailant e sono figlio di Clément Vailant e Rosa Picone.
Vivo in un piccolo paesino della Francia, ammesso che si possa chiamare paese un gruppetto di case spruzzate su una collina, percorsa da una strada sterrata, con una chiesa e qualche negozio.
Abito in fondo alla strada, vicino alla fontana vecchia, l’ultima casa del paese senza giardino, senza patio e sempre con le tende abbassate.
Possediamo solo uno stretto cortile, circondato da un alto muro, che si trova dietro la casa e dalla strada non si vede.
Una stretta striscia di terra fangosa dove mia madre coltiva fiori e
ortaggi.
La gente mormora che sia il luogo dove si allena mio padre per il suo “lavoro”. Mio padre che non fa il falegname, il maestro o il medico, ma il boia.
E la nostra è la casa del boia, la fontana è la fontana del boia e io sono il figlio del boia.
Un marchio indelebile che mi accompagna dalla nascita, che fa di me un paria, uno da evitare ad ogni costo.
Mi fermo vicino ad un campo dove crescono spontanee le ortiche per riprendere fiato e mi viene in mente di strofinare in faccia, con forza e rabbia, alcune foglie nella speranza che questo possa coprire il danno fatto dall’argilla.

2
Non voglio che mia madre si preoccupi, anche lei vive come un’appestata, ma so che riesce a sopportarlo se io continuo a frequentare la scuola e a recitare la mia parte nella commedia che io e lei ci siamo inventati: fare finta che tutto vada bene.
Mi vede tornare con i vestiti stracciati, i graffi sul viso, sa delle continue minacce e dei soprusi che subisco a scuola, del fatto che tutti mi evitano.
Conosce la solitudine che mi accompagna, la tristezza, il rancore, l’odio che avverto attorno a me perché sono sensazioni che prova lei stessa, ma fa finta che per me non esistono e continua a trascinare, giorno dopo giorno, la sua scialba esistenza sorretta soltanto da questa ragnatela di finzione e menzogne che abbiamo costruito come uno scudo a difesa della nostra stessa fragilità.
Come sempre è in attesa del mio arrivo, lo capisco dalla tenda appena scostata.
Apre la porta sollecita, con le orecchie vigili e lo sguardo attento del cervo che teme il leone nella savana.
Ha sempre paura che qualcuno possa vederla e ingiuriarla.
Io entro dentro casa con uno sguardo che, più che allegro, come invece vorrebbe essere, è l’espressione ebete di un folle.
Il volto mi brucia talmente che gli occhi hanno iniziato a lacrimare e il naso mi cola.
Mia madre porta una mano alla bocca per soffocare un grido.
“Non è nulla” cerco di confortarla, ma il dolore è così acuto che mi sento svenire.
“Cosa ti è successo?” chiede lei, mentre mi aiuta a salire le scale e mi accompagna nella mia camera, facendomi stendere sul letto.
La penombra mi regala una sensazione di freschezza, chiudo gli occhi e l’odore pungente dell’arrosto che si mescola al profumo della vaniglia solletica le mie narici.

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Mia madre, di origine italiana, è una magnifica cuoca e tutte le persone che si rifiutano di frequentarla qui in paese non sanno cosa si perdono.
La sento scendere in fretta le scale e trafficare in cucina. Ritorna un po’ affannata con una bacinella dove ha sciolto qualcosa. L’acqua è torbida.
“Che cosa è successo?” ripete, con voce stridula, mentre con gli occhi mi implora di non raccontarle la verità.
Ha appoggiato delle pezze di tela sulle mie guance in fiamme e mi accarezza dolcemente i capelli.
Ormai sono tranquillo, ho di nuovo il controllo delle mie emozioni e posso inventarmi la bugia che lei si aspetta, mentre penso che attimi come questo mi ripagano di tutte le cattiverie subite.
Ho solo sette anni e mia madre è tutto il mio mondo.
“Sono scivolato come uno stupido in un campo dove c’erano ortiche e invece di appoggiare le mani sono caduto a peso morto”.
E’ la prima bugia che mi viene in mente, ormai ho inventato di tutto per coprire graffi, schiaffi ed escoriazioni di ogni genere.
Sento mia madre rilassarsi, in fondo a lei, lo sa, non interessa la verità perché è troppo dura da affrontare.
Ora ha quasi l’ombra di un sorriso sul volto che la rende bellissima, mentre scuote i riccioli scuri e continua ad accarezzarmi i capelli.
“mio piccolo orsacchiotto” sussurra, sfiorandomi delicatamente la fronte con le labbra “facciamo così” e intanto mi guarda con aria da cospiratrice “domani rimani a casa da scuola finchè queste brutte bolle non spariscono”.
Annuisco e richiudo gli occhi, so che questo è il premio per aver evitato ancora una volta la verità.
Nonostante abbia soltanto sette anni mi rendo conto che non potrò per sempre nascondermi dietro bugie, la verità prima o poi prenderà il sopravvento ed io tornerò ad essere il figlio del boia anche per mia madre.
Mi giro su un fianco cercando di non pensarci, il suo profumo di fiori aleggia ancora nella stanza e io sono troppo occupato a salvarmi dal presente per potermi preoccupare del futuro.

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Passo il giorno dopo ad aiutarla a preparare una torta di mele.
Mia madre è allegra, non dovrà passare la giornata a preoccuparsi per me, di quello che può accadermi fuori casa.
Mio padre è partito, è andato dalle “autorità”, come le chiama lui, a Nantes a chiedere chiarimenti su alcuni dettagli che riguardano il suo lavoro.
Naturalmente con me non ne ha parlato, sono solo un bambino.
Non ne ha discusso credo neppure con mia madre, a lei non piace parlare del lavoro di mio padre.
In cuor suo è felice di questa possibilità di passare un po’ di tempo insieme.
Ha solo chiesto a mio padre di portarle alcune cose che qui in paese non si trovano.
Mescolo con cura la crema che mia madre ha preparato e approfitto di un suo attimo di distrazione per affondarci un dito ed assaggiarla.
E’ dolce, sa di limone e mette di buonumore.
“Oggi preparo anche la frittata” mi informa, intenta a tagliare una mela a fettine regolari che poi io comporrò sopra la crema, prima di cospargerle di zucchero.
E’ il mio aiuto in cucina e lo eseguo con attenzione, anche se qualche granello di zucchero si sparge sul tavolo e le fette di mele, nonostante la mia buona volontà, sono un po’ storte.
“Verrà una torta bellissima” mi rassicura mia madre notando la mia perplessità.
Infila il dolce nel forno e aggiunge alcuni pezzi di legna per aumentare il calore.
L’abbraccio, l’odore di cannella le impregna i capelli e io lo respiro insieme al suo odore e mi sento in un porto sicuro.
Mio padre è un uomo alto, robusto che veste sempre di nero e se non fosse il boia, con quella aria triste e severa che ha, farebbe probabilmente il becchino e per me la vita sarebbe molto meno complicata.
Almeno Théo, il figlio del becchino, viene beffeggiato, ma nessuno ha il terrore di lui o lo picchia.

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Anche lui mi evita come se nella graduatoria inventata dagli uomini per catalogare i propri simili lui fosse un gradino sopra il mio. Secondo quali parametri non lo so.
Sembra assurdo, ma nessuno tratta male mio padre, anzi lui gode di una forma di “Rispetto”.
Per la verità, forse più che rispetto è terrore, ma anche se la gente lo evita, non lo minaccia ne offende.
Pari quasi che tutto l’astio che accumulano nei suoi confronti lo scarichino su di me.
A volte riesco ad avere qualche settimana di pace, quando si sparge la notizia che ci sarà un’esecuzione e mio padre è colui che la eseguirà.
“Potrebbe essere un tuo parente” sibilo, non senza una punta di soddisfazione nella voce, a Juan, uno dei miei aguzzini più feroci “considerato la famiglia che ti ritrovi”.
Juan mi guarda con occhi carichi di rabbia, ma non ribatte e corre via senza neppure toccarmi.
E’ come un segnale: fino al giorno dell’esecuzione nessuno mi infastidisce.
Accumuleranno rabbia fino a scoppiarne e appena finirà la tregua verrò perseguitato con maggiore accanimento, ma per ora posso dedicarmi con tranquillità alle attività che preferisco.
Tirare sassi nello stagno senza il rischio che qualcuno tenti di affogarmi, camminare per la strada senza controllare dietro ogni angolo, studiare sui libri senza pagine strappate.
Naturalmente solo, ma si sa la perfezione non è di questo mondo e io amici non ne ho.
Di questo periodo di tranquillità beneficia anche mia madre.
Cucina piatti succulenti e bellissimi, adorna la tavola di fiori e mi manda a scuola con vestiti migliori.

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A volte la sento cantare qualche vecchia canzone della sua terra e mi illudo di poter vivere una vita normale.
Poi l’esecuzione ha luogo e tutto ritorna come prima.
Durante i periodi di tregua, a volte, anche se è inverno, ma è una bella giornata di sole, mi reco sulla sommità della collina ad osservare i pastori che accudiscono le pecore.
Mi tengo a distanza, ascolto i belati portati dal vento, il suono delle campanelle e immagino come sarebbe la mia vita se fossi il figlio di un pastore invece che del boia.
La mattina dovrei svegliarmi presto per accompagnare il gregge al pascolo, attento a non smarrirlo, insieme a un cane dall’aspetto buffo e simpatico, come quello di Stephane.
Stephane è un mio compagno di classe, ha qualche anno più di me, e non viene a scuola con regolarità, perché deve accudire le pecore.
A volte, durante la pausa per la merenda del mattino, tira fuori dal suo sacchetto di tela due fette di pane cotto dalla madre nel forno a legna con dentro il formaggio di pecora e un odore di latte fermentato si sparge per tutta la classe.
Immancabilmente Juan fa il prepotente e si fa consegnare il panino, minacciando Stephane di riempirlo di botte nel caso si opponga.
Stephane lo supplica di lasciargli almeno un boccone perché appena esce da scuola deve lavorare tutto il resto della giornata.
Quando è di buonumore Juan lo accontenta.
Juan è figlio di portoricani arrivati in paese da chissà quanto e, come tutta la sua famiglia, è un attaccabrighe.
Alcuni dei suoi parenti sono stati giustiziati su pubblica piazza e altri sono in prigione per furti o risse.
Forse è questo il motivo per cui non sono simpatico a Juan, essendo il figlio di mio padre gli ricordo troppo la legge.

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Io e Stephane avremmo potuto diventare anche amici, se non fosse per colpa di Juan.
Non che il fatto che io sia il figlio del boia non abbia il suo peso, anche a Stephane, come agli altri bambini, è stato proibito frequentarmi. Però Stephane ha dieci anni e venendo a scuola solo saltuariamente non ha veri e propri amici, anche se gli altri miei compagni con lui parlano e non lo considerano un lebbroso.
Anche se sono solo un bambino ho capito che fra noi c’è una simpatia di fondo e avremmo potuto anche diventare amici.
A volte mi sono divertito a immaginare nostri incontri segreti in qualche posto nascosto dove avremmo potuto incontrarci per scambiarci confidenze, ma Juan arriva sempre a spaventare Stephane appena si accorge dei miei tentativi di rivolgergli la parola.
Stephane ha preso l’abitudine di evitarmi per non essere infastidito da Juan.
Io mi consolo pensando che Stephane, anche se solo per un attimo, mi è stato amico, anche contro la sua stessa volontà, perché i sentimenti non hanno padroni.
Per questo mi piace venire sulla collina e sedermi sull’erba umida, mentre il vento mi fa fischiare le orecchie.
Posso vedere Stephane accompagnare le pecore al pascolo e immaginare di stare insieme a lui a giocare. Mi fa sentire meno solo.
In paese, ogni anno, si organizza una festa per ringraziare la terra dei suoi doni e il tempo della sua clemenza, anche quando clemente non è.
E’ una festa in cui i bambini indossano costumi, cuciti dalle loro madri, raffiguranti personaggi, animali, alberi del bosco.
Stephane si veste sempre da pastore e porta anche la sua pecora preferita, Norine, alla festa.

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Così, almeno, ho sentito raccontare dagli altri bambini quando ne parlano fra loro. Io non ho mai partecipato.
Tutti gli anni appena si avvicina il giorno della festa inizio a mangiare finché non faccio indigestione o prendo freddo apposta per farmi venire la febbre.
Così mia madre ha costumi cuciti a metà chiusi in un baule.
So che a lei piacerebbe vedermi partecipare alla festa sarebbe la prova che sono ben inserito fra i bambini del paese.
Lei non è mai andata alla “Festa del Bosco” del resto non esce mai di casa, ma si strugge per me.
Mia madre sono giorni che cuce canticchiando e mi osserva in attesa che le comunichi che mi sento male, ma nonostante aspetti stavolta non la deludo e quando il costume è pronto sono pronto anch’io.
Ha cucito un bellissimo vestito da folletto del bosco con un cappello ornato da una piuma di pernice.
Quando lo provo mi sta a pennello e per un istante penso che è talmente bello che potrei vincere la gara.
Alla fine della festa viene premiato il vestito più bello e un bambino e una bambina vengono incoronati “Re e Regina del Bosco”, rimanendo in carica per l’intero anno.
L’anno prima è stata incoronata Regina del Bosco Eleonore, la bambina di cui sono innamorato senza speranza e Juan, che ha minacciato di picchiare tutti i bambini che non votavano per lui, Re del Bosco.
Nessuno, come di consueto, si è preoccupato di chiedermi se parteciperò alla festa.
La sera della festa indosso il costume e sono emozionato, in fondo è la prima festa a cui partecipo, forse riuscirò anche a parlare con qualcuno.
In un’occasione speciale come questa e tutti travestiti si dimenticheranno, almeno per una sera, che sono il figlio del boia, penso speranzoso.
Mia madre è orgogliosa sia di me che del lavoro che ha fatto.

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“Divertiti” si raccomanda allegra mentre io e mio padre ci dirigiamo verso la piazza.
Mio padre ha detto che mi accompagna e fa un giretto per vedere un po’ come è la festa, ma non è molto interessato. Del resto non ci sono tante persone disposte a scambiare qualche parola anche con lui, nonostante tutta la gente che incrociamo lo saluti.
In piazza si sono radunate già parecchie persone e i bambini si divertono a rincorrersi e gli adulti ballano al suono di un’orchestrina improvvisata.
L’atmosfera è allegra e qualcuno canta a squarciagola e ride forte, aiutato da qualche boccale di birra o vino.
“Guardate è Bastian” urla Eleonore, smettendo di correre in tondo. I suoi boccoli d’oro ondeggiano.
E’ molto carina con un vestito da contadinella e i fiori fra i capelli.
“Ha un costume bellissimo” si meraviglia, mentre anche gli altri bambini hanno smesso di correre e mi guardano sorpresi.
Mio padre intanto non è più al mio fianco.
“Che ci fai qui, topo di fogna?”
Mi volto è Juan vestito da brigante, con un coltellaccio in mano, che mi sorride beffardo, con il solito gruppetto di bambini che lo seguono conme cani fedeli ed eseguono ogni suo ordine.
Si allena come capo di una futura banda di teppisti.
“Sono venuto alla festa” rispondo, tentando di dimenticare il coltello che ha fra le mani e con cui sta giocherellando.
“Bel costumino”
Mi ha puntato il coltello contro il petto, sento la punta pungermi sotto la maglietta “forse quello da boia era più adatto non trovi?” e fa scorrere il coltello affilato sul mio vestito.
Sento la stoffa tagliarsi e pezzi di vestito cadere ai miei piedi.
La gente attorno ride, balla e si diverte e sembra non essersi accorta di niente.

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Ormai indosso solo una maglietta un po’ consumata e il mio vestito è rovinato.
Juan non è più vicino a me è già andato a tormentare qualcun altro.
Non potrò certo partecipare all’elezione di Re del Bosco conciato così.
Raccolgo i pezzi del vestito e cerco di trattenere le lacrime.
Sento una tale rabbia montarmi dentro che posso rincorrere Juan ed ucciderlo.
Non potrò mai avere una vita normale, non potrò mai essere come gli altri, ma almeno lui sparirà da questo mondo.
Sto per correre a cercarlo incurante delle conseguenze, cieco di rabbia, quando la voce pacata di mio padre mi raggiunge.
“Bastian vieni andiamo a casa”
Mi volto, è alle mie spalle, non so se ha visto quello che mi ha fatto Juan e non è intervenuto apposta o se è arrivato soltanto adesso.
La mia rabbia si placa di colpo.
“Il vestito si è rovinato” gli mostro i pezzi di stoffa lacerati.
Non commenta, mi ripete di andare a casa.
La sua calma mi esaspera, il fatto che non abbia chiesto spiegazioni su quanto è accaduto mi fa credere che non gli importa di quello che mi accade.
La prima volta che mio padre mi ha fatto assistere all’uccisione di una gallina avevo cinque anni e fino a quel momento mi ero dedicato con impegno al compito di ingrassarle ben bene con granaglie di prima scelta e dare loro dei nomi simpatici: Cocò Beccoduro, Crestastorta.
In fondo erano gli unici amici che avevo e con cui potevo giocare, divertendomi a rincorrerle per il cortile mentre starnazzavano spandendo piume attorno.
Credo che fino a quel momento non avevo associato le galline ai polli arrosto che imbandivano la nostra tavola per le feste.

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Ero convinto che Beccoduro e gli altri servissero solo per produrre uova.
Sapevo già che mio padre faceva il boia perché bambini più grandi si erano presi il disturbo di riferirmelo e qualcuno aveva già iniziato a infastidirmi con calci e pugni, ma tutto sommato la mia vita era ancora sopportabile.
Quel pomeriggio mio padre mi pregò di andare con lui nel cortile.
Io ero convinto di dover dare da mangiare ai miei amici. Così mi ero portato il secchio con le granaglie.
“Appoggialo in quell’angolo, Bastina” disse mio padre, indicandomi un punto nel terreno fangoso.
Solo in quel momento mi accorsi che aveva un’ascia in mano, un’ascia lucente con la lama molto affilata.
“Siediti qui” e mi indica una cassa di legno rovesciata, mentre cerca di afferrare Crestastorta che, avvertito il pericolo, corre a nascondersi dietro il secchio di granaglie.
Mio padre la prende per il collo in malo modo, io mi irrigidisco e guardo con terrore la tavola di legno, vecchia e malandata, dove mia madre di solito appoggia i fiori o gli ortaggi che coltiva nell’orto.
“Vedi Bastian, a volte capita di dover uccidere qualcuno che conosciamo, o addirittura a cui siamo affezionati” e mentre pronuncia queste parole mi fissa intensamente negli occhi, con quel suo sguardo gelido.
Crestastorta ha smesso di divincolarsi e di emettere suoni.
Io osservo la scena come in trance: mio padre appoggia Crestastorta sul tavolo, il suo collo allungato sembra un’anguilla di fiume.
“Noi possiamo solo cercare di non farla soffrire Bastian”.
Mio padre accarezza il collo di Crestastorta lentamente “facendo bene il nostro lavoro”.
Poi alza l’ascia e colpisce con un colpo secco e deciso il collo della gallina che cade a terra, mentre uno schizzo di sangue mi colpisce una mano.
Mi alzo urlando, mio padre cerca di afferrarmi ma corro via come un calabrone impazzito dentro una bottiglia, urlando come un ossesso, finchè non cado a terra svenuto.

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Passo tre giorni a letto con una febbre da cavallo mormorando frasi sconnesse.
Mia madre nutre un tale astio nei confronti di mio padre che penso possa incenerirlo solo con uno sguardo.
Mio padre continua a sostenere che è tutta colpa sua se sono così sensibile. Sento la sua voce coprire quella di mia madre a tratti mentre sono steso sul mio letto e riesco a cogliere solo qualche frase spezzata.
“Tu e la tua razza” escono dalla bocca di mio padre queste parole quasi le stesse sputando con una tale forma di disprezzo che capisco che mia madre per lui è una paria come lo sono io per Juan. Mi chiedo perché l’ha sposata.
Sono ancora troppo piccolo per capire quali strane alchimie possono unire un uomo e una donna e quali tortuose strade mio padre ha dovuto percorrere.
Riuscirò, se non a capirlo, almeno a giustificarlo molti anni dopo quando i suoi incubi saranno i miei e non mi daranno tregua nelle mie notti insonni.
Per il momento veleggio in un mondo ovattato dove solo il palmo fresco della mano di mia madre è reale.
Davanti agli occhi continuo a vedere gli occhi a palla di Crestastorta che mi implora di salvarla, il suo collo staccato dal resto del corpo e grondante di sangue che mi insegue per tutta la casa.
Urlo, con quanto fiato ho in gola, anche se mia madre dopo mi dirà che mormoravo solo parole senza senso, come se il mi odisgusto fosse così profondo da non poter essere neppure rivelato.
Quello che è certo è che da quel giorno non sono più lo stesso bambino.
Qualcosa dentro di me è morto per sempre insieme a Crestastorta.
Mio padre non riprova a farmi assistere all’uccisione delle galline e io da quel giorno non riesco più ad avvicinarmi ad un pollo arrosto senza vomitare.
Inizia però a pulire i suoi strumenti di lavoro sul tavolo di cucina, alla luce delle candele, mentre io aiuto mia madre a disfare una matassa di lana o a sgranare i piselli.

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Compie gesti lenti, attenti, sicuro che lo sto osservando, anche se sembra il contrario.
E’ il suo modo per dirmi che non ho scelta, non ho scampo, posso scalciare come un puledro selvaggio quanto voglio, ma la morte fa parte della mia stessa vita.
Mio padre non mi chiederà mai di assistere alle esecuzioni, o di aiutarlo a preparare i condannati, continuerà a pagare Tobie, un vecchietto segalino e rubizzo, che abita a Nantes, ma questo non cambia lo stato delle cose per lui: io sarò boia, come lo è lui, come suo padre e il padre di suo padre fino alla notte dei tempi.
Di mio nonno non ricordo nulla. E’ morto prima che io nascessi ed è solo una immagine sfocata in una fotografia color seppia.
Un uomo grande e robusto, con gli occhi azzurri di ghiaccio come mio padre e come me del resto.
Di lui in famiglia si parla poco e quando accenno a lui con mio padre mi sento rispondere con un secco
“Faceva il boia come me” che a casa mia equivale a dire tutto normale, mentre di normale non c’è proprio niente.
Qualche volta ho provato a chiedere notizie del nonno a mia madre, nella speranza che almeno liei possa sollevare il velo di mistero che avvolge il mio avo.
Ma anche lei, in tono evasivo, ha liquidato in fretta l’argomento.
“E’ morto giovane e quando ho conosciuto tuo padre era già orfano”.
“Quando ho conosciuto tuo padre” anche questo è un argomento su cui mi piacerebbe avere notizie.
Mi chiedo dove mio padre possa aver conosciuto mia madre, visto che, se tanto mi da tanto, anche lui non doveva avere molti amici e molte ragazze che gli correvano dietro nel paese e neppure in quelli vicini.

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Non che non sia un bell’uomo e anche mamma è una bella donna ma perché si trova in Francia se è italiana? E come mai non ho mai conosciuto nessuno della sua famiglia? Tutti morti anche loro?
Forse non sapeva che mio padre faceva come lavoro il boia o l’ha imparato troppo tardi?
Queste domande mi frullano in testa da tempo e continuano a rimanere senza risposta.
Non ho il coraggio di affrontare questo discorso con i miei genitori, però più passa il tempo più mi sembra impossibile che si siano conosciuti in modo normale.
Come altri interrogativi che mi pongo, le risposte mi vengono date o in modo casuale o da persone che mi odiano e mi evitano, ma che in compenso sembrano conoscere tutto di me.
Per quanto riguarda mio nonno sono riuscito ad avere qualche notizia, durante un periodo di tregua dovuto ad un’esecuzione imminente, da Juan.
La settimana prima di un’esecuzione potevo permettermi anche di essere spavaldo, anche se poi pagavo a caro prezzo queste alzate di testa.
“Era più bravo mio padre o mio nonno come boia? Hai chiesto alla tua famiglia dovrebbero essere esperti” avevo provocato Juan all’uscita di scuola.
Juan mi aveva guardato con rabbia repressa e l’istinto di assalirmi e riempirmi di calci e pugni, ma si era limitato a ribattere.
“Tuo nonno la coltellata se l’è proprio andata a cercare, non credi anche tu che sia stato da depravati festeggiare ogni esecuzione con una bevuta all’osteria?”
“Vuoi dire che mio nonno è stato ucciso?” dico meravigliato, senza preoccuparmi di far sapere a Juan che non ero a conoscenza degli avvenimenti più importanti della mia famiglia.
“Perché non lo sapevi topo di fogna” ha sogghignato Juan “ nella tua famiglia siete tutti dei perversi. Tuo padre che fa per festeggiare? Uccide le galline e le offre in sacrificio a Satana?”.

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Juan ride senza ritegno e anche qualche ragazzino che si è avvicinato nel frattempo si unisce al coro di risate.
“Stai attento a non essere tu il prossimo a rimetterci il collo” ribatto con rabbia prima di correre via, mentre la risata di Juan continua a rimbombarmi nella testa.
Quella sera, dopo cena, mio padre pulisce i suoi strumenti di lavoro e mia madre ricama al chiarore della candela e io penso che visti così sembriamo quasi una famiglia normale, ma non lo siamo.
La rabbia del giorno si è trasformata in amarezza e consapevolezza di essere per sempre diversi.
Nessuno bussa alla nostra porta, nessuno ci ferma per strada per scambiare quattro chiacchiere, anzi tutti ci evitano come la peste.
Sento la rabbia crescere di nuovo dentro di me come un’onda, fino a sommergermi. Non riesco a tacere, devo cominciare ad avere risposte alle domande che mi ossessionano o mi scoppierà la testa.
“Come è stato ucciso il nonno?” butto lì, nel silenzio più totale.
Mio padre smette di lucidare la cintura di cuoio, mia madre si punge un dito con l’ago da ricamo e una piccola stilla di sangue si spande sull’ordito e spicca rossa come un fiore in un prato.
“Chi ti ha raccontato del nonno?” chiede mio padre, con tono burbero.
“Alcuni compagni di scuola” rispondo risoluto a non farmi intimidire nemmeno da lui, con quella caparbietà tipica dei bambini quando sono intenzionati a conoscere qualcosa a qualunque costo.
“So che l’hanno ucciso in un’osteria, che lui era ubriaco e festeggiava così le sue esecuzioni”
Mia madre china la testa, so che sentirmi parlare del “lavoro” di mio padre la rende tristissima, che domani avrà un feroce mal di testa e non preparerà le frittelle dolci che mi ha promesso, ma sono disposto a pagare anche questo prezzo per uno straccio di verità.

16
Mio padre legge tutto questo nei miei occhi e mi guarda quasi con pena, prima di raccontare del nonno.
“E’ vero è stato ucciso” conferma, con tono pacato “come quasi tutte le persone della nostra famiglia”
Lo stupore nei miei occhi deve essere davvero enorme.
“Nella nostra famiglia nessuno è mai morto per vecchiaia o malattia” continua mio padre e c’è una nota quasi compiaciuta nella sua voce.
Si è alzato per attizzare il fuoco come fa quando è preoccupato per qualcosa.
“Come quasi tutte le persone della nostra famiglia” ripeto come un pappagallo ammaestrato “cosa significa?”
Mio padre si siede accanto a me, mia madre invece mette via il ricamo e ci informa che va a coricarsi perché le sta venendo un leggero cerchio alla testa.
Mia madre rifugge la verità almeno quanto io tento di fuggire da Juan.
Mio padre la guarda salire le scale, curva e afflitta, sembra una vecchia.
Solo per un istante mi sento colpevole, so di essere la causa del suo malessere, ma sono troppo curioso e strattono mio padre per una manica con l’intento di riportare l’attenzione sul nonno.
“Cosa significa?” ripeto, impaziente.
“Cosa?” mio padre è perso in chissà quali pensieri, ma appena mormoro “il nonno” si scuote, lo sguardo più freddo di sempre.
“Come sai la nostra famiglia si tramanda questo lavoro da generazioni” dice.
“Il lavoro del boia?” chiedo, anche se sono sicuro che è a quello che si riferisce.
Annuisce in silenzio.
“Ho sempre saputo che avrei fatto il boia, come tu in cuor tuo sai che lo farai” sospira, paziente.
Resto zitto, senza raccontargli della battaglia quotidiana che mia madre combatte perché questo non avvenga.

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“E’ stata la mia fortuna” butta lì mio padre “ se il nonno fosse morto senza che io avessi potuto continuare il suo lavoro io e la tua nonna non avremmo mangiato”.
Mi volta le spalle intento ad attizzare il fuoco che si sta spegnendo, le braci che covano sotto la cenere mandano zampilli.
“Invece a ventiquattro anni” continua mio padre “come tradizione mi viene tramandato il lavoro di mio padre, certo non siamo i Daibler che hanno ghigliottinato i reali, ma nessuno si è mai lamentato di noi”.
Tossisce e io ne approfitto per sapere finalmente la verità sul nonno.E’ la conversazione più lunga che ho mai fatto con mio padre e non desidero certo chiuderla lì.
“Sì, ma il nonno come è morto?”
“Il nonno, già il nonno” mormora, accarezzandosi la barba “come ti ho raccontato era in osteria, ma non stava festeggiando, si era fermato a bere qualcosa perché era una giornata torrida e dopo tante ore passate sotto un sole cocente sentiva il bisogno di bere”.
La scena raccontata da Juan e che mi ero immaginato cambiava radicalmente ora, il miracolo delle parole che possono trasformare gli eventi.
Fino a pochi attimi prima mio nonno, il mio stesso sangue, mi appariva come un feroce sanguinario senza scrupoli che brindava alle vittime uccise e ora solo un povero uomo stanco e assetato impaziente di tornare a casa dalla sua famiglia.
“Chi è stato?” gli chiedo con un filo di voce.
“Un parente dell’uomo che aveva appena ghigliottinato, l’aveva seguito”
Nonostante mio padre non si fosse voltato e continuasse ad attizzare il fuoco sentivo la sua voce tremare al ricordo e il gelo era sceso nella stanza.
“Come l’ha ucciso?” continuo implacabile.

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Chissà perché avverto il bisogno di conoscere ogni minimo particolare.
“Gli ha tagliato la gola” mio padre è tornato a sedersi accanto a me, il suo sguardo è perso in chissà quali ricordi” i gendarmi ci raccontarono quello che era accaduto quando bussarono alla nostra porta per avvertirci della sua morte.”
Mio padre si passa una mano fra i capelli.
“Mi recai a Rennes, dovere era avvenuto l’omicidio, per recuperare il suo corpo e provvede al funerale”.
Mio padre sembrava essere assalito dall’ira anche in quel momento, anche a distanza di tanti anni.
“Non che il suo assassino sia andato molto lontano” mormora, con soddisfazione “è stato giustiziato due settimane dopo nella piazza del paese, la mia prima esecuzione”.
Mi fissa con quei suoi occhi di ghiaccio e capisco perché mio padre incute paura nelle persone.
“E’ ora di andare a letto” il tono di voce non ammette miei tentativi di protesta “domattina devi andare a scuola”.
Passo la notte a sognare il nonno e tutti noi che cerchiamo di sfuggire a mio padre che cerca di ghigliottinarci.
La mattina dopo mia madre ha un forte mal di testa e due profonde occhiaie segnano il suo volto pallido.
Mi osserva con occhi febbricitanti come volesse scrutarmi l’anima.
“Non mangi niente, Bastian?” domanda sollecita, fissando la frittella ancora intera nel mio piatto.
Nonostante non si senta troppo bene si è alzata presto e ha mantenuto la promessa di farmi le frittelle.
Il suo amore per me è più forte delle sue paure.

19
Ho lo stomaco sottosopra, la testa mi scoppia e gli occhi mi si chiudono per il sonno, ma mi sforzo di ingoiare almeno un boccone per non farla preoccupare.
“Vado è tardi” lo dico con un tono che vuole essere allegro, ma non so se riesco nell’intento.
Un vento gelido spazza la strada, alzo il bavero della giacca e ripenso alle parole di mio padre.
“Come quasi tutte le persone della nostra famiglia non è morto di vecchiaia o malattia”.
Se il nonno è morto in quel modo atroce come sono morti i miei antenati? Mi chiedo e se la tradizione verrà rispettata come morirà mio padre? E io?

Un brivido mi corre lungo la schiena e non è solo causato dal vento gelido

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