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Nella collana diretta da Attilio Agnoletto «I libri della clessidra», è apparso, dedicato «a Giovanni Colombo cardinale / con personale gratitudine», il presente volume: uno studio articolato in una breve introduzione ed in quattro capitoli, per un terzo delle pagine dell'intero volume, cui fa seguito, nel capitolo quinto, l'opera del cardinale di Milano, Federico Borromeo, De ecstaticis mulieribus et illusis, Libri quatuor, Mediolani, Anno M.DC.XVL, tradotta in italiano, con le relative note di ulteriore commento del presentatore e traduttore, il tutto a riempire gli altri due terzi del libro.

Si direbbe che l'intento della collana editoriale sia quello di una intelligente volgarizzazione culturale e l'autore che ha curato il nuovo contributo non si preoccupa di darci l'originale testo latino del cardinale milanese, con le lungaggini e ripetizioni proprie d'una età in cui poteva ancora suonare elogiativo il termine «prolisso». Francesco Di Ciaccia ci offre un commento ammirevole per informazione e chiarezza, dalla lingua scritta passando volentieri alla lingua parlata, e ci da una traduzione italiana intesa a darci non la forma del discorso secentesco ma la sostanza, aggiungendovi di suo una piacevolezza che può essere d'ogni tempo se non d'ogni autore. Eccone un breve esempio, una frase in cui è poi gran parte della sostanza del libro, che parla più di estasi che di donne, e di tali fenomeni come di fatti naturali più che non soprannaturali, secondo il detto evangelico: «Date a Dio quel che è di Dio, a Cesare ciò che è di Cesare».

Pag. 187 (dal paragrafo o capitolo XXXII del trattato): «Orbene: le delizie delle menti estatiche sono, senza paragone, più dolci di quelle d'un libro, per quanto gustoso e ben scritto. Perciò, se c'è una estatica che pena tanto da sembrare moribonda, e poi, d'improvviso guarita, torna allegra e piena di energie, allora il fatto può essere miracoloso; ma potrebbe anche avere una causa naturale».

Un libro per i confessori e per i curiosi, dove la donna è vista dall'uomo più nella sua debolezza e diversità che nel suo carisma. Mi basti quest'altra citazione dal trattato, sempre dalla stessa pagina, continuando:

«Confrontando il carattere dei due sessi, notiamo che le donne sono più chiacchierone, querule e sconsiderate: fanno un gran baccano per un doloruccio e si lamentano più di quel che soffrono». Segue una serie di «testimonianze», lasciateci non da donne naturalmente, ma «autorevolmente» classiche: di Euripide, Tibullo, Properzio e Ovidio: «Con eleganza Publio [Ovidio Nasone] incalza: – È per imbrogliarci che le donne hanno imparato a lacrimare! – [Ed il cardinal Federico conclude:] Se uno vuol fare il domatore di cavalli, deve conoscere la natura di questi animali; altrimenti, lasci ad altri il mestiere. Così anche noi» (p. 188).

Senz'altro più interessanti le note, non puramente bibliografiche e che ulteriormente allargano il commento del lavoro, che è stato scritto, come lo stesso trattato, non per edificazione ma per chiarirci le idee e, come scrive il curatore e traduttore, «mentre non interessa affatto alle persone impegnate spiritualmente, può piacere a quelle culturalmente curiose» (pag. 8). E anche se non vi si parla delle donne sempre nel modo migliore, il trattato può considerarsi parte di quella letteratura, più o meno religiosa, in versi e in prosa, scritta sulla donna, ancora una volta per riempirne l'immaginario dell'uomo, ritrovi egli in lei la Madre, ne faccia una Beatrice per innalzarsi fino a Dio e, come Circe, una complice. Il cardinal Federico vede una testimone della fortuna che nel suo tempo ha la Mistica e, mentre sopravvaluta quest'ultima sul piano della storia del soprannaturale, si rende conto di come la donna, anche in mezzo a tanti «estremismi» che la vorrebbero ora Santa ora strega, resta una creatura essenzialmente naturale. In quanto allo sgarbo un po’ misogino, fa anch'esso parte di quella letteratura quando considera la donna «naturaliter».

Recensione
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