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Gabriele D'Annunzio. Monachino di ferro tra sandali, pantofole e gonnelle

Nell’immenso epistolario di Gabriele D'Annunzio si rintracciano quando a quando inattese faville di poesia, quali le Lettere a Barbara Leoni che pure, scandalosamente, giacciono da decenni impubblicate.

Più prosaiche, ma altrettanto importanti, sono le carte atte a illuminare il lato più privato del cantore di Alcyone, come questa corrispondenza con Giuditta Franzoni “fatutto”, infermiera e manutengola, donna e ciò nonostante sfuggita alle priapiche evoluzioni dell’imaginifico “monachino di ferro”.

Il libro di Francesco di Ciaccia, pettegolo, ma documentato, si apre illustrando i rapporti di “fra’ Gabriele” con i Cappuccini di Barbarano di Salò, custodi del carteggio. Chi conosca gli arredi “conventuali” del Vittoriale, le citazioni dal Canticum creaturarum («Laudata sii pel tuo viso di perla, o Sera!»), l’abitudine di D’Annunzio a presentarsi come “terziario francescano”, non si stupirà di quanto il poeta corteggiasse le istituzioni minorite, quasi cercasse la “bulla” al suo sensuale misticismo Né può sorprendere che i frati di Barbarano godessero incantati nell’ascoltare questo loro anomalo confratello: come scrisse Sibilla Aleramo, il suo fascino «derivava dalle cose che la sua bocca diceva e dal modo come le diceva»; D’Annunzio stesso si attribuiva, nel Libro segreto, «la virtù di conciliare l’inconciliabile», tramite la parola.

Non meno interessanti le «comunicazioni di servizio» del Vate in pantofole a Giuditta consentono a di Ciaccia di descrivere, tra “badesse” e “clarisse” e “ospiti” più o meno di passaggio, un harem tanto sterminato quanto sottomesso al pur decrepito Comandante; di rivelare come l’esercizio erotico, quotidiano ed estenuante, fosse diventato la “condizione alla poesia” del “poetta porcell”; di ricostruire superstizioni e malanni dell’“Oloferne” in disfacimento.
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