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Introduzione a
Le parole rubate
di Gianni Calamassi

la Scheda del libro

L'Autore

E’ una domenica di fine agosto e l’articolo di Dario Cresto-Dina su La Repubblica attira la mia attenzione, si intitola “Vita e poesia”, ed è un incontro intervista con Alda Merini, nella sua casa di Milano.

“Le parole sono per me modelli di virtù. Le bevo come i bambini attaccati al capezzolo della madre o dal loro dito.”

Questo, penso, potrebbe essere un’apertura alla silloge “Fanciullesco convito” da cui sono passato per arrivare a “Parole finalmente attese” partendo da Le parole rubate, infatti è nelle parole di Alda Merini che si trova il collegamento tra il fanciullo ed il suo nutrimento, il latte per la vita, come le parole che tornano, finalmente, dopo lunga attesa a riacquistare il loro valore, la loro virtù taumaturgica.

Se Cresto-Dina afferma che i poeti sono spesso poveri, mi viene da domandarmi se non dipenda anche dalle case editrici e dai critici, che si accorgono di loro quasi sempre troppo tardi; e prosegue con “quasi mai tristi”, perché si portano dentro l’allegria dei naufraghi: o dei sopravvissuti ad una morte prevista e spesso annunciata, come afferma Alda Merini “portiamo i morti con noi, fino a quando non moriamo a nostra volta”.

La vanità degli artisti è spesso nello sberleffo, in quella capacità di scherzare con le parole, trovandone e pensandone altre, nate e legate dai molti significati che si portano dentro, pensando a collegamenti, elisioni, scissioni “acrobazie, evoluzioni, salti mortali sul filo delle parole” (penso sempre al mio mestiere di insegnante nato per a culturare! Che fa il professore? Cultura, santo cielo!!).

Penso ai linguaggi inventati come il gramelot di Dario Fo o ai giochi linguistici del semiologo Umberto Eco che usa omonimi, omofoni e omografi, scherzando come con eremita ed eremita.

Ecco le parole attese si sono liberate del peso che immagini violente le hanno imposto, sono state restituite alla realtà dei loro valori simbolici ed ai sensi che ne hanno consentito tutte le visualizzazioni.

Alla domanda che l’amico Renzo Cassigoli, pensando al rapporto tra parola ed immagine, rivolge ad Alessandro Parronchi su cosa sia diventata la poesia oggi (assieme all’arte ed alla letteratura) il Poeta e storico dell’arte risponde: “Anche la poesia… dura oggi molta più fatica ad esistere, a manifestarsi nel frastuono del mondo…” le parole sono state rubate dalle immagini, non ci sono più parole per descrivere quelle tragedie che non soffriamo più, che facciamo finta siano entrate nel nostro quotidiano: perdute con le parole che dovevamo usare per descriverle.

Parole rubate in tempi di “urla e di invettive, cos’è divenuta, per te, la Parola, strumento supremo dell’uomo? Può essa esistere senza l’ascolto?” Chiede Cassigoli a Parronchi.

La parola apportatrice di significati è merce rara, sommersa da fiumi di invettive ed urla, e dall’uso caotico dell’immagine che non accompagna più, ma soverchia, diventando così un dettaglio senza senso, vuote affermazioni prive di suono, che si contraddicono nel momento stesso che vengono pronunciate.

Parronchi ricorderà la perfezione del matrimonio tra la Parola e l’Immagine pensando alle parole di Dante illustrate da Botticelli, niente avrebbe potuto eguagliare una simile impresa.

La speranza è nella poesia? Domanda ancora Cassigoli.

E’ nell’incertezza dei momenti in cui il cuore si apre alla speranza e nei momenti in cui questa lo abbandona; nei momenti più difficili quando il naufragio sembra più vicino, trovare la forza di scrivere una poesia per non chiudersi, ma cercare nuove aperture all’amore per la natura e per gli altri.

Oggi che tutto sembra infranto e spezzato, anche il mezzo per misurare quello che erano i nostri sentimenti, le cose che amavamo e per le quali ci siamo battuti, senza perdere l’ansia di rinnovare la ricerca, aspettando che le acque ritrovino la via della sorgente, ecco, questo è lottare con il tempo che passa.

Non voglio citarmi, se mai, altri lo faranno per me, concedendo alle mie parole il riconoscimento delle aperture, se ne avranno, che le hanno mosse.

Ottobre 2006

Materiale
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