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La lotta greco-romana

Talvolta ripenso a come iniziai a praticare questo sport, ed ho fortuna che ancora la mia memoria non vacilla.

Frequentavo la scuola media Lorenzo il Magnifico, nella succursale del viale Don Minzoni presso la scuola magistrale Giovanni Pascoli, fino ad allora l’unico sport che i ragazzi praticavano, era il calcio, ma io ero piccolo e non avevo doti particolari, ma con l’amico Eugenio Pecchioli, di un paio di anni più grande di me, andavamo dalle Cure sulla sua bicicletta, io in canna, fino a via Delle Panche dove era la sede della Liberi e Forti.

Come si arrivava a via Vittorio Emanuele, dovevo scendere ed insieme a piedi fino a quando non avevamo passato via Stibbert dove gravitava un Vigile Urbano particolarmente severo, che noi chiamavamo Paletta, perché l’aveva sempre pronta a fermare i trasgressori.

Passato l’incrocio, dopo poco rimontavo in canna e via verso la nostra squadra.

Non è durata molto la mia attività calcistica, infatti è terminata quando mi rubarono le scarpette con i tasselli che avevo lasciato infangate negli spogliatoi, dopo che la nostra squadra, complice un campo che pareva un acquitrino, aveva fatto da allenatrice ad un giovane Cagliari. Il Pecchioli giocava portiere, mentre io giocavo terzino, dove venivano rifilati quelli più scarsi.

Il calcio era rappresentato nella mia classe da un ragazzo Alberto Novelli che avrebbe giocato anche nella Nazionale Under 18, con la quale avrebbe vinto titoli importanti: il cui fratello Carlo giocava in serie A con il Napoli. Io lo seguivo sin dagli inizi quando giocava nella SANGER, e successivamente nella Rondinella Marzocco, e l’andavo a veder giocare al Campo di Marte al Padovani, visto che non era molto lontano da dove abitavo di casa.

Ma chi mi spinse alla lotta fu Alberto Bernini, novello campione regionale e figlio dell’olimpionico di tiro con la pistola Fernando, fratello di quella che diventerà la moglie dell’amico Pecchioli; lui era biondo, ben messo e piaceva alle ragazze, anche se un po’ se la tirava e faceva “il grosso”.

A Firenze vi erano negli anni 50 due società di lotta greco-romana: la Sempre Avanti Juventus (S.A.J.) che si allenava nella palestra Caiani in via della Chiesa, nel mio vecchio quartiere, ed il C.U.S. Firenze, che allora trovava posto alla palestra Barbicinti in via Fra Bartolomeo, che era vicina a piazza delle Cure, e la potevo raggiungere in poco tempo.

E’ stata una delusione quando sul libro (Firenze Sport – di Luciano Artusi e Stefano Ciappelli) che mi aveva regalato la vedova dell’On. Novello Pallanti, nella sezione lotta, il C.U.S. non venisse neppure citato, eppure in quegli anni solo due erano le società che iniziavano i giovani a questa attività, mentre la S.A.J. viene lungamente citata, anche perché Angelo Cherubini, era stato campione italiano nel 1938, e negli anni 50 faceva l’allenatore di quell’antico sodalizio.

Stemma del CUS Firenze

Distintivo della FIAP

Mio Padre mi dette il permesso di frequentare questa attività, ad una condizione: che rientrassi a casa alle 21, il che era possibile perché l’orario era dalle 19 alle 21, quindi uscendo 10 minuti prima, senza fare la doccia, riuscivo a prendere il tram in corsa quando salendo il cavalcavia delle Cure rallentava sulla prima curva!

Io ero talmente giovane che non avrei potuto partecipare al campionato toscano novizi, ma mi piaceva l’ambiente che mi faceva sentire libero e attivo.

Allora in palestra vi erano personaggi importanti della lotta fiorentina ad iniziare dal maestro Borgioli, allora già vecchio che curava solo pochi atleti, tra questi Pino Passetti che poi sarebbe diventato medico, che era il suo preferito.

Vi erano anche il maestro Grazzini, che era stato campione italiano come Leoni, che noi chiamavamo Leone, a cui fui affidato perché dopo la preparazione atletica, mi iniziasse alle mosse e alle regole della greco-romana. Vi erano anche degli adulti come l’avvocato Pallotta ed il Vigile Urbano Angelo Bini, che allora giocava al calcio storico nel quartiere dei Bianchi, Il Carcasci ed ovviamente c’era Valerio Ferretti, detto “er Seba”, che avrebbe portato avanti la società fino alla chiusura della sezione.

Le prime esperienze con Leone furono tragiche: era quasi pelato e calzava scarpe di feltro marrone con la chiusura a zip, che portavano i vecchi in casa come ciabatte; iniziammo, ma non feci a tempo ad entrare in guardia che ero già sbattuto in terra, mi rialzai imponendomi di resistere, ma come reagii alla sua spinta, di nuovo schienato e questo successe per varie volte.

Allora Leone mi dette la prima istruzione: “Quando tu reagisci alla mia pressione, opponendoti, io la sfrutto per tirarti via e con una ancata schienarti. Ricordati non reagire con una spinta a chi ti preme, anzi sfrutta la sua spinta per tirarlo verso di te e provare l’ancata.” Si prestò a farsi schienare per insegnarmi questa prima mossa, ma ai campionati italiani, diversi anni dopo trovai un avversario che mi tirò una contro-ancata schienandomi in pochi secondi! Se ne impara sempre una nuova!!

Ma arrivarono anche per me i tanto desiderati campionati toscani!

Era un anno che li aspettavo, perché prima non avevo l’età, ma la delusione fu cocente, li persi subito da un atleta pisano, ed il bello è che avevo invitato mio padre a venire all’incontro che si svolgeva in via Mazzetta nella sede di una vecchia chiesa.

L’avversario mi portò a terra ed io mi salvai andando in ponte, fu allora che l’allenatore del pisano, che solo successivamente avrei saputo essere il campione italiano dei pesi massimi, ai bordi del tappeto lo incitava a schienarmi, io avrei potuto tranquillamente resistere fino alla fine del combattimento e perderlo ai punti, invece che per schienata, ma la rabbia, la delusione per mio padre che non resistendo seduto allo scempio, se ne era andato, mi lasciai andare rialzandomi di scatto, lasciando tutti con un palmo di naso.

Ci furono molte vicissitudini e non è facile ricordarle tutte, fino a quando iniziò la mia preparazione per i primi Campionati Italiani.

 
Gianni Calamassi, "I lottatori" eseguito nel 1960 a matita.

Campionati italiani

Marzo 1960; la società mi comunicò che sarei stato l’unico atleta del CUS Firenze a partecipare ai campionati italiani di Lotta greco-romana, che si sarebbero svolti a Napoli.

Il mio allenatore, Valerio Ferretti, era soddisfatto delle mie prestazioni e mi confermò che la trasferta, oltre all’iscrizione, sarebbero state a carico del sodalizio, così come il costume e la tuta, io avrei dovuto lavorare duro per mantenere il peso, che per la mia categoria, - i “gallo”- era di 57 chilogrammi.

Avrei finito di lì a poco 18 anni ed essendo minorenne lui era responsabile della mia persona, per questo il mio comportamento avrebbe dovuto essere irreprensibile, ma Valerio sapeva che poteva fidarsi.

Scendemmo dal treno e ci avviammo verso l’uscita della stazione.

Mi sembra di vedere ancora le pesanti tende di velluto rosso che dovevamo superare per uscire in Piazza Garibaldi; il sole illuminava e scaldava le prostitute che di fianco ai portoni sorridevano ai viaggiatori che sciamavano dalla stazione. Erano tutte bene in carne, le unghie e le labbra di un rosso acceso su un sorriso ammiccante, indossavano una corta gonna nera ed un golfino a mezze maniche di colore pastello, come fosse una divisa.

Eravamo in tre, perché si era aggregato un atleta della Sempre Avanti Juventus, che Angelo Cherubini aveva chiesto di portare con noi, non disponendo la sua società dei fondi necessari per inviarlo con un accompagnatore e il ragazzo meritava questa partecipazione.

Valerio aveva accettato ed il gruppo, appena arrivato, sorrise commentando lo spettacolo che gli si parava di fronte.

Ci incamminammo verso la Galleria Umberto I, dove era stata fissata la pensione che ci avrebbe ospitati durante le giornate del torneo. Attorno all’ingresso alcune “donnine” si intrattenevano con un gruppo di marinai in libera uscita, sorridenti nelle loro belle divise bianche, invitandoli a “salire in camera”.

Anche noi fummo oggetto di avances che aumentarono al nostro diniego, finché il nostro accompagnatore non ebbe illustrato loro la nostra presenza in città per i campionati di Lotta greco-romana. Questo non le fece desistere, anzi, si prenotarono per quando fossero finiti o nel caso che avessimo perduto sin dalla prima fase.

Facendo i debiti scongiuri salimmo le scale della pensione.

Napoli – In tuta all’imbocco della Galleria Umberto I

Ci accolse una vetrata luminosa ed una signora con un cagnolino in collo. Saputo chi eravamo, ci fece segno di seguirla; nel corridoio una “cacca” dell’animale faceva bella mostra di sé, rendendoci edotti sul livello della nostra sistemazione!

Una camera per l’allenatore ed una per gli atleti.

Ci cambiammo subito, indossando costume e tuta con tanto di distintivo nel bel mezzo della parte superiore, avremmo così potuto girare per la città facendoci notare, il che stimolava la nostra vanità.

Gli incontri si svolgevano nelle scuderie, opportunamente attrezzate, della Villa Reale.

La mattina trascorse tra le registrazioni, il peso, il controllo dei documenti e dei tesserini, poi tutti a svolgere attività fisica di riscaldamento, per riattivare la muscolatura rimasta inattiva per il lungo viaggio.

Gli atleti erano giovani e allegri e non fu difficile fare amicizia con gli scanzonati romani della Borgo Prati o con gli emiliani di Faenza, la voglia di scherzare ci accomunava e seduti in un angolo, aspettavamo il nostro turno.

Fu in quell’occasione che mi indicarono un ragazzo del nord, non ricordo se di Treviso o di Monfalcone, raccontando della sua bravura e che, l’anno precedente era stato nella sua categoria, sconfitto solo in finale.

Gli scongiuri per non incontrarlo, almeno non subito, non valevano molto, se quello fu il primo accoppiamento!

Napoli – Le scuderie reali sede dei Campionati.

Sono certo che non feci neppure a tempo a rendermi conto dell’inizio del combattimento, che lo avevo perso dopo una manciata di secondi per una “contro ancata” micidiale!

Non ci furono drammi, era lo scotto da pagare, così mi rincuorò Valerio. Poi la fortuna sembrò sorridermi; eravamo dispari e uno avrebbe passato il turno facendo il “signore”: fui estratto io e feci pari con l’aver incontrato quello che poi avrebbe vinto il campionato di quell’ anno.

Un pasto frugale ma sostanzioso e di nuovo in palestra, con l’amaro in bocca per quell’esordio: perdere va bene ma così era avvilente, tuttavia il tempo dei ripensamenti non c’era, fui chiamato a incontrare un atleta di casa, sostenuto dal gran tifo napoletano.

Questa volta fu lui che per eccesso di sicurezza si lasciò sorprendere e portare a terra. Riuscii a chiudere un “colletto” rapidamente che non gli avrebbe dato scampo. Un leggero allentamento della presa per riprendere fiato che il suo gomito scattò velocemente colpendomi al fegato.

Questa reazione scomposta e scorretta mi fece prendere una decisione che sarebbe stato meglio evitare: invece di concludere subito l’incontro, ne rallentai l’esito, facendo strusciare sul tappeto ruvido la fronte del mio avversario tra le urla inferocite del pubblico, poi lo schienai.

Stanco e indolenzito, ma felice di essere approdato alla seconda giornata, ricevetti i complimenti dell’allenatore che mi informò dell’esito negativo dei combattimenti dell’allievo di Cherubini.

Ma ancora non sapevo che doveva iniziare la parte della serata più difficile da digerire.

Quando raggiungemmo la galleria fummo subito intercettati da belle e allegre “signorine” e grande fu lo stupore quando i miei compagni si misero a conversare allegramente, non solo, ma fissarono dopo cena.

“ E te – mi chiese una piccolina, guardandomi sfacciatamente negli occhi – te non vieni?”

“Lui non può – risero loro – lui domani continua le gare. A cena e poi a letto presto!”

“ Poverino – sorrise la piccolina – non sai cosa ti perdi…”

Ero rimasto diritto e duro come un baccalà, senza sapere cosa rispondere, e quella frase ambigua mi risuonò negli orecchi tutta la sera.

Soprattutto a letto, nella camera da solo, illuminata a giorno dall’insegna del giornale “ Il mattino” con le sue intermittenze colorate che le rade tende delle finestre, senza persiane, non riuscivano ad attenuare.

Non riuscivo a prendere sonno: una coalizione di pensieri mi assaliva: la “signorina”, il dolore al fianco, la camera illuminata a giorno, il pensiero delle gare del giorno dopo e poi…aspettare sveglio il mio compagno di stanza o fingere di dormire?

Non decisi, crollai e la mattina quando mi svegliai, l’atleta della S.A.J. dormiva soddisfatto nel suo letto.

Eccoci di nuovo alle scuderie al controllo del peso che doveva essere mantenuto, e ad effettuare gli esercizi di riscaldamento con Valerio.

Fui chiamato assieme ad un ragazzo pugliese, più alto di me, magro, allenato da Lombardi che era stato campione del mondo di libera.

Qualcosa era cambiato dentro, mi sentivo duro e determinato, vincendo avrei veramente fatto bella figura ai miei primi “italiani” e poi chissà…

L’incontro volse subito a mio favore, a punti ero avanti, avendo “schienato” due volte il mio avversario fuori dal materassino, ma sgusciava come un’anguilla e la sua altezza non mi favoriva. Tuttavia l’ancata preparata arrivò, ruotai sotto di lui velocemente ma il pugliese si oppose come poté infilandomi una mano (si fa per dire) sotto le costole dalla parte del fegato già dolente.

La vista si annebbiò, le forze sparirono, non mi accorsi di altro, ed anche se l’arbitro segnalò alla giuria la scorrettezza, il mio allenatore chiamò il medico di servizio che mi fece portare negli spogliatoi con la barella. Valerio era molto preoccupato perché continuavo a vedere solo una macchia nera davanti agli occhi ma il medico minimizzava, c’era anche l’arbitro che gli ricordava che aveva solo venti minuti per presentare ricorso e che lui…

Mi spogliarono e mi portarono sotto la doccia, alternando getti freddi ad altri caldi fino a quando non mi ripresi. Sembravo uno zombi, mi muovevo lentamente, cercando di non chinarmi, tanto forte era il dolore che provavo e la preoccupazione dei miei compagni.

Ricordo solo una foto che l’allenatore mi aveva scattato in treno, accanto al finestrino, chiaramente sofferente e lontano con i pensieri.

Ci avrei messo tre mesi prima di poter archiviare il dolore e poter tornare a combattere al meglio delle mie possibilità.

Voglio aggiungere solo un avvenimento che mi è rimasto così vivo nella mente, da non perdere ancora l’occasione per raccontarlo: un vigile molto scrupoloso (lasciava andare i motocicli con più ragazzi sopra, come niente fosse) mi fermò ed estraendo il blocchetto delle multe, mi sanzionò perché avevo attraversato la strada, senza usare il sottopassaggio! Alle mie rimostranze mi rivolse uno sguardo perfido, precisando che lì non c’erano le strisce di attraversamento!! Mille lire di multa, che mi toccò pagare e zitto.

Napoli – Piazza del Popolo.

Mi ci volle del tempo, come ho detto, per rimettermi ma ebbi occasione di fare e vincere il mio ultimo combattimento contro un atleta della S.A.J. soprannominato “Caccola”, ma non vi dico perché!!! Lo incontrai in un’arena all’aperto al Ponte di Mezzo, quando allora si facevano ancora di queste gare, che oggi non vengono più prese in considerazione, c’è solo il calcio.

Felice lo fui, anche se gli avvenimenti successivi non furono belli per la lotta greco romana fiorentina, li elenco insieme a quelli positivi che mi capitarono.

Io quell’incontro lo vinsi e fu l’ultimo che ho fatto, perché seguì la 5^ Istituto, l’esame di stato, e il lavoro successivo a Milano, ma nel frattempo per non perdere l’allenamento aiutavo la società facendo il vice allenatore, fino a procurarmi una lussazione alla clavicola, che ancora è evidente.

Ma la soddisfazione più grossa per me e per il CUS di quegli anni fu l’invito che ricevetti dall’allenatore dell’Italia giovanile che mi invitò a partecipare ad uno stage di preparazione a Pisa, sottoponendomi ad un lungo allenamento che per me fu una vera grande soddisfazione.

I due anni di vita lavorativa a Milano mi allontanarono dall’attività e poi la mia ragazza, che diventerà mia moglie, non amava questo sport, ma sono sicuro che ci avrei messo tutto l’impegno per non cessare l’impegno agonistico…ci pensò una distrazione, una finestra lasciata aperta nella nuova sede in via Laura e la pioggia che fece marcire i materassini che impregnò di acqua. Così finì la sezione di lotta greco romana del CUS Firenze.

Un gesto antisportivo

Aveva un fondo in via San Gallo in cui vendeva libri usati; magrissimo perché erano anni che si sforzava di rimanere nel limite di peso della categoria dei “mosca” della Lotta greco-romana, di cui era stato un campione. La barba trascurata, il basco sui radi capelli, sempre la giacca, come si usava in quegli anni; non ricordo di averlo mai visto sorridente, era corrucciato e “polveroso” come la sua bottega.

Mi è tornato in mente leggendo “Firenze sport” di Luciano Artusi e Stefano Ciappelli, edito nel ’92 a cura di Giuliano Sottani, Assessore allo sport di quei tempi.

Era passato un lungo periodo da quando mi ero iscritto alla sezione di Lotta greco-romana del CUS Firenze, che svolgeva la sua attività nella palestra Barbicinti in via Fra Bartolomeo, non molto distante da dove abitavamo.

Sfogliai con curiosità il libro, andando a cercare quella specialità che avevo praticato da giovanissimo.

Fu grande la delusione di non trovare il CUS tra le società sportive, neppure incidentalmente rammentato, tuttavia, ripensandoci, dovevo ammettere che erano trenta anni che aveva chiuso quella sezione.

Era presente invece la Sempre Avanti Juventus, che conoscevo molto bene essendo nato e cresciuto in Santo Spirito e per aver lottato contro suoi atleti; molti campioni venivano ricordati a onore e gloria di uno sport dimenticato, ma che ancora oggi contribuisce ad arricchire il medagliere olimpico e mondiale italiano; alcuni che avevo conosciuto, avevano militato anche nel CUS.

Ritrovare tra i nomi quello di Tronza mi fece tornare in mente questo episodio, quando ormai non più giovane, lo vidi combattere ai Campionati Toscani di categoria.

Si presentò in palestra, dopo essere passato dallo spogliatoio, con i suoi abiti in braccio: la giacca, i pantaloni, la camicia e le scarpe, il basco e gli occhiali in dosso, lo copriva in maniera approssimativa, il costume azzurro della sua società.

Lo accompagnava un altro atleta dello stesso sodalizio, un bel ragazzo aitante e sorridente che, parlandogli con calma, usava ogni mezzo per tranquillizzarlo, mentre Tronza scrutava gli arbitri, i giudici e gli atleti, aspettando di venir chiamato per l’incontro.

Quando la giuria, annunciando il combattimento successivo, lo chiamò, scattò in piedi, lasciò le sue cose sulla panca e torvo in volto si avviò al tavolo nervosamente.

Nel frattempo, titubante e quasi imberbe, avanzava un giovane atleta che sembrava essere il figlio del vecchio campione.

Tronza non lo guardò, stava a testa bassa come fosse già in “guardia in piedi”, la schiena curva e le spalle pelose contrastavano visibilmente con il torso levigato del suo avversario.

Il calzetto blu o rosso, che contraddistingue gli atleti, venne assegnato e i lottatori si disposero a due angoli opposti del tappeto.

L’arbitro dette inizio al combattimento.

Era consuetudine andarsi incontro, stringersi la mano ed affrontarsi nella prima fase della lotta, che si svolgeva in piedi, ma così non avvenne: il giovane non lasciò la mano di Tronza e, giratosi di scatto, tirò un perfetto “braccio in spalla” schienando il vecchio campione, che fu dichiarato sconfitto.

Alzatosi si scagliò veemente contro l’avversario, gli urlava:

“Disonesto! Vigliacco…”

Le contumelie investivano tutti.

Non ci stava a perdere così, era un tradimento, un gesto antisportivo che lo faceva imbestialire e, se gli arbitri cercavano di calmarlo, il pubblico infieriva, lo fischiava e sghignazzava prendendolo in giro…

Non saprei come sarebbe finita se il suo accompagnatore, con passo deciso, non fosse salito sul materassino e presolo sotto braccio lo avesse sollevato da terra portandolo negli spogliatoi, tra le sue grida e i fischi impietosi degli spettatori.

Lo portò via sgambettante con i suoi panni sotto l’altro braccio, scomparendo nel corridoio non dopo aver rivolto amari commenti verso gli intervenuti.

Gianni Calamassi

Luglio 2020

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