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Passeggiata per le strade fiorentine

Il campanile di S. Spirito.

Piazza S. Spirito col mercato.

Questa non vuole essere una gita turistica con guida per Firenze, anche se presuntuosamente la potrei fare, ma una passeggiata per le strade che mi hanno visto crescere nel quartiere di Santo Spirito, i bianchi del Calcio Storico, in cui tanti amici hanno vissuto le loro gesta.

Lascio la macchina fuori Porta San Frediano e lo sguardo si volge verso il Cimitero Ebraico, una volta fuori le mura della città. Mi viene in mente un vecchio detto: “essere alle porte co’ sassi”, quando  all’imbrunire i contadini che si avviavano verso Firenze, per evitare di rimanere fuori dall’enorme porta, tiravano i sassi, che era facile trovare, per lanciarli contro la porta con l’intento di avvisare le guardie che stavano arrivando.

Entrati in città c’era e c’è la Piazza di Verzaia, che come via dell’Orto ci ricorda come i nomi delle strade avessero ieri un significato pratico.

Io prendo via dell’Orto e passo di fianco alla mia scuola Elementare in piazza de’ Nerli, uno sguardo e tanti sono i ricordi che affiorano nella mente: gli ingressi separati, tra maschi e femmine, l’olio di fegato di merluzzo che dopo guerra ci davano, con un unico cucchiaio, i maestri ed i compagni di allora, ma anche il friggitore dal quale ci fermavamo, poche volte purtroppo, a causa dei pochi soldi disponibili, a prendere un “semelle” ( nome derivante dal latino semel, una volta, così era ed è diviso il panino) con la polenta fritta!

Proseguo fino a Piazza Piattellina, dove allora c’era un giornalaio e come non ricordare il programma radiofonico “Il grillo canterino” con “l’Iris e l’Anneris” o con il tifoso viola che esordiva così: “Forza Gano il duro di San Frediano, il tifoso della Fiorentina il muscolo d’acciaio da Piazza Piattellina a Borgo Tegolaio (dove abitavo)”.

La piazzetta è attaccata a Piazza del Carmine con la sua chiesa imponente a soprassedere all’ampio selciato, ove una volta giocando a “volino” con le figurine, persi la cartella, o meglio, giocando la lasciai per strada e fortunatamente un compagno di classe la trovò, ma non  riuscì ad evitarmi una giusta e dura punizione da parte di mio padre, che allora i cellulari, ma neanche il telefono, c’erano nelle case.

Proseguo per via Santa Monaca, con l’ostello della Gioventù accanto alla chiesa; oggi la strada è tornata famosa per un grave fatto di sangue: è stata uccisa una studentessa americana che abitava lì.

Si arriva quindi all’angolo con via dei Serragli, che collega il ponte alla Carraia a Porta Romana, ancora una strada che ci ricorda come da quel lato della città, entro le mura, ci fosse il serraglio dove si potevano sistemare le bestie che arrivavano a Firenze.

Attraverso e subito mi viene in mente il compianto Ugolini, un libraio che vendeva libri usati e che una diecina di anni fa, riuscì a trovare il mio numero di telefono per chiedermi il maggior numero di copie possibile del mio “Birbonate fiorentine”, che numerosi clienti gli chiedevano.

Continuo per via Mazzetta, sulla destra, in una vecchia chiesa sconsacrata, mi ricorda di avervi svolto i primi campionati toscani di lotta greco-romana a cui ho partecipato con scarso successo.

A sinistra, all’angolo con via Maffia, sotto un grande tabernacolo, ho fatto la prima cazzottata per difendere da un ragazzaccio la fetta di torta che avevo avuto per il mio compleanno e che la mamma mi aveva messo in cartella per la merenda: richiesta con prepotenza, ma difesa a tutti i costi! Così era la fame di allora!. Proseguo per via Mazzetta dove ci sono ancora i bagni pubblici, ai quali andava mio padre dopo la guerra perché il bagno in casa era un lusso che avevano in pochi, così come un gabinetto con il water, allora c’era il “cariello” con il suo lapidino di marmo e una ciambella di paglia per sederci a fare i propri bisogni! Oggi questo sembra impensabile, ma allora era normale.

Di fronte alla statua di Cosimo Ridolfi c’è ancora la farmacia, ed all’angolo con via delle Caldaie abitava un orafo che stava al piano terreno e conoscevamo, aveva una finestra del laboratorio che dava su piazza Santo Spirito. Quante cose mi tornano in mente: dal giornalaio che ancora resiste sull’angolo con via Mazzetta, con il mercato, allora senza aiuole, con il palazzo Guadagni sull’angolo opposto.

Interessante è la storia dei Guadagni: loro era l’antica famiglia dei Bischeri, da cui deriva la bonaria offesa fiorentina “bischero”, che possedevano le case dove il Comune aveva previsto di far arrivare il nuovo Duomo di Santa Maria del Fiore, al posto della più piccola chiesa di Santa Reparata. I Bischeri cercarono di fare i furbi, tirando sul prezzo per la cessione del terreno, fino a quando il Comune, persa la pazienza, prese la decisione di espropriarli dei loro terreni, senza dar loro in fiorino. Loro se ne andarono da Firenze, si arricchirono e quando rientrarono a Firenze avevano cambiato il loro cognome con Guadagni, per dimostrare ai concittadini che non erano poi così “bischeri”!

Ormai siamo quasi giunti a casa, si supera la ex sede della biblioteca Pietro Thouar, fondata nel 1914 che è la più antica biblioteca decentrata di Firenze, che nel 2015 è stata trasferita in Piazza Tasso, negli ex locali delle Leopoldine. Mia madre ci  raccontava di aver letto tutti i libri della biblioteca di allora, compresi quelli all’indice!

Di fronte c’era allora il calzolaio, dove andavamo a farci fare le scarpe su misura sotto le quali venivano messi dei chiodi per risparmiare la suola, agli angoli con Borgo Tegolaio a destra c’era l’ortolano, un brav’uomo che vendeva per poche lire, prima di buttarle via, le arance sciupate, le chiamava “capirotti”, dicendo alle massaie che era meglio prendere la parte buona di quell’agrume prima di buttarlo via, perché ai ragazzi facevano bene, allora scorbuto e pellagra si facevano sentire in quel quartiere così popolare.

Di fronte il macellaio, che ancora teneva appesa la carcassa intera del vitello, con la segatura per non sporcare con il sangue che gocciolava dall’animale squartato; anche lui come gli altri commercianti, aveva un occhio di riguardo per le famiglie con molti figli, noi eravamo quattro fratelli, aggiungendo alle ossa per fare il brodo, un pezzo di ginocchio, che la mamma disossava e ne tagliava la copertura a piccole strisce condendola con olio. sale pepe ed aceto come al nord si usa fare con i nervetti.

Potrei continuare ancora a lungo con i ricordi che riaffiorano alla mente e mi fanno, oggi, sorridere, ma mi limiterò a quanto scritto fino ad ora, invitandovi a ripercorrere questa passeggiata e a pensare a quegli anni del dopoguerra quando la popolazione viveva in una onorevole povertà.

6 dicembre 2017

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