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Alessia e Mirta

Un rifugio, qualcuno direbbe non sicuro, ma spalancato veramente, sguardi di storie tra amore e amicizia, che un po’ ti cambiano, allo specchio della vita.

Accoglie così, la freschezza offerta della versificazione, tra un giardino appassionato, sognante, e un giardino fiorito meno, di un fine vita ingiusto.

Si corre tra occhi negli occhi, riflessi di come siamo e di come vorremmo essere, per non vergognarci, o forse, solo per sentirci amati, un po’ per sempre, senza pensieri, né addii.

Bastano pochi minuti per percepire il profumo di aria pura, al solito posto la chiave per entrare nella cascina fiorita dei ricordi congiunti alla nostra pelle, marchiati.

La poesia di Raffaele Piazza è espressione vera del tempo esatto o estratto, purissimo, il tempo dove in cui tutto nasce e in cui ogni cosa può cambiare e finire. Il tempo di un sempre fotografico, scatto immortalato di gesti, pensieri che non devi scegliere, sono loro che scelgono te, nel tempo del ricordo primo, in cui l’amore scorre come il fiume che lambisce, fiero e senza freni, verso l’anima ampia del mare.

Un luogo preciso in fondo – È il 1984, costeggia la 127 una scia di strada / la vita nelle nuvole fiorite, a forma / di pesce o di giraffa / e ci sarà il raccolto – il luogo del cielo sopra il cielo di tutti, il luogo trasognato delle vie, dei parchi e delle stazioni, senza invito e senza far male.

Non mancano riferimenti più nobili e aurei a riportare in vita sere estive quasi dimenticate, in realtà ancora sotto il nostro braccio sinistro, mal custodite dal cuore, che tanto sanno di un balcone al chiaro di luna, un semibuio per ritrovare le generosità di parole immortali, tanto ardenti quanto indimenticabili, come un Ti AMO!!! ricomposto sui vetri appannati di un amore importante.

Perfettamente reinterpretate come nel diario di scuola e con maestria per noi dirette da Piazza, nell’incontro terreno e primordiale di Alessia con il suo Giovanni, fonte di vita e di sangue, un sangue che non secca ma irrora e impone germogli negli anni della giovinezza che non sfiorisce subito, che incontra danze scalze, fantasie estive che muovono treni e accorciano le distanze dei tempi tutti.

E nel ricordare che tutto ha un inizio e una fine, aggiunge balsamica una pioggia fine che scioglie dolore e ciglia finte, di troppo, su una bellezza non distratta e che non dorme, nell’età dei primi corpi. E non solo.

Si cade, dall’alto, all’improvviso e senza stelle a cui appellarsi, e il giorno diventa incerto, annuvolato il senso e rabbuiato il domani privato. Mirta, un inciso al ristorante dei vivi, fino all’attimo prima del suicidio, in tenera età. Mirta, a soli 44 anni, che ci porta per mano ad incontrare l’autore che diviene soggetto in prima persona, una Musa che offre l’altro lato del prato, non più margherite da annusare a perdifiato, ma solo terra, e freddo, e prigionia. Una riflessione alla stessa luna, che conosce in Alessia la storia a cui ebbra in amore ogni anima ambisce, ma che, nei panni Mirta (furtiva giusto il tempo di qualche poesia), esprime il cupo tagliente e fulmineo di una storia di vita sgorgata, sgorgata e via. Con dolore e senza Dio a cui chiederne chiarore.

Incontro di una forma di amore etereo, superiore, forse chiamato amicizia vera, per un Piazza che spacca così il monte in due, e negli anfratti più profondi raccoglie le forme più diverse dell’adorazione: da un lato dello spaccato l’amor ai primi passi che non vuole essere giudicato ma solo vissuto, e dall’altro, all’opposta metà del nulla, l’amor epistolare alto, che nulla cela oltre i segreti di troppo che non in esistenza sfoceranno.

È in chiusura che le carte vengono nuovamente coperte, quasi balsamicamente, tornando con Alessia nella panacea di un amore che protegge dalle brutture del mondo. All’opposto del buio oltre la morte decisa per mano propria, come a volerci consolare, a riportarci in abbraccio alla materna vita, seppur non più completamente ebbra di immersione viscerale, con un velo di malinconia sulla fronte, verso il turbamento del fato che, prima o dopo, nulla perdona. Arriverà dunque, sembra voler ricordare, il tempo della lagrima a rigar di rughe il viso del dolore, ma a pochi, per fortuna, è dato sapere quando.

Un inno alla bellezza rigogliosa e botticelliana in ogni sua forma, a questa figura prima, sublime, che tanto ha da offrire, e di cui tanto la natura ci vien narrando da secoli nei secoli. Un viaggio senza tempo, al centro esatto delle emozioni che non conoscono punti di separazione e che bucano dritti dritti lo stomaco come - Un cutter attraversa un’altra estate – al pensier turbato di una verginità perduta, così al pari passo di – resurrezioni ad ogni passo – o – è sereno tempo delle fragole al loro posto esatto -. Un incontro al sapore di arancio, fichi, filodendro, cedro, piante, frutti e fiori per dissetarci di un terreno fertile di poesia che inverdisce, graffia ma non lascia. Esiste.

Una Mirta, tanto importante quanto Alessia (entrambe equilibrate nel titolo ma opposte nel simbolismo malcelato che esprimono) per ricordare come anche il sole cancelli, come anche il grano muti in pane e dunque in fondo solo briciole da dimenticare. Un monito alla vita, un’evocazione dei momenti apparentemente felici, istanti rubati anche, se vogliamo, futuri brandelli di lagrima al sapore del sale sulle ferite, pronunciati con la lingua tra i denti, entrambi degni di essere vissuti nel pieno del succo agrodolce di stagione… e ancora più in là – la quinta che oltre gli orologi esiste –.

Consiglio la lettura di questa raccolta letteraria in particolare a chi, sui banchi di scuola, ha tanto assaporato l’emblema dell’amore nell’allora immoralità della lirica “Le Fleurs du mal”, di Charles Baudelaire. E non solo per i temi ricorrenti in rincorsa tra morte e amore e passione e peccato, ma in particolare per questo dono di saper cogliere le esatte corrispondenze tra i profumi e gli elementi della natura, e, non in ultimo, per l’assonanza con la tormentata vita di Baudelaire, che ritrova nell’amata un’amante passionale nonché musa ispiratrice, fino a quando, proprio all’età di 44 anni, dopo aver anche tentato il suicidio senza riuscire nell’intento, perì.

E torno allora a Raffaele Piazza, familiare, tra le sue sere, le sue stagioni, la musicalità dei corpi forse non lontana dal dopo che finisce.

Recensione
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