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Solitaire

Trattasi di un’analisi da compiere con snellezza di elaborazione ma ispirata a rispetto, attenzione, in una parola ad acribia sul piano critico su un lavoro di ampio respiro, corposo, sì, ma godibile come lettura per una scrittura improntata ad una linea di svolgimento coerente,organica, limpida, suadente,accattivante;possiamo benissimo denominarlo “romanzo-saggio” per l’alternarsi di contemplazione, riflessione, confessione autobiografica nel respiro della narrazione.

Eccone il titolo: Solitaire / viaggio ‘clandestino’ nell’infinito letterario ed umano del Novecento (Kairos, Napoli 2009).

È una tappa molto importante questo lavoro, nel ‘curriculum’ di scrittore di Francesco Alberto Giunta, nel suo linguaggio schietto, spontaneo, ci rivela una fase decisiva per una autentica riscoperta di sé e questo infaticabile ricercatore “ de li vizi umani e del valore” va tessendo da antica data attraverso le sue esperienze di studioso, viaggiatore, osservatore attento della realtà e del costume.

Si può dire, proprio per tale autobiografismo che, Solitaire completa la trilogia di altri due volumi di Francesco Alberto Giunta: Atupertu (Serarcangeli Editrice, Roma 1993; Licenza di vivere (Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2005.

Nel cominciare un discorso, ritengo essenziale una sottolineatura: il viaggio, l’intervista, la contemplazione di paesaggi di un’umanità quanto mai varia e ricca sono, per l’autore, solo gli strumenti esterni: l’indagine vera, però, si compie attraverso un’introspezione interiore che permette di cogliere, di tali paesaggi, le note più segrete, nel cogliere impressioni, sentimenti che solo lo psicologo e l’artista possono tradurre in verità di pensiero, momenti di poesia e di sublimazione.

Ripercorrere le tappe di tali viaggi, cogliere per intero le sfumature di impressioni attraverso un’analisi particolareggiata non appare possibile in brevi, rapide note, possiamo solo soffermarci su alcuni momenti particolarmente significativi di questa carrellata lirico-narrativa che Francesco Alberto Giunta compie, per coglierne bellezze che possono apparire tali solo al lettore che pratichi un’attenta meditazione.

Cominciamo da primi viaggi, durante gli anni della giovinezza , quando Francesco Alberto Giunta , dalla natia Paternò, e, successivamente, dalla Catania degli anni ”Trenta-Quaranta”, con il retaggio insigne dei Verga, De Roberto, Rapisardi, Martoglio, (città dove egli compì i primi studi a livello accademico) approdò per completare il suo ‘iter’ di formazione a Lovanio e successivamente a L’Aia.

Da Lovanio potè recarsi a Parigi “il cuore grandioso ma vulnerabile di tutta la Francia”, con i suoi “cafés di Saint-Germain-des Prés e personaggi indimenticabili quali Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Maurice Merleu-Ponty, Albert Camus, Juliette Gréco, musa dell’esistenzialismo con le sublimi melodie di “Les feuilles mortes” “La vie en rose”.Altre tappe avrebbe, poi, conosciuto ‘l’iter’ del Nostro: tra studi ed esplorazione di un mondo nuovo: Bruxelles, Londra, Anversa.

Parigi è, però, la città che rifulge di più vivida luce nella rievocazione, sul filo della memoria, che egli ne fa: forse la più legata ai suoi ricordi di adolescente, c’è, però, anche una motivazione artistica in questa scelta. La Parigi degli anni d’oro è quella cantata dagli esistenzialisti divenuta centro di attrazione mondiale per i suoi colori, le sue linee, le sue luci, le sue ombre, le sue novità di vita, di costume, di pensiero, in una parola per la bellezza di un fascino irresistibile, storicamente irrepetibile.

Un momento commovente di questo singolare ‘iter’ è la visita di Francesco Alberto Giunta al Sacrario dei caduti di El Alamein, una località d’importanza centrale per le sorti di una strategia: quella delle forze armate italo-tedesche operanti nel settore dell’Africa del nord nello autunno del 1942, al comando del generale E. Rommel, durante il secondo conflitto mondiale.

El Alamein è ubicata nella costa mediterranea dell’Egitto, cento chilometri ad ovest di Alessandria. Le truppe comandate da Rommel erano decisamente inferiori, non come valore, s’intende, ma come numero di uomini, nonché come attrezzature militari di combattimento alla muraglia armata delle truppe alleate: l’Ottava Armata britannica al comando del generale B. Montgomery.

Le cruente battaglie combattute, come ci informa Giunta nel brano dedicato a questo capitolo triste dell’ultimo conflitto mondiale furono tre: - quella del 24 luglio, - quella del 30 agosto - 5 settembre e, infine, quella del 23 ottobre-3 novembre 1942, che costrinse le già logorate truppe italo-tedesche a ripiegare verso la Cirenaica e la Tripolitania, mentre le truppe appiedate, esauste, prive di munizioni, affamate ed assetate, dovettero in gran parte arrendersi.

“Mancò la fortuna, non il valore” sta scritto a grande lettere sul cippo eretto a tre chilometri da El Alamein per indicare il punto della massima avanzata italo tedesca a soli 111 chilometri da Alessandria d’Egitto (pag. 109). I caduti furono 4.634. Giunta, però, mette in guardia il lettore dal fraintendere il significato delle sue parole. E precisa “Non è retorica e neppure nostalgia, è la storia che trascende ogni idealismo e ne consacra il gesto, l’audacia dello spirito fino al limite del consapevole sacrificio”.

Esprime anche la sua concezione eroica della vita: “Ciò che a prima vista sembrava sofferenza ed atrocità diviene inseguito perché nell’eroismo quotidiano v’è il germe della resurrezione interiore” (pag 375).

Il momento più intenso di questa narrazione è quello in cui Giunta versa lacrime silenziose quando il custode gli offre, durante la visita al Sacrario, una rosa fresca, la cui fragranza esprime forse l’eternità dell’amore nel dolore di un fratello, di un genitore, di un figlio perduto.

Per questo ho versato anch’io lacrime secrete, nel leggere questo episodio, nel ricordo di tante creature che vivono ormai nell’Aldilà, ma forse ci sorridono ancora … E mi ricordo di un momento felice dell’intuito critico del grande poeta Giuseppe Ungaretti, quando in una sua lezione su Leopardi, tenuti all’Università di Roma , illustrava il significato del ‘mito della giovinezza’ rinvenendolo proprio nell’istante in cui l’enfant prodige della poesia universale “nella canzone all’Italia trasfigurasse in atletica bellezza le sue stesse fisiche miserie: ‘… io solo combatterò …’ “(cfr.G. Ungaretti lezioni su Giacomo Leopardi, Roma 1989, pag 118). Quel Leopardi che nella stessa lirica avrebbe eternato nel ricordo dei posteri il sacrificio dei 300 eroi delle Termopoli nell’antica Grecia, così come erano stati immortalati da Simonide di Ceo.

“… e sul colle d’Antela ove morendo / si sottrasse da morte il santo stuolo, / Simonide salìa / guardando l’etra e la marina e il suolo”

Il rapporto tra fede e poesia è il tema preminente all’interno della crisi della cultura cristiana occidentale che rivela sempre nella persona umana la difficoltà di adeguarsi ad una accettazione responsabile dei dettami inerenti al binomio religione e morale, mentre propende a sentire la religiosità e il senso del sacro che la poesia si trova tanto più ad ereditare e incarnare.

Per questo Francesco Alberto Giunta, come tutti i poeti di formazione cattolica, ha interesse a esplorare come questi due aspetti della vita interiori possano conciliarsi nel rispetto delle scelte di vita di ognuno.

Spiccano, per questo, nel suo Solitaire due incontri altamente significativi con personaggi che hanno fatto del poetare la ragione d’essere della loro vita, ma il cui accostamento alla fede è stato una ricerca quanto mai problematica, irta di dubbi e incertezze per alcuni, naturale per vocazione interiore, profondissima nell’ardire nell’operare come una esplosione di amore per Dio e la Madonna in altri.

Alla prima serie appartiene un comune amico d’altri tempi: il poeta Elio Filippo Accrocca, laico come estrazione di pensiero, che da “Portonaccio” (1949) a “Contromano” (!987) a “La distanza degli anni” (gruppo di poetiche inedite raccolte in una antologia del 1988 della Editrice Newton Comptom) ha rivelato questa continua ricerca di DIO come la grande occasione offertagli per non “essere condannato a sperare”.

’altro è un personaggio-monumento nella storia della poesia contemporanea, avendo abbracciato nella sua intimità dolorante i due ideali: DIO e la MADONNA come fonte d’AMORE (il più grande) e la POESIA come strumento per una rigenerazione interiore, Padre Davide Maria Turoldo, sacerdote appartenente all’Ordine SERVI di MARIA, oriundo friulano, uomo della RESISTENZA “più per la libertà dell’anima e delle istituzioni” (come rileva Giunta a pag 257), ma cittadino di un universo poetico e mistico.

Questo cantore appassionato del divino e dell’umano dalla prima raccolta di poesie “Io non ho mani”(1947) alla silloge “Alla porta del bene e del male” (1978) e, successivamente, alla raccolta ultima di oltre settecento pagine “I sensi miei” ha perseguito una propria linea declamante e profetica, simile alle lamentazioni bibliche.

Recensione
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