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Mabò lo straniero

Nato nel 1910 a San Ferdinando di Puglia, Piazzolla si trasferisce a Parigi nel 1931dove comincia a frequentare l’ambiente degli intellettuali e dei poeti. Nel 1938 si laurea in filosofia alla Sorbona. Instaura una perdurante amicizia con Gide e comincia numerose collaborazioni a riviste letterarie e pubblica le sue prime raccolte Horizons perdus e Caravanes (1939). Nel 1940 esordisce in Italia con le liriche di Ore bianche e con il poemetto mitologico Persite e Melasia. Stabilitosi a Roma nel 1945, nel 1948 conosce Vincenzo Cardarelli che lo introduce nel gruppo di intellettuali de La Fiera Letteraria.

La sua attività letteraria, saggistica, critica e filosofica non conosce praticamente soste: pubblica decine di raccolte poetiche, tra cui Elegie doriche, Lettere della sposa demente, Esilio sull’Himalaya, Sugli occhi e per sempre, Dolore greco, alcune delle quali riedite da Fermenti. Interviene su varie riviste culturali, ne dirige una umoristica, L’idiota, svolge attività critica sia di italianista che di francesista, si dedica alla pittura e al disegno nonché alla critica d’arte. E’ vincitore di numerosi premi. Nel 1985, il giorno prima dell’uscita de Il pianeta nero (Fermenti editore) muore a Roma.

Intento di Piazzolla è la ricerca della trasparenza nel senso di svelamento del mistero, tensione verso l’assoluto. Il mezzo poetico è strumento di conoscenza, quindi l’arte non è mai tale in sé e per sé, arte e impegno coesistono e cooperano. L’atmosfera degli anni ’50, nei quali Piazzolla torna in Italia, è dominata da un’impellente necessità di concretezza materialistica, la quale, però, spesso pone ai margini la parola poetica quale rivelatrice di surrealtà e in questo senso si può parlare di esilio, di solitudine del poeta allorché questi si esprima fondamentalmente tramite un linguaggio politicamente di grado zero.

La ricerca letteraria, piuttosto, conduce ad una dimensione sovratemporale e sovra spaziale, tale soltanto nell’assunto e mai nell’impegno, che costituisce il luogo letterario da cui ha origine l’espressione artistica, non senza il bagno necessario nel divenire della realtà. Tale processo avviene tramite la predisposizione all’innocenza, che genera meraviglia e scoperta.

Ed eccoci oggi a rileggere un autore che ha sempre rivendicato la sua presenza letteraria e ha dovuto lottare contro un contesto in opposizione, mai pronto a recepirlo nella sua peculiarità.

“Cogente metapoema” lo definisce Stefano Lanuzza, nel prefarlo, Mabò lo straniero di Marino Piazzolla “ricompare” oggi finito tra le carte dell’editore e amico Velio Carratoni che lo ha ritrovato e ce lo restituisce attuale più che mai.

Come ci rivela Lanuzza il testo, databile agli anni ’80 del secolo appena scorso, pone all’attenzione il problema esistenziale e sociale dei migranti, della discriminazione e soprattutto dell’indifferenza nella quale sono stati e sono tenuti, l’indifferenza ovvero il male dei mali.

Leggendo le poesie comprese nella raccolta sottolineiamo. Si lamenta Mabò: “Se oggi morissi / nessuno mi piangerebbe./Sono troppo lontano da me,/per ricordarmi di vivere.” E poi: “Mi vendo ogni giorno/e non riesco mai a comprarmi./ (…) e aspettare, aspettare/ me senza speranza.”

A dominare la scena è il senso di annullamento, fisico ed emotivo dello straniero che a poco a poco scivola per poi precipitare nell’essere straniero a sé stesso, nel non riconoscersi più, nel non ritrovarsi mentalmente a causa della privazione della cura di sé da parte del mondo esterno. Davvero la condizione di essere straniero dilaga oltre la semplice e terribile xenofobia e altrettanto oltre la negazione dell’accoglienza di classica memoria dell’ospite, per divenire la condizione di un fardello, se pur umano, che pesa su una società privata di affettività non solo di solidarietà verso il suo simile. Ed allora il peso dell’esistenza, lontana dal luogo di origine, diventa una macigno anche morale: “Pochi uomini sfanno / gli occhi e le mani / e ci fanno al cuore stranieri / come fossimo intrusi sulla terra”. L’essere straniero travalica il confine della mera sofferenza per dilagare in un territorio zero di perdita dell’identità anche sentimentale che distrugge l’essere umano. “Sono millenni che dura l’esilio” scrive Piazzolla, ponendo in rilievo quanto il trascorrere di un tempo lentissimo e non rischiarato da alcuna luce rappresenti la pena più dura da scontare per un delitto mai commesso. L’alternanza luce/ombra è un topos proprio della scrittura di Piazzolla, già presente in opere di forte spessore come Lettere della sposa demente, per esempio. Qui la ritroviamo insieme ad un altro segno distintivo dell’autore, quale l’uso apodittico dell’incipit poetico, come “Ad ogni risveglio / mi tocca partire da me stesso / ed affrontare il mondo (…)”

Alla lettura di questi versi avvertiamo tutta la pesantezza di una relazione con il mondo sintetizzata nell’affronto come in un ideale ingaggio di un conflitto che nasce già con una innata sconfitta, potenzialmente prevenuta e inutilmente scansata nella sua immanente presenza. Ed ecco allora che “la luce” si spegne: “Mi è compagna l’ombra / che sembra più viva di me / ai margini della via.”

L’ombra si fa consolatoria allorché la luce diviene troppo faticosa, impossibile da sostenere, condizione di non accoglienza, in cui l’uomo, straniero per antonomasia, viene abbagliato ma mai illuminato dall’altrui e dalla propria umanità. “Ogni giorno / rimando a un altro giorno l’idea / di scoprirmi uomo / e ricordarmi finalmente che posso dire: Io sono / un uomo diverso”.

Si assiste ad un procedimento di progressiva scomparsa dell’umano qualora la diversità viene vissuta come precarietà e fragilità indegne di comprensione.

Mabò scompare a sé stesso e ciò è spaventoso, pauroso, terrifico.

Leggendo in successione le poesie incluse nel testo, ci si accorge dell’andamento narrativo dell’opera nell’intenzione di sprigionare da sé il sé malato con il quale Mabò si trova a fare i conti. Nel desiderio di mettersi in luce e di uscire dal suo cono d’ombra Mabò, ad un certo punto, decide di fingere a sé stesso: “Giacché non sono / quello che dovrei essere / mi è nata una maschera / sotto cui soffre / l’immagine vera del mio volto.” Da notare la consequenzialità di causa/effetto e il sottile senso di colpa nel quale si tramuta l’inadeguatezza impugnata malvagiamente allo “straniero” decifrabile nel “dovrei essere” e il ricorso al mascheramento, porto salvifico di un’umanità lacerata, fino all’ammissione “Sono straniero a me stesso”.

Tanto è vero che viene sottoscritta la rinuncia alla lotta “Non impugnerò armi / Non ucciderò il nemico, fantasma (…)” pur nel riconoscimento di un’alterità che, da vagheggiata proda cui chiedere ristoro è diventata produttrice di ostilità. E in un crescendo lento ma inesorabile Mabò arriva a gridare la sua cocente necessità “Vorrei non essere più solo” ed insieme il desiderio di riappropriazione: “Io sono di chi mi paga. / La mia donna / è di chi mi paga. / I miei figli se ne vanno / soli in se stessi / aggrappati ai fili / del mio sudore. / Dunque, nulla è mio; / nemmeno il calore / del sangue che batte / nel sangue dei figli.”

Lo stile è deciso e dolce insieme, quasi elegiaco, se non fosse per un imperante realismo, soffuso in tutti i testi nei quali a predominare è un grave senso di stanchezza immobilizzante quanto impossibile a trovare refrigerio. Mabò è l’uomo uscito per sempre da sé nel quale ormai dispera di far ritorno: “Un giorno spaccherò la mia vita / per vedere com’ero fatto / prima della condanna / ad essere un altro (...)” E poi: “Non ho nulla. Nulla. Nulla. / Io, da tempo, / ho di mio l’ombra soltanto”

“Da tempo” ovvero la dichiarazione di una sopportazione non più tollerabile, un’attesa disattesa, l’arresa. E quindi la visione, anch’essa simile alle immagini allucinate de “la sposa demente”: “Un giorno, vero come il sole,  / saremo il mare / (…) / Allora verranno a cercarci (…)” e la visione diventa collettiva, come la tragedia è collettiva, Piazzolla ci presenta una condizione di pessimismo cosmico di chiara patente leopardiana. La sofferenza si fa alveo di riconoscimento forse consolatorio se pur a tratti, in maniera discontinua, quindi non portatrice di rasserenamento dell’animo, dunque il sogno si fa delirio, ancora una condizione in cui il personaggio di Mabò si assimila ala sposa demente: “Verrà il tempo / delle spighe per tutti / e dell’albero fratello/ (…) Camminerò sull’erba / dritto sulla mia schiena”. Ed infine: “Quando toccherò, / con voce libera, / l’umana essenza / che mi fu tolta / colla falsa pietà, / allora vedrò mio figlio / vedrò la mia donna / vedrò il mondo / venirmi incontro / come per una festa.”

Recensione
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