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Letti bianchi

La piccola silloge Letti bianchi di Mariagrazia Carraroli nasce da una personale esperienza di affetti e di vita che affonda le sue radice nel lontano 1943, quando l’amato compagno di vita, Luciano Ricci, rimase privato della mano e del piede destro dallo scoppio di una bomba, casualmente capitata tra le sue mani. Di questo filo conduttore sono testimonianza sia la lettera Al lettore dell’autrice, sia il breve racconto Fra due date scritto dallo stesso Ricci, duramente provato in anni recenti da dolorosi interventi, da ricoveri ospedalieri e lunghi periodi di riabilitazione. Ma questa personale condivisione della sofferenza si apre in Mariagrazia Carraroli a un orizzonte più ampio fino ad abbracciare tutta quella “dolente umanità” cui ha avuto modo di avvicinarsi, porgendo il conforto di una parola o anche semplicemente ascoltando le tante storie che ogni letto raccontava.

Ed è così che prendono corpo figure e storie ormai perse nel tempo, che ogni letto racconta dando voce alla sofferenza, alla solitudine o alla paura che lo hanno abitato. Questa tecnica di “oggettivazione verbale”, così cara alla Carraroli, (si pensi alla precedente raccolta Mai più, dove gli alberi raccontano la tragedia di Sant’Anna di Stazzema), questa tecnica consente, dicevo, di far risaltare l’angoscia e la sofferenza che emanano da ogni storia. Se il filo conduttore è segnato dal letto N. 2 dove si è consumata la vicenda di dolore e resistenza della persona amata (“ce l’ho fatta – vedi – coraggio ci vuole / coraggio nella vita!”), altre voci si levano a ricordare storie diverse. A volte è una preghiera recitata in coro intorno al letto di un ragazzo albanese, altre volte è il senso di smarrimento e di angoscia che si coglie di fronte al lento allontanarsi dalla vita di una persona cara (“Piange la figlia / sua madre scomparsa // mentre c’era”) o a quella perdita atroce della propria identità che si condensa in “cartocci d’alfabeti senza volto / in fogli di vita scordata”, lasciando dietro di sé solo l’eco di un lamento ostinatamente ripetuto.

L’ospedale è spesso il luogo dove è possibile dare un senso più autentico alla nostra vita. Mariagrazia coglie bene questo aspetto di solidale fratellanza che s’instaura fra un letto e l’altro: la preghiera recitata per il figlio conforta anche il vicino e un mazzetto di ciliegie portate “in dono / al vecchio accanto” è motivo di gioia che si trasmette con un sorriso. La vita chiama e spinge il ragazzo a tenerla stretta a sé alzando con fatica, ma al tempo stesso con compiacimento, l’esile gamba provata dai molti interventi; mentre un altro cui il diabete sta portando via la vita chiede ancora “pizza, dolce e molta birra” alla madre disperata “confusa da un figlio / che divora la vita / per morire // prima di morire”.

La raccolta si chiude con il letto vuoto sul quale “l’ala dell’Angelo / ha raccolto l’ultimo respiro”, stupenda poesia nella quale la Carraroli s’interroga sul senso del dolore e sulla sua inevitabile necessità.

Ogni letto una storia, dunque, raccontata con voce limpida, “senza deviazioni emotive” come afferma Nazario Pardini nella Presentazione, in uno stile solo apparentemente asettico che si serve soprattutto di una raffinata scelta linguistica per mettere in risalto gli aspetti umanamente più coinvolgenti: “Con fibre mute / condivisione trattengo // ne sorbo e conto lacrime / tra silenzi e baci”.

Recensione
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