Servizi
Contatti

Eventi


L’Occhio ddei Poeti

 

Nel presentare l’ultima raccolta di poesie di Patrizia Fazzi, L’Occhio dei poeti, occorre ripercorrere idealmente il cammino che questa scrittrice ha compiuto dall’ormai lontano 2000, quando uscì la sua prima raccolta di poesie dal titolo Ci vestiremo di versi.   L’evoluzione fino ad oggi del suo percorso poetico l’ha portata ad ottenere riconoscimenti sempre più importanti a livello nazionale, ma possiamo dire che in quella prima raccolta c’erano già i nuclei tematici più significativi della sua poesia e non è un caso che L’Occhio dei poeti costituisca una specie di ‘summa’ del suo pensiero, in quanto contiene poesie scritte nei più diversi periodi, nella stragrande maggioranza inedite, in alcuni casi invece riprese dalle precedenti raccolte e inserite in un contesto che ne giustifica l’appartenenza al nucleo tematico originario. Si vedano a questo proposito alcune delle poesie inedite di ‘impegno civile’ (Terraemotus, Gli ‘Angeli di San Giuliano’ ) o altre dedicate alla sua terra (Toscana e Arezzo, riprese dalla raccolta Dal fondo dei fati, 2005). Quasi un diario quotidiano, questa raccolta, che si snoda dal 2001 al 2011 seguendo una coerente logica di sistemazione tematica, un punto di approdo e, insieme, una pausa, quasi l’Autrice avesse voluto denotare un percorso di vita e di poesia in un preciso momento della sua produzione.

L’Occhio dei poeti, la poesia che dà il titolo alla raccolta, apre la prima sezione intitolata La sorella di Shakespeare e presenta un discorso sulla poesia che si chiuderà in maniera circolare nell’ultima sezione, intitolata L’inesausta ricerca. Mariagrazia Carraroli, nella recensione apparsa su www.literary.it, ha prospettato la possibilità che questo titolo derivi da un sonetto di Shakespeare, ma, ammessa e non concessa questa supposizione (successivamente smentita dall’autrice), interessante appare la trasposizione in chiave moderna del tema in cui la Fazzi si addentra. Infatti, se per il poeta inglese “L’occhio del poeta, in una felice ispirazione, / spazia dal cielo alla terra, dalla terra / al cielo…”, per la Fazzi “ l’occhio dei poeti vede nel buio / non si perde…/ sa la direzione”; è “sorriso che prorompe / risata, scherno, scarto dalla norma, / libertà assurda ed assoluta”: versi questi in cui è evidente la lezione tutta novecentesca della poesia, capace di penetrare nelle zone più oscure della coscienza e di far sì che l’uomo ritrovi se stesso nel convulso procedere della vita e del quotidiano, affidandosi a quello “scarto dalla norma” che consente di conseguire una “libertà assurda ed assoluta”. Se questa è la funzione della poesia, La sorella di Shakespeare merita di essere letta.

Cosa mai fare per sentirsi vivi?

già e sempre risuona il dubbio di Amleto:

…to die, to sleep, no more..
…or to take arms against a sea of troubles
and, by opposing, end them?..
…to die to sleep, no more…

No - risponde Virginia -
    la carne mia si ribella
ad un’urna di pietra da viva:
sono la sorella di Shakespeare,

quella che vuole
“una stanza tutta per sé”,
una penna che scriva
le gocce di sangue e di sole,
una bocca che schiuda pensieri
           colorati, sdegnati, ritmati,
slogan da stadio da sussurrare
                all’orecchio del cuore…

Avvolta da una bandiera-barriera,
incatenata ai miei versi,
   brucerò sul rogo dei folli,
lanciando scintille nel cielo del tempo,

piuttosto che essere cenere
                       che arde senza calore.                                                          

Virginia Woolf, nel racconto intitolato Una stanza tutta per sè, ci fa conoscere l’ipotetica sorella di Shakespeare, come lui capace di fare poesia, ma, in quanto donna, privata dalla società del suo tempo dell’ opportunità per emergere. Nel racconto della Woolf, Judith, promessa sposa dal padre al figlio di un mercante, fuggì di casa, ma, non trovando il modo di realizzare il suo sogno di poeta, si uccise una notte d’inverno e venne sepolta a un incrocio. Identificandosi con la sorella di Shakespeare, “quella che vuole una stanza tutta per sé” ove realizzare la sua aspirazione ad essere poeta, la Fazzi, nei versi, specie conclusivi, ne attualizza l’eredità: “avvolta da una bandiera –barriera, incatenata ai miei versi, / brucerò sul rogo dei folli, / lanciando scintille nel cielo del tempo, // piuttosto che essere cenere / che arde senza calore”.

Tutta questa prima sezione è un inno alla poesia, un invito a sfrondare quanto c’è di sedimentato ed inutile nella nostra vita, affinchè la poesia possa splendere “sul letame, / sull’indifferenza ignota ed ignara” ed essere un “risveglio d’amore, una coccola tanto agognata”, come si legge in Una garza sul cuore. Altre volte, invece, la Fazzi riprende il tema in tono ironico-satirico, fino ad esprimere il suo bisogno di “gridare la poesia come una canzone”, tanto da diventare “un’urlatrice, / una pop star del verso”; altre ancora, contrappone al proprio stato d’animo enunciato nella breve citazione iniziale:C’è un velo di tristezza che mi avvolge, – si legge in Parleròuna ragnatela uggiosa di apatia: è troppo immobile il mio tempo…”, il bisogno di affidare alla parola poetica la gioia di un ritrovato senso della vita: “Ritmi, danze, scintille, datemi da bere, / canzoni da indossare e versi, versi ancora / parole create mescolate inventate / strane, bisbetiche, assurde ma gioiose…”, fino a concludere con un forte ossimoro: “Torturatemi pure, / parlerò”.

Questa prima sezione è fondamentale per comprendere il valore che la Fazzi attribuisce alla poesia: “Chi salverà la musica? E la bellezza? E l’amore? “ – si chiede l’autrice nella poesia intitolata Chi salverà? – “chi salverà dal perdersi nel caos, / chi salverà il cosmos?”. La poesia ha, dunque, un valore salvifico e, nell’ultima sezione, il tema viene ripreso per esprimere quanto di personale e, insieme, di universale, essa è in grado di rappresentare. Così, dopo aver cantato “Grazie, poesia, di esistere”, per la ricerca che le consente di catturare ‘note dal mondo’, cogliendo lo stupore e la bellezza che ogni volta esso offre, in Sfogliare poesie, la Fazzi sottolinea l’aspetto intimo che la scrittura assume nella sua e altrui vita: “Sfogliare poesie / come un calendario del cuore, / un’agenda cifrata dove segnare / gli appuntamenti con sé, // giorno per giorno scoprire passato e futuro, / rileggendo la vita / data dopo data specchiata nel verso…”, fino a concludere con una riflessione sul vero significato di questa interiore ricerca: ”Sfogliare poesie / come un quaderno / per riordinare gli appunti, / mettere in fila le idee, / delineare uno schema / e trovare forse la frase / che dia un titolo a tutto”. Da sottolineare anche l’intensa poesia intitolata Una stilla di verso (pag.116).

Poesia è questa via
che il vento spazza tra i fogli
                     alla fine del mercato,
nel brusio indifferente

attimi di sofferenza stesi al sole
     della pagina bianca che nessuno forse
                                   dallo scaffale aprirà,
fiore di mandorlo
           lucente di petali
sbocciato furtivo nel cortile,

albero cresciuto
               passo dopo passo
nei mesi
             nei giorni
                           negli anni,
                     potato
             contorto
assetato,
eppure resiste e risucchia
dalle radici
                 una stilla di verso.

Come osserva giustamente Paolo Ruffilli nella Prefazione alla raccolta, “la chiave di lettura della poesia di Patrizia Fazzi è la continuità, è la distensione, è il percorso di una voce che insegue, mentre la vive con intensità, una definizione della vita […] con il riconoscimento dei valori che danno senso alla vita […] e che fanno sì che valga la pena viverla”.

“Dum differtur vita trascurrit…”: questo il detto senechiano* che si legge ‘in exergo’ alla seconda sezione intitolata Vitanauti e che comprende, a mio avviso, alcune delle più belle poesie della raccolta, dedicate al lento, inesorabile trascorrere del tempo: “E’ un fremito d’ali / il nostro stare sulla terra, / battito che veloce si consuma,…” E ancora: “Si sfaglia la vita, / giorni come veli di cipolla che / ti spellano il tempo / fino al cuore bianco…”; “Ci scivola addosso la vita, / è un’onda nel buio, / un guanto che sfiora la pelle / nel sole o nell’acqua…”. Ma a questa nota lievemente malinconica si associa nella Fazzi un invito a vivere la vita nella sua pienezza, perché, dice, “La vita ha un suo soffio gentile / anche quando graffia, / squarta la carne del cuore // inopinatamente arriva, / - temporale estivo - / scuote le radici, / le tenere gemme spazza, / rivolta la terra dove / fino allora camminavamo lieti, // la vita è un usuraio / nascosto nelle pieghe dei sorrisi / ed ogni tanto ti presenta il conto da saldare…”, come si legge nella poesia intitolata Il soffio gentile (pag.26). Credo però che la poesia che meglio esprime il senso del nostro fragile stare sulla terra sia Vitanauti, a pag. 23, una poesia che offre tutta la riflessione sulla vita, la nostra vita: sospesi in un mondo virtuale, aggrappati a parole che si perdono “nella galassia cibernetica” e “poi di nuovo risucchiati” nel reale, senza “nessuna clessidra / che ci mostri la sabbia dei secondi…”, viviamo in un mondo che sembra aver perduto le sue certezze e, man mano che il virtuale apre spazi sempre più sconfinati dinanzi a noi, l’individuo è sempre più isolato, sperduto in una solitudine priva di amore.

Sempre qualcosa ci divide
sempre qualcosa ci unisce

da ricercare nel vuoto, nello spazio muto
dei minuti assenti, privi di tatto...
viviamo sospesi,
                         appesi all’amo
di parole perse nella galassia cibernetica,
per un attimo premiati da una stella,
   microluce di messaggio

e poi di nuovo risucchiati,
chiusi, serrati nella stiva delle ore vere
   e non virtuali

vitanauti senza volante
                                   nè patente,
nella scia di correnti calde, fredde,
- a volte coraggiosi controcorrente -
temponauti con troppi orologi
ma nessuna clessidra
che ci mostri la sabbia dei secondi
lo scintillante gioco dei granelli...

cosmos e caos ci avvolgono,
ci turbano, intrigano le piste,
   si fa deserto il mare
   e siamo soli sempre
senza una mano che ci dica
     ‘amore, vieni’.

“La vita, nella poesia della Fazzi - osserva Giuseppe Panella nella sua recensione al libro – è fatta di illuminazioni e di lampi, di strappi di esistenza che si ricuciono lungo un percorso ravvivato dalla poesia”. Quello che muove la Fazzi, infatti, sono ‘occasioni’, momenti di vita reale, osservati “a metà tra la memoria e la loro consistenza di realtà”, come afferma Ruffilli, per essere poi trasformati in simboli di valore universale. E’ questo un procedimento tipico della sua poesia che rende conto dell’occasionalità da cui nascono quasi tutti i componimenti, sia che si tratti di paesaggi della sua terra o di personaggi a lei cari, di amici scomparsi, di opere d’arte intimamente rivissute. Non è un caso che in exergo alla sezione intitolata ΕΙΣ ΤΟΝ ΚΟΣΜΟΝ ΑΠΑΝΤΑ ( “E andare verso tutto il mondo”) la Fazzi faccia riferimento ad un brano del 1912 di Giovanni Boine:              “La mia vita – scrive Boine – non è duplicemente di concettuale pensiero da un lato e di immagine dall’altro. La mia vita è amalgama […] Io ho il certo e il vago dentro di me, il MIO e DI TUTTI… Voglio che la mia lirica sia travata di obiettività, e la mia obiettività sia tutta intimamente tremante di liricità e voglio esprimermi intero. Intero: nella mia complessità simultanea, nella mia interiore libertà che non segue schemi”.

E’ su questa linea di poetica che si sviluppa, a mio avviso, l’indagine interiore di Patrizia Fazzi, caratterizzata dalla ricerca di un filo conduttore razionale che si frapponga come ostacolo al nostro vacuo procedere verso una direzione ignota, riconducendo la vita alla poesia - UT LITTERAE VITA - come recita il titolo della settima sezione. A questo proposito vorrei invitare a leggere la poesia intitolata Should be moon per l’opera di Fiorella Pierobon Parrebbe luna: qui, partendo dall’osservazione dell’opera della pittrice, Patrizia Fazzi sviluppa un intreccio tra simbolo e realtà che le consente di raggiungere risultati di un intenso lirismo evocativo.

 Parrebbe luna
     ed è un mattino lieve
         un sole tiepido di gioia,

                           parrebbe luna
                               ed è una sera fosca,
                                     una luna vera che s’affaccia bruma,
                                                     viso di mistero
parrebbe luna
   ed è rovescio di medaglia,
       quella vita che vedi solo dentro
               spingendo la pila fino in fondo,

parrebbe luna
     ed è alba che risale
             dal pozzo delle angosce rischiarate,
parete ruvida di sogni un po’ incrostati,

parrebbe luna
       ed è una messe di onde raccolte nel cammino,
               quasi a strappo,
dal finestrino del treno sventolate,

parrebbe luna
     ed forse il tuo sole conquistato,
cerchio che si sdoppia nel ripetersi perenne
                                       del ciclo alba-tramonto,
linea gotica dove tu solo vai a cercare
                          il ‘tuo’ segmento,
                                           il tuo segreto raggio.    

Un ulteriore spunto di riflessione che consente di comprendere meglio quanta importanza abbia per la Fazzi l’apertura verso il mondo e come la poesia non possa che nascere dal rapporto con gli altri è costituito dal significativo testo Il mondo negli occhi (p. 118) che l’autrice colloca in chiusura dell’ultima sezione, intitolata L’inesausta ricerca : poesia che è perfettamente speculare alla prima, L’occhio dei poeti. L’invito a non perdere di vista “l’occhio dei poeti” per ritrovare se stessi, con cui si concludeva la poesia dall’omonimo titolo, si risolve ora in una insistita interrogazione al poeta stesso affinchè si soffermi a guardare le sofferenze del mondo: “i ragazzi africani / che scalciano scalzi sul pallone”, “le dita arrossate delle donne lavandaie”, “le lacrime bianche delle vedove di guerra” e la bellezza della natura: “C’è un mondo da guardare, / da sentire implodere piano / nel laboratorio delle tue parole, / nel tunnel dell’anima scavando / fino al nocciolo dei cuori / perforarlo / ferirti con le spine della vita / e da ogni graffio stillare / gemme di strane melodie…” fino alla splendida conclusione :

...gemme di strane melodie
da suonare con l’organetto nelle strade
farti strillone, mendicante,
accattone anche tu schivato,
accucciato a tendere poesie
in cambio di sorrisi frettolosi.

Occhio di poeta che ti credi
specchio e sei così miope,
anche tu,
così nell’angolo più ottuso,

eppure scaldi la tua fiamma,
intrepido prepari torce e credi,
sì, credi ..o ti illudi, non importa,

e intanto crescono le foglie,
il cielo ogni ‘dies’ si rinnova
                                       e le vite
anche di notte
                     tremano piano
aspettando luce d’alba.

E’ partendo da questa impostazione che nascono le poesie che Ruffilli ha chiamato di ‘impegno civile’ della Fazzi, con l’invito ai ‘giovani del sabato sera’ a credere nel domani e nei valori, alle donne perché lottino per la loro emancipazione più autentica (La marsigliese, Le lucciole), agli uomini perché non dimentichino gli orrori della guerra (La pace che cerco, Per i bimbi feriti in guerra), ma anche quelle di natura più lirica e introspettiva (L’ora assopita, Tornerò al mare) o quelle dedicate alla sua terra da cui parte e alla quale sempre ritorna come ad un grembo materno. La sezione Toscana in tour comprende, infatti, le poesie dedicate ad Arezzo e alla sua stupenda Pieve, quelle dedicate a Lucignano, “chiocciola di storia”, a Cortona, osservata nella luce di un tramonto, o a Lucca, ricca di storia, con i suoi “fregi liberty di lampioni e negozi”, le vie, le piazze, le “arcate gentili di rossi mattoni”, alle quali si contrappone “l’affacciarsi solenne / della pietra serena e del marmo” della sua cattedrale.  

Non è possibile in questa sede analizzare compiutamente le singole sezioni che compongono il volume, ma vorrei soffermarmi su due in particolare. Ne L’infinito verbo, in exergo due citazioni ci introducono al tema: …”Celeste è questa / corrispondenza d’amorosi sensi”…(Foscolo, Dei Sepolcri) e “Dormono, dormono tutti sulla collina…”(Edgard Lee Masters). La presenza della morte e quella delle persone care scomparse fa da contrappunto alla vita, è essa stessa parte integrante della vita. Proprio da questa “celeste corrispondenza” nascono le poesie dedicate a Mario Luzi o quelle per l’eroe delle due ruote Marco Pantani, per Federico Luzzi, il tennista aretino prematuramente scomparso, per Maria, la levatrice che correva di paese in paese per dare alla luce nuove creature…o per altre figure meno note ma la cui scomparsa, più o meno prematura, le suggerisce una riflessione esistenziale, un elegiaco ricordo (come quelle per Franca Lebole o Giancarlo Nocentini). Da questa sezione la mia prediletta è Dalla terrazza, un omaggio al poeta Mario Luzi con lo sfondo di un luogo che, per me, che gli sono stata amica, è anche il ricordo di tanti momenti trascorsi insieme su quella terrazza:    

Si apre alle tue spalle
                           come un fiore
il cielo fiorentino,
                         austero sfondo
alla tua figura ieratica e sottile.

Ci guardi tutti
                       intenso
ci abbracci con gli occhi arguti
                       di fanciullo saggio
ma a tratti ancora irriverente:

sembri dire “grazie per avermi
                               un po’ ascoltato”
e invece siamo noi
                               a doverti tanto.                          

La sezione Ut pictura poesis ut litterae vita contiene intarsi artistici tratti dall’arte figurativa, sorella gemella della poesia, come si evince dalla citazione di Leonardo posta in exergo: “La poesia è una pittura muta, / la pittura è una poesia cieca”. E noi sappiamo quanto amore leghi Patrizia Fazzi all’arte figurativa e come alcune delle sue raccolte più importanti, come La conchiglia dell’essere e Il filo rosso, siano state ispirate proprio da autori o capolavori dell’arte antica e moderna. In questo volume lo sguardo spazia da Antonello da Messina a Giorgione, a Caravaggio, a Viani, Rosai, Walter Valentini, per non citarne che alcuni. Da questa sezione segnalo in particolare una breve ma intensa poesia ispirata ad un quadro di Caravaggio esposto a Londra, La cena in Emmaus:

Luci ed ombre che si accendono
        mani protese al futuro miracolo di fede

la vita in bilico
                           sul bordo apparecchiato
bianco quadrato
           ove nitida attende la sua sorte
                                         e scàlpita la cena,

bene e male si contrastano

ma biancheggia sul petto la conchiglia
           si anima di spes irresistibile la notte:
l’alba si farà ancora pane
                           e linfa il rosso sangue.

Concludendo, Patrizia Fazzi raggiunge con questo testo una compiuta maturità espressiva, caratterizzata da un ritmo fluido e scorrevole, che asseconda l’andamento ora “cantabile”, ora rigorosamente incisivo, che scaturisce dalla forza delle immagini. La scrittura e il verso della Fazzi, intrisi di una frequentazione sedimentata con gli autori classici della nostra tradizione, non impediscono tuttavia all’Autrice di forgiare parole ed espressioni nuove e significative, che rendono viva e modernissima la valenza linguistica.

 

Recensione
Literary 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza