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Il valore (non soltanto grafico e simbolico) di questa silloge sobria e perentoria, lo si scopre nell’inesorabilità della sua lingua audace, non molle o diaristica, ma scolpita, essenziale, ardente ed ebbra. E, nel clima della stessa materia,diventa più agevole l’uso nel farsi essenza singolare e responsabile pietra. Ecco quindi le innumerevoli possibilità di scovare le parole forti, dure, in un aspetto più narrativo che fiabesco, calcolate come una misura di tutte le cose e quantificate come sincero supporto del viaggio di cui Leda Palma ci informa, ovviamente avviluppando in esso la storia piuttosto che un lieto o ameno idillio. Ed ecco perché i versi sono accolti (e raccolti) al centro della pagina, sia per offrire al loro dettato un podio morale, sia quel genere di distinguo epigrafico che dispone i concetti come una circostanza spezzata e lievitante, che intende durare nel tempo, qualunque siano i suoi vacillii di circostanza o le forme lievi. Le istanze secche diventano – nel percorso verticale dominante – elegia, traccia di frammenti sepolcrali, cronache di un aldiquà solitario, perduranti se non estreme, e quasi insegne che guidano al deserto o che nel deserto optano per una reazione civile, tentacolare, vivida.

Chi legge è dinanzi a rivelazioni appassionate, intende attivamente l’allinearsi alle tensioni mediorientali, ad un paesaggio quieto e inquieto, abitato da un’immagine apocalittica, luminosa, così come a stati fragili di realtà e contingenze fotografiche, relative a esistenze antiche e ad odierne ninne nanne arabe. Vicende della curiosità e del misero corpo che descrive memorie, paure, sabbie, modalità esistenziali insistite, strategie su nozioni senz’altro recuperabili alle esigenze delle molteplici culture del nuovo mondo. Tra archeologie roventi e musiche lamentose, Leda Palma coglie una serie di spunti per rinascere alla contemplazione intrecciata alle preghiere: ritmi, riti, gesti, destini ineluttabili e competitivi, in sensi umani e religiosi che nessuno si è scelto prima di constatare essenze e vaniloqui, ma che riescono a farsi ammirare ed amare come fede pura. Leda Palma è l’usignolo che gode, attraverso la poesia, codesti sussurri, suoni, arie riflessive, e il poema registra di tutto punto esclamazioni dirette, sentimenti sinceri, rapidamente assimilati a quella progressiva ispirazione già risaputa per ciò che ha finora pubblicato (natura e cuore compresi). “Non un raggio mi colora di sole  | avvolta | nella custodia del burka | non un canto a salire o parola | né il breve di un sorriso | scrivi come si spegne novembre | e tutti i mesi scrivi | che non sarò mai fiore | né nome mai sarò | su questo nero foglio | di solitudine” (p. 39); “Lasciati cadere sole | fai buio l’orlo della duna | confondi le mie tempie | il mio pulsare | il mio sì versato nella vita | che si fa maschera | lasciati andare sole | slacciati | così chiudo la porta | ai resti di battaglie | all’orrore di pietre | sulle mani ferite | arrotola il tempo | voglio falciare | le pagine che restano.” (p. 65).

E non mancano fra i testi (senza segni di interpunzione: come si addice alle epigrafi) le veemenze, le umiltà, le pronunce diverse trasmesse con nobiltà di pensiero privato e senza crude enfasi, in più esclamazioni, a suggestioni di tipo profetico, ed emozioni insolite dovute al nutrimento poetico, di cui Leda dispone nel desiderio insieme di trascendenza e di configurazioni quotidiane, all’altezza del tema e delle sue verità: dosate, rarefatte, colorate di nostalgia quando i riferimenti considerano la vita e l’amore o il sogno indivisibile dal gioco degli stimoli etico-sociali e delle mutazioni!

Recensione
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