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Le mie teorie eretiche

Marino Piazzolla: croci e delizie delle eresie

Conversazioni a Radio France Culture
condotte da Olivier Germain Thomas e Estelle Schlegel

Per gli uomini che son morti sono pronte
cose che essi non sperano né immaginano.

Eraclito

Esistere, in sostanza,
non significa che questo:
essere disperati.

Thomas Bernhard

C’è, dopo tutti gli attraversamenti della realtà, un’umana nostalgia del ricordo, che i viventi coltivano per le figure scomparse e amate: “I cimiteri sono pieni di persone indispensabili” diceva Charles Peguy, e quindi è necessario riportarsi a loro, per riuscire a resistere ancora sulla terra in rivolta e sconvolta dall’immondo e dagli intrighi, dalle increspature temporali e dagli affanni nascosti.

Infatti Marino Piazzolla è complice di una volontà inquieta quando incontra la classicità per mai tradirla, anche emotivamente: movimento e controllo di continua intesa.

La sua parola è decisa e continua, non capricciosa nelle varie collisioni col pensiero.

L’intrinseca fortuna di essere sopravviventi alla polvere sopportata, in anni gioiosi e bui, sveglia in più risposte l’immagine della fiducia nel coraggio dell’entusiasmo espressivo e di una lingua tutta interiore.

Dunque eresie: perché a effetti privati e quindi sconosciuti, non canonici e di pubblico dominio, al di là (e al di qua) della “nostra frigida avanguardia” (Falqui), o di sprovveduto conformismo provinciale e difforme.

E in bella copia sceglie le migliori elegie della sua scrittura fra i tanti fantasmi temporali e i dispersi punti vuoti di innumerevoli biografie, chiosate su beatitudini sapienziali secondo le tormentose esigenze della propria ricerca (o favola individuale).

Questo nuovo documento bibliografico appartiene a Marino Piazzolla a cui dopotutto nulla è stato sottratto nell’angoscioso fervore di essere vivente, ma egli stesso sospettoso del suo divenire, lungo il percorso affrontato nella misericordia del tempo in cui è vissuto da poeta, saggista, polemista, pittore ed altro.

Egli ha continuamente incalzato (senza adeguarsi alle sole esperienze personali) i vari connettivi di integrazione, pronto e attivo per difendere le sue scelte teoriche, per riconoscersi in esse quasi volendo possedere il proprio destino rettificando contrasti, i turbini imposti alle necessità della conoscenza e le percezioni progressive, recuperando fascinazioni che è difficile farle restare in ombra, nel mare magnum delle istanze a cui in questo caso è consacrato per via della verità .

Marino (nato a San Ferdinando di Puglia dove ”l’ombra è la più spessa del mondo” nel 1910 e morto a Roma nel maggio 1985) amava la letteratura perché riusciva a sottrarre ogni cosa all’amarezza della vita astuta, artefatta, intrisa di menzogna e di scarsa spontaneità, e nel rapporto individuale con il giorno e gli uomini, ha colto e selezionato gli stessi legami come bisogno essenziale, l’immensità della luce riflessa assiduamente nella sua opera.

In colluttazione con la pazienza e la segreta attesa della creatività, il suo lavoro si è svolto dentro il profilo di più tensioni e quindi uno stato di coscienza naturale che spiega una suadente solitudine, e abitava la sua anima, anzi croce e delizia individuali di un essere nel mondo in libertà mai sterile, negli isolati e fervidi misteri esorcizzanti la conoscenza.

Gli effetti aforistici intridono inoltre schermi di memoria ed epifanie giovani, una filosofia in più segni di alfabeti singolari. I risultati sono esposti nella dialettica, forse filologia di una bibliografia che comunica, quasi in formule magiche, una passione abbondante di argomenti, enunciati, provocazioni, armonie spirituali di concrete visioni, comunque lo si legge, e di insolita godibilità.

In questa summa di temi, di filtri, di lezioni efficaci, di riconferme, quanto egli ci spiega, detta con quali strumenti egli abbia raggiunto i suoi “Oltre” cifrati, mai in senso barocco ma di pensosa coerenza.

Il problema è centrale nella storia di un poeta contemporaneo, malgrado ogni supposta indifferenza e la foresta di illettori che si sottrae alle questioni colme ed estreme dell’accadere nella sublimità (non sempre trasparente o visibile) della qualità, in ogni caso spesso priva d’ingressi.

“Rivoluzionario di pace, non dell’odio”, l’identità non gli è stata mai sottratta a Roma e in Francia dove è stato ospite privato ma anche amico di figure protagoniste. Ha ottenuto alcuni sensibili capitoli in questo prezioso libro che continua ad essere riproposto, dopo le trasmissioni radiofoniche, con pagine qui pubblicate, ma adesso sconosciute alle nuove generazioni in cerca di sperimentalismi e specificità oggettive, diverse dal suo rinascimento storico e post-storico.

Le “Conversazioni” di questo tomo (Fermenti, 2014) hanno una favola radiofonica presso “France Culture”, condotte da Olivier Germain e Estiele Schlegel (maggio-giugno 1978) edite su scrupolosa revisione e adattamento di un suo sapiente studioso: Donato Di Stasi, su traduzione di Francesca Celli e su consulenza editoriale di Velio Carratoni: presidente attivo alle questioni postume di Marino Piazzolla, insieme alla scrittrice Gemma Forti. Ma non sono tutte le interrogazioni al suo impegno, e tanto meno azzardo della intensa saggezza dello scrittore pugliese.

Ci sono nel volume le chiavi dell’intrinseca ragione retorica e morale, gli enunciati emotivi e le verità delle proprie interpretazioni sostanziali, il ritmo dei pensieri riflessivi e delle fughe dal contesto non condiviso spesso da chi vive per le divinità lessicali indeterminate e senza obblighi di accettazione di quello che non convince, o soltanto distrae dal fare irrazionale.

I nomi e le opere sono tanti, quasi una sfida non esibitiva o soltanto ideologica, ma pronuncia fluida e generosa di felici suggestioni (e senz’altro psicologia di un messaggio non domenicale).

Quanto è morbido l’oggetto dell’affetto: madre e “sposa demente”, sentiero mediterraneo e mito ricondotto puntualmente agli esempi di ciò che scrive o ha già scritto. Sempre in direzione di un’analisi (anche breve) per artisti e poeti, in feconda ipotesi di ottimismo ma anche in formulazione immediata e mirabile di rivelazione inondante.

In più esitazioni abita qua e là l’inessenziale, ma il dominio cristico e la naturalità metafisica in prosa espressiva, sanno raccontare quello che si è appreso nel clima di intense e fondamentali pragmatrie.

Piazzolla, come ogni poeta ipersensibile nelle proprie vicissitudini, ama chiarirsi, affiancando agli estri e alle riflessioni quel curriculum vitae che è colloquio continuo del silenzio. Queste sue “teorie eretiche” enunciano pertanto tutto quello che ha svolto per se stesso, tra successi e derive (studi filosofici, fedeltà al lavoro, essenze intrinseche del suo secolo) a cui chi scrive è devoto e amabile vittima (complice l’inconscio quando è vita).

Recensione
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