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Mi arrampicavo ancora sugli alberi

Lettera a Raffaele Piazza

Come anticipato per mail, il Suo scritto coglie la trama essenziale che sottende all’architettura del libro.

Non ci sono dubbi, si parla dell’esistenza e/o dell’assenza, dell’abbandono di Dio.

I due snodi salienti, al riguardo, sono (a parte il testo introduttivo) la poesia di apertura 20 ottobre e la poesia Vento che apre la sezione finale.

20 ottobre è una poesia d’occasione, scritta in seguito a un drammatico incidente avvenuto appunto in quel giorno del 2013 in viale Famagosta a Milano, e che ha innescato la molla da cui ha preso forma il libro. Il 13 ottobre 2013 una donna incinta e il figlio di quattro anni vennero falciati da un’auto nell’attraversare il viale nei pressi del sottopassaggio. La donna e il feto morirono sul colpo, il padre, corso all’ospedale, chiese dell’altro figlio che venne solo dopo ritrovato sbalzato a parecchi metri nello spartitraffico centrale…e il mio non può che essere il punto di vista del padre. In relazione come detto all’esistenza di Dio e di un permanere del senso delle cose.

Vento è semplicemente una poesia su Auschwitz, sui campi di sterminio.

L’una pone la questione nei termini della “storia”, l’altra della cronaca, ma entrambe sono “un’Auschwitz”, quello storico e quello quotidiano, e dunque la domanda portante del mio libro è la stessa di Adorno e di Primo Levi, oltre a essere la domanda chiave del ‘900 e fin qui a mio avviso della Storia umana…” c’è stato (e c’è) Auschwitz, dunque come può esserci Dio? Come può esserci, ancora, Poesia?”

c’è stato e c’è il camino, insonne…

Inquadrata la domanda, inizia la tensione e tra “l’assenza”, la paura dell’abbandono, la mancanza di “giustizia a misura d’uomo”, e invece la meraviglia, la nuova vita, i sentimenti autentici e l’energia meravigliosa che muove a protezione dal vento di ponente…

Entrambi questi poli sono declinati, nel mio vissuto, con i tratti dell’esperienza anche autobiografica, per esempio nella sezione “assenza” con gli elementi nichilisti di una gioventù arrogante e sopra le righe, o invece nelle sezioni successive con gli elementi di una vita familiare legata “ai valori più umili, dunque più alti”, in una tensione che non può risolversi totalmente ma che trova la sua risposta nelle sezioni finali con l’accettazione della contraddizione e un atteggiamento fondamentalmente di fiducia etica, già annunciato in apertura, di lettura del “cielo terso, dentro di noi”, di valorizzazione della meraviglia dei legami fra noi, le persone umane e il mondo, nonostante la crudezza delle considerazioni di cui sopra…

Nulla di originale, ne sono consapevole, ma il mio tentativo di risposta a quella domanda che, piaccia o meno, non può essere elusa…

E non v’è eccezione
Moriremo
Ma i sentimenti autentici
Permarranno
Aura degli imperi
Nella classicità.

Recensione
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