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Di traverso il Novecento

Francesco Muzzioli ne scrive nella nota introduttiva, che espone in tutta evidenza ragioni, metodi e prospettive del suo libro; l’attraversamento del Novecento, che vi si compie, ha per fine ultimo di mettere il secolo scorso, come qui è interpretato, di traverso all’immagine che ne offre la vulgata e su cui conviene il comune senso critico: questo l’annuncio e, tra gli altri, il preminente valore di significato del titolo di testa, Di traverso il Novecento: la letteratura novecentesca è scelta e misurata e dialetticamente trattata perché manifesti il suo carattere scostante, la sua idiosincrasia verso acquiescenti funzionalità ideologiche e politiche, ed elenchi gli ingredienti che ne rendono difficile la digestione a riposo, ovvero una assimilazione automatica ed eterodiretta, e registri al suo attivo, insomma, tutto ciò che è di più utile per muovere le acque del pensiero.

Un intendimento di tal fatta suppone intanto che l’agire critico abbia e non possa mai smettere una postura militante. Muzzioli interviene con un set di strumenti analitici che manovra perfettamente lungo tutto il campo operatorio, cosicché le sue argomentazioni sono scientificamente fondate e puntualmente persuasive; epperò non c’è suo esame che non sia comparativo, che non estragga da un testo l’idea di letteratura, che esso nella sua autonomia semantica contiene, e che non la accosti in dialettica con le idee concorrenti, con le immagini e le maniere espresse e mandate in circolo nella cultura letteraria italiana. Proprio l’assetto militante della critica di Muzzioli conferisce organicità e continuità, anche passibile di destinazione storiografica, ai suoi pezzi; nati per lo più per altre occasioni, ora che sono ricomposti in un insieme mostrano comunque la loro indole fortemente motivata, temprata nel vivo del confronto e del conflitto delle interpretazioni, e dunque tessono una trama coerente e resistente, tracciano un ritratto unitario. Un ritratto “contro”, in cui il Novecento si mette appunto di traverso.

Quel Novecento del quale si intende restituire, rivisto in un quadro d’insieme, l’importanza che è giusto e utile tenere in gran conto: non è un ricalcolo anaffettivo del dare e dell’avere in una possibile revisione di bilancio che riguarda il passato e nei confini del passato resta racchiuso – a questo scopo piccolo piccolo si intona, condiscendente e supina, la non mai troppo biasimata neutralità dell’abito accademico come di prammatica –, piuttosto, contro diffuse posizioni intellettuali oggi strette sul presente, e perciò spesso protese in evanescenti divagazioni ovvero compitanti banali refertazioni e liste fenomenologiche, di fatto rinunciatarie alla critica e alla teoria della letteratura, la vocazione militante della critica di Muzzioli si spende per la rivendicazione di attitudini, di poetiche, di prassi, di modalità di scrittura che il secolo scorso ci consegna e che non sono affatto scadute, che anzi è bene vengano risvegliate in questo scorcio iniziale del terzo millennio perché un ruolo attivo del lavoro letterario possa ancora aver corso, libero dalla coazione a ripetere e dall’abbraccio soffocante, infine mortale, del mercato. Dunque un elogio – ne scrive sempre Muzzioli nella nota introduttiva – che vale come un vigoroso richiamo d’attenzione e come segnalazione per augurio di un orizzonte progettuale e di una potenziale base programmatica che si misurino con i lasciti migliori dei cent’anni finali del secondo millennio.

Precisato che il panorama raccomandato da Di traverso il Novecento è fatto stagliare sullo sfondo di talune performances, opportunamente demistificate, che appartengono al repertorio delle celebrità più o meno incoronate dai manuali, e precisato che esso aggetta in contemporanea sopra cauti omaggi agli autori che hanno scelto posizioni mediane, talora intelligenti e di spiccato significato culturale; precisato inoltre che anche e soprattutto in vista delle finalità indicative e “promozionali” di questo libro non si può che repertare per exempla; e precisato infine che in primo piano è posta – e prima ancora teoricamente sostenuta – l’analisi testuale, magari esercitata su piccoli campioni, la quale con maggiore talento maieutico sa enucleare i modi di compresenza e il ricavo da interazione della qualità e della tendenza, i lasciti novecenteschi su cui Muzzioli pone l’accento si possono ricapitolare come segue. E come è necessario che si faccia qui, non potendosi che trascurare, nello spazio di una recensione, le tante annotazioni di dettaglio che punteggiano i trentacinque capitoli dell’opera.

L’avanguardia, per prima: se, in specie nelle ricognizioni avvenute nella seconda metà del suo corso, il Novecento è stato definito il secolo delle avanguardie, è improprio, sulla spinta di un bisogno di rimozione totale, considerare esaurito più ancora di un vulcano spento, tanto da diagnosticargli l’impossibilità di recidive, quel movimento tellurico trasmessosi in diversi cicli o ondate. Giusto la differenza, che si coglie netta, tra quelle storiche e quelle degli anni Sessanta e un numero qualificato di singolari esperienze che è dato rinvenire nelle vicinanze di esse; giusto l’improponibilità del discrimine di domiciliazione, ritenuto per solito un copyright sine quo non, che è dichiarato coincidere con l’organizzazione di gruppo e con la pronuncia esplicita delle poetiche, che la neoavanguardia, se si legge bene la sua vicenda, ha provveduto a sfatare; e giusto l’ideologia letteraria del futurismo normato da Marinetti, che è compromessa con il potere e sa quindi di retroguardia, come non lo sono, al contrario, e non ne sanno, scelte e tendenze di alcuni irriverenti irregolari quale è Palazzeschi e di alcuni liberissimi scrittori-pensatori quale è Lucini (il che fa intendere che per l’avanguardia non basta la parola, né bastano logistiche o criteri di strutturazione, e che viceversa orientamenti a contraggenio e modalità antagoniste di scrittura sono da considerare determinanti): tutto ciò fa arguire che l’avanguardia è forma in movimento, pertanto negoziabile e riproducibile in un tempo storicamente determinato, purché il valore d’opposizione e l’elaborazione specificamente antipotere in funzione di altre logiche di produzione letteraria, che ad essa sono congiunti, e la sperimentazione che ne consegue, acuta e motivata e contestualmente definita, non risultino dismessi, negati.

Di questi valori, lungo il suo corso alternativo, il Novecento offre una serie di espressioni che nel libro di Muzzioli sono sciorinate e fatte oggetto di argomentazione capitolo dopo capitolo; e che di sicuro si prestano ad essere poi ricomposte in un campionario, in un catalogo.

La ripulsa di qualunque aureola in quota al poeta – in accordo col tramonto di ogni proiezione auratica sopra la poesia – va conteggiata in premessa. Che si tratti di un deliberato necessario alla destituzione del sacro, alla dissipazione di una ineffabilità ammantata di mistero e professata da illusionismi in odore di simbolo, alla riammissione della temporalità e della finitudine, ossia della mortalità, nello spazio e sul corpo del testo letterario, è cosa perspicua. Come è palese che così si esca dai domini dell’estetica in quanto codificazione dell’autofinalismo intitolato al bello (al bello come convenzione, come a priori in astrazione determinata collimante con il senso comune), che è movente di tanta letteratura che fa scuola nel primo Novecento e che è pure tentazione nella quale, spinto da un bisogno di mitizzazione – un totem ulteriore, il mito, che da altri si trova ad essere sfatato –, cade il futurismo di Marinetti.

Su tali rotte è previsto l’approdo all’allegoria, quale Benjamin l’ha offerta alla riflessione e ad una rimodulazione attualizzante; e Muzzioli, i cui studi di teoria – quelli frutto di un lavoro in un collettivo di ricerca e quelli condotti in solitaria – convergono sull’allegoria da più un trentennio, lo segna più di una volta sulle carte novecentesche. Si potrebbe dire finanche che da Di traverso il Novecento si rintracci, e si ponga in esponente, una linea allegorica che corre, quando sotto traccia quando ben in rilievo, quando consapevolmente approntata quando risultante fuori programma per “caduta” dalla poetica in atto, lungo la letteratura italiana dello scorso periodo centenario. Una linea che occorre riportare al dibattito delle idee e al confronto delle posizioni in funzione della letteratura che verrà.

Una scrittura che è sostenuta da una volontà di pensiero e innervata da una intenzione di conoscenza, e che perciò amplia il proprio fronte di linguaggio e il proprio campo esperienziale uscendo dalle consuetudini e rifiutandosi alla narcosi della bellezza o dell’arte per l’arte; una scrittura che si “sporca” riconoscendosi in un ruolo pubblico (mettendosi in piazza, se del caso, sul copione di una teatralizzazione comica) e praticando una sua via ideologica e “politica” (come nel quadro – avvertito o intraveduto o intuito – di un’economia politica della letteratura) aperta sul tracciato della sua stessa operatività linguistica; una scrittura che si osserva metalinguisticamente nel riflesso dello straniamento e che perfeziona così, reinvestendola come lucida autoconsapevolezza in opera, la verifica dei suoi limiti storicamente determinati; una scrittura che si produce nella doppiezza dell’ironia, con cui schiude altre visuali decostruendo il convenuto, o che si sporge fino alle immagini dialettiche, luoghi di un polisenso criticamente avveduto; una scrittura che frequenta l’utopia, sapendone l’abissale lontananza, e ventila pure scenari da catastrofe, nei quali l’universo orrendo si fa tellurica inquietudine del testo; una scrittura che esperisce la sua sostanza materiale, scansando i modelli idealizzati dei generi e ponendosi radicalmente a repentaglio, sopportando la contraddizione: intrecciate l’una con l’altra in un montaggio di particolare pregnanza ovvero recitandosi prevalentemente in assolo tutte gravitano nell’orbita dell’allegoria.

E all’allegoria fa capo un altro Novecento letterario che è una testimonianza viva e forte e che, per suo conto, ha provveduto a lasciarci in consegna un regesto di significative esperienze. Anche ad esso vanno riferiti i compiti da svolgere per una difesa del valore di resistenza e di consapevolezza civile e per una salvaguardia della possibilità di conoscenza che restano propri della letteratura.

Recensione
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