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Il pollice smaltato

Il pollice smaltato (2013, immagini di Bruno Conte) insiste su di uno spazio d’avanguardia e ne riprende la tradizione, per articolarne e proiettarne le linee lungo tre direzioni di tendenza.

La prima si riconosce in una logica intermodale, di cui garantiscono lo svolgimento funzioni delegate soprasegmentali. La rivoluzione tipografica, già invenzione futurista, è qui adoperata di modo che tanto l’indicazione sonora – l’oralità implicita nella sequenza, percussivamente fatta salire di tono con lo spicco dei grafemi e delle loro potenzialità assertive – quanto la rilevanza visiva – assicurata dalla misura e dalla distribuzione dei versi sulla pagina, nonché dalla poussée degli ingrandimenti dei caratteri di stampa e del neretto – agiscono in concorso da fattori esponenziali e, in un contesto nel quale il voler dire appare determinante e la scrittura letteraria non ricusa davvero la quota pro capite di responsabilità, si rendono occasioni di ampliamento dei significati, sobbarcandosi un forte carico semantico. Lontane perciò dall’informale, che nel testo poetico è spesso profilato dalla monumentalizzazione dei significanti – riportati così dentro l’alveo di una mera sonorità, assoluta, autoreferenziale – epperò ben dentro l’organicità di un tessuto verbale del discorso che assume specifici compiti attoriali, declaratori e testimoniali, l’intermodalità si pratica in Pollice smaltato come incontro dialettico dei linguaggi, come nodo di una più alta e inusuale mediazione potenziale. Che è quanto può contrassegnare utilmente, in linea di principio, una riproposta della sperimentazione e dell’avanguardia in questo particolare momento storico.

La seconda direzione di tendenza, che fa capo giusto alla volontà di dire, per parziale e precario che risulti il suo impatto, si definisce nella chiave della poesia civile. Come scrive De Santi nella sua prefazione lucida e puntuale, il testo sembra confezionato per chi non ha rinunciato ad indignarsi; e non c’è dubbio che solleciti atti di disdetta e di ripulsa per questa geografia planetaria, economica e politica, e per questa Italia defedata in cui crescono a iosa, giorno dopo giorno, motivi di indignazione. Si innesca così, e si spande dovunque nelle stringhe della scrittura, una denuncia del potere, talvolta nelle forme di una repellente vetrina dei suoi orrori, mostrati per quel che sono e solo di tanto in tanto commentati con desolato disgusto, talvolta adoperandosi moduli e schemi di un’ironia che si spinge fino al sarcasmo. E il potere si ricapitola nel dominio televisivo (da qui il titolo dell’opera) che svuota e derealizza, che clona simulacri a grappoli aggressivi ed invadenti, che illude, ottunde e conforma le coscienze. E il potere si ritualizza nell’orgia sardapanalesca di politici e governanti d’accatto, sciagurati figuranti di una recita tragicomica in cui il paese si sfalda, rovina, collassa: il paese reale. Se da noi si intitola al berlusconismo il ventennio che abbiamo trascorso e che non si è chiuso ancora alle nostre spalle, un ventennio nel quale mai si è data una classe dirigente complessivamente all’altezza del frangente difficilissimo di transizione verso il mondo cosiddetto globalizzato, pressoché da tutti spacciato per santo prodotto liberistico di una postmodernità irrevocabile e ingovernabile, comunque benvenuta, sul palcoscenico del Pollice smaltato il berlusconismo c’è tutto. Con i suoi eccessi, con le sue cadute di gusto, con la spettacolarizzazione da villaggio turistico di un benessere da operetta, fintissimo e truffaldino, che si costruisce sulla sabbia della finanza e delle sue bolle, che si fa sponsorizzare dalla vuotaggine delle apparenze e da una subornante sacralizzazione del consumo. Ma l’impegno civile non esaurisce l’esercizio suo in questo protendersi della scrittura in opposizione ai potenti che reggono malamente le umane sorti. Al di là dei timidi e sparuti segni di speranza che pure negli ultimi anni è stato possibile rinvenire – tra questi, nei versi di Gemma Forti, la presidenza di Obama e il significato culturale che la scelta ha potuto configurare – il disperante dimagrimento del welfare e della sua funzione di garanzia e di riequilibrio delle disparità sociali, la caduta verticale della moralità pubblica, l’espansione imperialistica della criminalità organizzata, la crisi della partecipazione e il disimpegno, l’eclissi del pensiero forte che aveva mosso ideologie e politiche di liberazione e forme di rivendicazione e di allargamento dei diritti di cittadinanza sono vagliati nel Pollice smaltato, ripassati come in tanti “a solo” di un polemico teatro di documenti, allorché l’esuberanza dei grafemi, in una deliberata distribuzione verbovisiva, fa appello alla voce e la invita a irrobustirsi, salendo un tono più su.

La terza direzione di tendenza, su cui la scrittura di Gemma Forti va pronunciandosi, io credo che sia da riferire più generalmente alla specie del realismo, a quello d’avanguardia per intenderci. Al realismo che consegna il discorso poetico ad un ruolo né succedaneo né gregario né inerte – quale può essere quello che si profila sotto la giurisdizione dell’arte per l’arte, volendo usare la formula nell’accezione benjaminiana – e che pure rivendica il rilievo e l’importanza, il valore aggiunto e la “memorabilità” della specificità della sua prassi. E dichiara nella sperimentazione delle sue forme la possibilità di un intervento più incisivo, di una più acuta ed attiva “sua” politica di conoscenza e di intervento. Che è quanto non si dovrebbe smettere di perseguire.

 

Recensione
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