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Le ancelle della regina Mab

Il mito nudo e la poetica del grande stile

Che la narrazione – la narrazione sui generis, non rara nella scrittura in versi, operata quando per un mix intermittente di fotogrammi, quando per flash o per scorci abbacinanti – abbia un che di compulsivo e ribatta all’infinito lo stesso motivo, eleggendolo a tema dominante, è tratto di tutta evidenza, è segno peculiare di riconoscimento in Ancelle della regina Mab di Giorgio Bárberi Squarotti, l’ultimo libro da lui dato alla luce, pubblicato per i tipi di Fermenti. L’epifania di sembianti nudi di donne, infatti, non vi manca mai – solo un testo, forse, costituisce eccezione – e porta a compimento il dispiegarsi in proiezione del titolo, denso di suggestioni shakespeariane e, in chiave di classicità, aperto al restauro delle atmosfere magiche del sogno e del mito. Di profilo o in inquadrature frontali, ferme o in movimento, sole o in umane compagnie, disegnate per nuances o come in una gouache o per contro plasticamente modellate, qui donne, più spesso giovani fanciulle in fiore, hanno smesso o smettono le vesti e salgono al proscenio, componendosi in immagini, in silhouettes di ritornanti apparizioni.

Il fatto che queste schiuse interrompano le sequenze di una rappresentazione in svolgimento lineare e, di più, spesso, determinino effetti di spaesamento, mentre si dà il fatto concomitante, ma semanticamente avverso, che lo spaesamento finisce negato dalla reiterazione dei momenti epifanici e dalla reiterata chiamata in primo piano delle figure femminili, delle revenantes che li abitano, è struttura forte, è sezione aurea di senso. Suona conferma inoppugnabile, cioè, che il testo convoca allegorie in uno spazio simbolico, nel quale l’evenienza di una realtà altra, altra da quella che siamo soliti pensare, s’accompagna ad una “familiarità” che non può non interpellarci, che non smette di volgerci appello. E ciò si dice in stretta aderenza alla poetica di Bárberi Squarotti, che, secondo vulgata, intende per sinonimi allegoria e simbolo nell’offerta e nella diatesi proprie del testo letterario.

Dunque, avendosi per sfondo un paesaggio langarolo rassettato come in imitazione di una stampa che riproduce arcadia (e non manca di alberi da paradiso terrestre), o ponendosi domicilio nello studio di un docente universitario che interroga su Dante, o scorrendo sullo schermo le vedute di una periferia urbana, e annottando frequentemente su cieli quasi mai illuni, il corpo femminile si presenta d’improvviso: splende di nudità o scopre seni e sesso con mosse brevi e regali. Si offre o semplicemente sta, assorto e distante e intangibile come quello di una Psiche dormiente, sfingeo a volte; sempre è regale, sovranamente allocato in un paese parallelo, che non è di questa terra. Se pure la jeune fille compie i gesti di una prostituta, è nel rito ed è nel sacro che si recita il suo offertorio, come è già stato in Campana; lo zoom che insistentemente accosta i capezzoli, o che segue linee e tagli di perizoma, rileva particolari del corpo (pure essi simbolici in duplice riferimento: all’assoluto del principio del piacere e alla sfera del materno) e facsimili di antichissimi indumenti ancillari che hanno avuto esposizione nei templi che furono, nella dimora del dio.

Nulla che abbia lontane somiglianze con la voga tardosimbolista cristallizzata nell’art déco di primissimo Novecento (ne usa, in pagine deliberatamente patinate, il Lucini che ripiglia frammenti del racconto erotico greco e compita secondo maniera tra rifacimenti e invenzioni, guardando a Louÿs) e nulla che sappia di scapricciate mode citazioniste da postmoderno, oggi per fortuna passate; anche il gioco autoironico di una poesia d’autore in ritratto da vecchio, che lungamente rivà alle occasioni e ai richiami dell’eros tra fantasia e sogno, spiega pochissimo delle Ancelle della regina Mab e della raccolta che vi si fa di testi solidali, per lo più risalenti al decennio scorso (tanto che il libro potrebbe essere letto come un solo, ininterrotto poema lasciato per tanto tempo decantare). Piuttosto la sensazione che si avverte subito è quella (e la regina Mab vi si troverebbe a suo agio) che emana dalla Tempesta di Giorgione e poi, lungo la medesima rotta, dal Concerto campestre di Tiziano, per arrivare al Déjeuner sur l’herbe di Manet. Accanto ad altri attori di tutto punto abbigliati, s’accendono di bianco nudi di donna che sono là e che pure “traguardano”, che sembrano proiettarsi in un mondo parallelo, oltrepassando d’un subito il contesto nel quale stanno e nel quale si mostrano, perciò nude, come apparizioni sacre e mitiche, che spendono appieno, così, le credenziali del sogno. Tra il qui ed ora e la risalita straniante in un paese e in un tempo distanti, già stati; tra allegoria e simbolo, dunque.

E tra allegoria e simbolo, ed effetti onirici congiunti, il linguaggio di Bárberi Squarotti si vuole sostenuto secondo la tradizione del grande stile, talora variato con pésche dal parlato, di sovente affacciato su quadri d’improvviso mutati di rappresentazione, come volendo aprire finestre o scorci prospettici, come volendo alzare il sipario su inaspettate meraviglie.

La verità è nuda? Nuda è la pudicizia? Nuda è la forza autentica e trascinante dell’eros che contiene in sé la sua morale? Nuda è la sacralità a cui guarda la poesia? Nuda è l’origine a cui si ritorna e da cui si riparte (e certamente Courbet si riconosce nel parterre intersemiotico del testo)? Nuda è la bellezza e muta, che trascende idealmente colei che ne è attrice e in distrazione, pressoché inconsapevole, ne interpreta la parte?

Nel polisenso del testo queste divise allegoriche hanno ugualmente corso e tutte convergono nel mito (il mito della bellezza) per il quale si esprime la scrittura poetica, che ne segue le orme, che la cerca ovunque, che ne tenta le epifanie. E Bárberi Squarotti, in maniera siffatta, sembrerebbe riprendere i lasciti degli scritti suoi dannunziani di molti decenni or sono, nei quali la difesa dell’immaginifico era dovuta alla estrema preservazione della bellezza, operata dal poeta pescarese: preservazione e rivendicazione della bellezza quale valore inconciliabile con la società borghese, da essa rimosso. Quale valore perciò insistentemente, reiteratamente pronunciato, portato come un vessillo dalla scrittura letteraria.

Questo mito nelle Ancelle della regina Mab è restaurato nelle forme, raccontate infinite volte, di corpi nudi di donna, austeri e inviolabili, che dicono di una sacralità che perdura, di un sogno del sacro da non smettere. Epperò non sono taciuti, nel mentre, i segni di una desacralizzazione che incombe, del profano che si fa largo e accerchia possibili astanze mitiche, portandosi da presso di quando in quando, come un contagio, alle carni senza veli o coinvolte nel rito della svestizione delle fanciulle in fiore.

Nondimeno a soccorrerle, per antidoto e per contravveleno, è la postura teatrale del testo. Che nello spazio della finzione rintraccia e ritaglia una realtà parallela dove il mito ha casa e può trovare difesa in forza della sua lontananza, della sua sovrana extraterritorialità, della separatezza che lo intende irriducibile, della aseità del suo stesso rappresentarsi periclitante. È da teatro la conduzione delle Ancelle della regina Mab; resta fedele alla filosofia del grande stile, a cui dapprincipio è stata indirizzata la poetica dell’autore (e, solidalmente, del critico), il registro di Bárberi Squarotti.

Recensione
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