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A proposito di un vecchio nuovo libro
…. Dietro il paesaggio di Andrea Zanzotto

Passione e stupore di memorie in una inquieta geografia di registri espressivi sono queste le spine di bellezza nella poetica di Andrea Zanzotto. Il poeta veneto costruisce come allarme e speranza la parola, che fibrilla nell’epifania del negativo. Il poeta consapevolmente fa suo il passaggio epocale dell’a- lirismo della poesia del secondo Novecento. La liturgia dell’ordinario, dell’oggettivo ha distrutto l’aura della Poesia. Il fardello di luce si è sciolto nel canto disincantato di Fosfeni, si vedano questi versi di Eurosia. Vergine,vedova Eurosia | gloriosa non dei fulmini, ma della grandine, calcato spento fulgore che s’ammassa nei vicoli | Ma che è poi riciclato | che è sale del tramonto | soprassalto inimmaginabile | Così che tutto il mondo luccichi di attanti e fotoricettori grandinali… Farmaci-fotoni terapizzano | ogni oscillio per siepi e cupezze con | invisibile e visibilità degne di eoni.

Con la forza graffiante della parola in accumolo e si evince il dramma della poesia e della natura oggi insidiate, ma la violenza subita accende parole di sdegno etico e poetico altissimo, modernamente sentite, rese spesso nel crogiolo neologistico, nel delirio dell’ossimoro ed in altre anarchie di scrittura, voluta epifania del disagio della civiltà industriale, dell’ Italia contemporanea e del Nord est in particolare. Grazie ad un’amara, devastante ironia la poesia di Zanzotto evidenzia nel linguaggio parimenti devastato, il disagio civile ed estetico del presente. Il paesaggio come corpo che soffre, ricorda, stupisce è il fulcro di Dietro il paesaggio, la raccolta d’esordio del nostro che irrompe nel panorama ermetico con artigli di sofferta pensosità lirica. Tocchi di raffinata musicalità cesellano i versi della tradizione Si snoda come una struggente elegia di luoghi dell’anima e ripensati nel tempo che rovina, il paesaggio giorgionesco del nostro che riascolta il timbro del cuore nel plenilunio. E tutto lo fa assaporare con vibranti immagini e colori di suoni. Lo stato d’animo con cui il poeta lavora sul tema del paesaggio è reso da questo verso, Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio. | qui volgere le spalle. La metamorfosi del paesaggio è infatti il tema centrale nella poesia del maestro di Pieve di Soligo. il fetore accostato alla perfezione rende più acre e viva la perdita dello spirito, ne è prova il percorso che, da IX Ecloghe. arriva a La Beltà fino a Galateo in Bosco. Elegia diviene allora l’odore memoriale che gemma in versi della nostra tradizione, settenari, novenari , sovente l’endecasillabo. Là sul ponte di San Fedele | dove la sera abbonda | di freddo fieno. La splendida visione de L’acqua di Dolle pare così recuperabile solo nel lancinante dissolversi del sublime, ironicamente poi salutato in Vocativo e rivissuto come filò di memorie nel petèl vernacolare delle campagne della Marca trevigiana o in agitate partiture di sonorità nelle opere più tarde.

E il capolinea stilistico si raggiunge in L’aria di Dolle, in Conglomerati. Nell’ irreale toponimo di Dolle si riassume, infatti, la parabola del linguaggio e del paesaggio, unghiato di malessere, individuato da torbidi semantici che fanno da specchio ad una scrittura dell’animo nella storia di una neve sfatta al bagliore della macchina del tempo. La violenza della storia è infatti un punto centrale della poetica di Zanzotto Ma resta una cartolina inviata dagli dei questa sua poesia, lucida forza che innerva continuamente nell’atemporalità del paesaggio il soffio del ricordo giocato sullo spaesamento della parola. Poesia complessa è abile sorpresa di sgomento. Nasce in questa testimonianza d’inquietudine il farsi della scrittura di Zanzotto divisa tra ethos e pathos, ferita aperta di pensiero e versificazione sperimentale, per tornare a stupirsi di arcaici silenzi e suoni di margine, di esse vive tutta la raccolta di Dietro il paesaggio. Esemplari queste strofe. La verde sera al suo specchio s’adorna, | ha grandi insegne ormai la città. | Cieli di giardino | sorgete ancora dai vostri spazi | quella ch’era bambina e sorella | dalla sua casa | comprende e vede | l’antico gelo dei monti | si stringe al petto il cuore | esile come rosa.

Dietro, il paesaggio vive in nuce di delicati squarci dell’anima che nota, alla distanza, indizi e luna, come metafore di un vorticoso labirinto: lo divengono già in Vocativo, Le quartine del pioppo e poi a seguire altre poesie, raccolte progressivamente in cui prevale un ludo di parole difficile senhal di un feroce inverno che spina coltellate di carità e di bellezza, l’ombra di sublime consentito dal tempo presente.

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