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Dagli stracci sbocciarono gemme e ghirlande.
Parola e storia nella poesia di Tudor Arghezi

Vaso di sogno e di terra / egli ti ha dato voce. Io ti darò parola. Basterebbe questa densa, epigrafica chiusa di Dacica, per cogliere, nella poetica di Tudor Arghezi (1880-1967),tutta l’urgenza psicolinguistica di dire, come cantico dell’uomo, la slabbrata meraviglia di una parola poetica, capace di sentire la sua terra di Romania, come fuoco etico ed insieme melodia di sangue e di grano. Il poeta ci restituisce così il dono di un canto atavico di rara intensità espressiva. Archeologia di parola è allora il nodo di un ricordo, che si fa tamburo di libertà e di impegno, nell’entusiasmo e nello sprezzo del pericolo, contro ideologie totalitarie di vario colore, che la vita del poeta ha conosciuto. E così quella tenebra di parola, densa di simboli ed analogie, cara alla stagione storica dell’ermetismo, trova nella voce di Arghezi un originale interprete, proprio nell’accordo di parola nella storia e nell’intenso.. vangelo dei sentimenti. Tutta la sua poesia fa vibrare la parola di fuoco e quella formata ad arte, come ha reso, con efficacia lirica, la poetica traduzione dei suoi versi, da parte di Salvatore Quasimodo per lo Specchio di Mondadori nel 1966. La sua versione, come già per quella dei Lirici greci, suscitò accese polemiche traduttive ideologiche e filologiche, ad opera principalmente di Popescu e, in Italia, di Rosa Del Conte, come ben documentano le note critiche del curatore Marco Dotti nell’edizione, per i tipi di Stampa alternativa,  prefata da Claudio Lolli, che risale, è bene ricordarlo, al 2004, ma è oggi l’unica ristampa in italiano dei testi del grande poeta rumeno. E ad essa rimandiamo per i dettagli e le citazioni. In uno dei suoi testi capitali, Testamento, il nesso parola – storia si fa epico. Alla mia morte ti lascerò i miei averi: / non altro che un nome, chiuso in un libro /. Nelle tenebre in rivolta /, che dai miei avi arrivano fino a te /, i miei padri strisciarono come animali / lungo dirupi e precipizi /, che ora aspettano te, mio giovane figlio /. Il mio libro è un gradino per risalirli.

E più avanti, in Archeologia, vi è quel suggello di una visione dell’antichità, dell’etnostoria, che si fa dichiarazione di poetica, come certe danze di Bela Bartok. La mia anima si ricorda ancora, / ora e di continuo, del passato. Di un passato che non conosco / le cui osa sacre / posano in me. Io non le sento /, come la terra ciò che pesa in lei /. In essa dormono statue vicino a statue / e bare strette l’una all’ altra … E poco oltre altri versi fortissimi, nella loro densità evocativa- educativa, memoria di mille stermini. Il silenzio ha perduto le voci / che un tempo lo facevano vibrare. Ermetismo d’impegno, dunque e non tenebra di parola fine a se stessa, ma per cantare non un’accesa solitudine di pianto, ma un gesto- ginestra di parola ,che si fa provocazione corale nel poeta di Erbe inutili sentiamo sempre il canto di quel vaso d’argilla, con cui abbiamo aperto le nostre riflessioni su questo grande, vero poeta, nel cui cielo di versi , varco d’eternità, traduce Quasimodo, erompe la vita zingara di Baragan, la tua natura viene dalla terra, ed il Fidanzamento non può essere se non che con la sua patria, vuoi essere tu la mia terra, cui s’affida nell’erotico maternale d’amore dei versi suoi più appassionati, ad esempio quelli dedicati a Rada. Si è scoperta nella danza / la sua peonia nera di verginità /. Ho visto aprirsi e chiudersi lo scrigno / di un gioiello di sangue /. Vi premerei contro la bocca. Un celeste tormento pare abitare sempre dunque la visione storica, ma anche sacra e vitale d’amore che la parola d’ombra e di terra germina nella poesia del nostro, che disse di sé ciò che conosco viene dalla terra /. Spargo lettere minuscole / con dentro il seme e le mormorano / e leggono i grilli anagnosti nel solco /.. e ribadisce con enfasi ed orgoglio contadino Ho per scuola il campo, per maestro il bosco / e con la scure firmo l’amicizia. Abbiamo così attraversato i principali strati della scrittura poetica di Tudor Arghezi, sonori di storia nella stanza d’ombra della sua parola che brilla in Fiori di muffa, il fiume di carri e di stalloni, dal largo orizzonte. Sempre la musica della terra, storia in cammino d’esuli, come lui.

* Tudor Arghezi - Salvatore Quasimodo, Poesie, Stampa alternativa, Viterbo, 2004.

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