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Il fiore dell’alba.
Iconografia e natura nella poesia di don Santino Spartà

Stazioni di un camminare verso la Divina Presenza, avvertita sempre come indubitabile sorgente di ogni stupore, i versi di don Santino Spartà mirano a certificare l’epifania della Divina Presenza nella molteplice creaturalità naturale. Splende nell’attesa l’acuto poetico del Nostro.

Ai cigni abbiamo ormai gettato/ ritagli di malinconia,/ candide vertigini/ di enigmi non tenteranno le fatiche dell’andare, / mentre essenziali/ ci avviciniamo verso di Te.

Hai promesso, Signore, di farti presto raggiungere, / quando non lo sappiamo/ forse in quel mattino/ scortato da mongolfiere?/ Questa è la nostra sola speranza.

In questo processo di autenticazione ontologica per faciem naturae è possibile trovare echi del pensiero filosofico cristiano, patristico e medievale, che, specie nella scuola di Chartres, hanno alimentato suggestioni di poesia densa di forza. Lo provano tra gli altri, i versi, folti di richiami vittorini e cistercensi, della poesia Non scenderà più alba…

E’ tornata pace fiorita/ nell’orto degli ulivi /con nevicate di petali /e fulmini di ali,/ma nel mio getsemani ancora nessuna violenza di letizia, intenso l’ossimoro in chiusa di verso. Si delinea, su echi salmistici, l’iconografia del canto di esclusione.

Forse per me non scenderà/ più alba con raffiche di fiaba,/ e la cetra di David/ sarà polvere di roccia infranta/ al mio attendere. Ancora l’attendere, colto in modo contrastivo, in dense immagini di natura, in un’erranza carica di simboli, visivamente risolti nel paesaggio. Ancora storia in ogni respiro/ ed unica gioia/ aver sconfitto il vento/ che non sa più leggere nelle mani lisce. / Oltre quella siepe / gronda luce / mitezza di giorno/ mentre io ho nascosto il cuore in bacche selvagge/ per non farlo più soffrire. In piena linea cistercense poi la conclusione esistenziale Sarà ancora dura/fatica il vivere? Solo se il tuo bacio / Signore/ verrà a mordere/ le mie labbra nude.

Poesia del continuo cercare, che si vivifica sempre nella natura- immagine di una divina presenza cristica, verranno gli acini ad essere di nuovo salmi di speranza, o l’intensa figura, di sapore paleocristiano, del diario che avrà per diacono/ il sapore agro di una melagrana. E naturalmente torna spesso l’immagine analogica del pane,del grano, della corolla di fiori come simboli di un mistero che riluce nelle cose, come nella memoria infantile e poi adulta, appunto di un camminare, di un varcare, soglia dopo soglia, porte di frasche, immagini di frutta, richiami alla vita come itinerarium ad Deum, intrisi di quella dottrina figurale che il Grabar definiva iconograficamente l’evangelario di luce del primo cristianesimo. Simboli volti a certificare il battito di luce di un’esperienza di conoscenza che il dubbio terge nello stupore trasognato del miracolo di poter scrivere, nel giorno del tuo compleanno /Divina Presenza/ti ho inviato un biglietto/ ricavato dal petalo di un giglio.

S’è già detto, ma va ribadito, quanto nella rarefazione il nostro raggiunga gli esiti poetici più autentici, costruiti sull’emozione del cuore, che è sì nomade in un universo, ma di cui ha carte di fede assoluta per non smarrirsi. Raccolta dopo raccolta il florilegio delle immagini cresce, a volte pare disperdersi, ma l’ansia del cercare s’adagia sul mistero della parola frutto di vita. Sempre. Cantico di due dita di brina, nel prato la gioia più grande, l’impero del vento, potremmo dire francescanamente del sentire la natura di chi, attingendo al prezioso tappeto di simboli del cristianesimo ponte tra natura e spirito d’amore e di grazia, riverbera nei suoi versi il silenzio di una luce che conforta nella sera, perché nell’inquietudine è consolazione lo stupore del fiore dell’alba. Un intenso cercare che vuole essere speranza, ostia di luce, natura viva che si mescola a impressioni e ricordi d’infanzia, ad esempio, in versi come in Pesco. Pesco della mia prima età/ se fino a ieri siamo stati/ segni aridi nel tempo,/ oggi profumiamo d’innocenza. Per questo rinnovarci/ tu e io/ non ci stanchiamo di vivere. Il tema di una natura poeticamente avvertita e ontologicamente resa,come specchio di una natura naturans, risuona forte in questa antologia, problematizzandola. C’è, sovente, nella preghiera lirica del nostro una sete di divino che sconcerta forse oggi nella brughiera del sospetto materialistico ed edonistico. L’ansia di una ventosa leggerezza di piante e paesaggi, invece caratterizza molte liriche delle diverse raccolte che hanno scandito negli anni la poetica di Spartà, poeta della natura e dei suoi simboli. Alcune liriche possono leggersi come ponte tra due misteri; come in molte sculture tardo antiche il valore del simbolo trascolora dal decorativismo pagano all’annuncio di un evangelo di rinascita, proprio attraverso il repertorio della natura colta nel suo ciclico rigenerarsi, così pare esemplare l’intensa lirica Vorrei essere.

Io vorrei essere/ il tuo petalo,/ o mistero/ che mi stai addosso/ e desidererei tanto/ che tu fossi/ la mia corolla,/ giacchè tutti e due/ siamo profumo dello stesso fiore.

L’esperienza tremenda e meravigliosa della pianta-anima di Spartà, del suo dire lirico, non può non essere considerata anche alla luce anche del suo essere meridionale, del suo il profondo ispirarsi a certe suggestioni di paesaggi dell’anima in cui la fede si fa squarcio di ricordo. Dio, Verso incompiuto sulla terra, si fa, nell’attesa, luce del sud, aspra di fiumare riarse e dolce di mandorle e arance, forza messianica di riscatto,

.. .. tu sei nato nel Sud. / in questa terra sei cresciuto/ con gli altri ragazzi/che nudi vanno a bagnarsi nel fiume/ senza perdere / pudore e innocenza. Non so se anche tu hai rubato/ mandorle e arance per poterti a stento sfamare/ e hai dormito/ sul tavolato la notte/sognando pane bianco/ e caldo di affetto/ hai imparato a soffrire con il contadino/.. Rassegnato gridi ogni giorno/ la miseria al ficodindia.

In questi versi, tratti dalla splendida poesia Signore, sei nato al Sud, l’evocazione memoriale offre intensi colori, umanizza l’attesa, esplica nel sudore e nel sole il mistero. Un empito d’amore che è foriero di una metanoia dell’anima. Inquieta ed assetata la vena del poeta accosta dunque sempre la natura, trovando nello stupore il fiore dell’alba, l’onda di speranza di un sentire più alto e profondo, intessuto di una ricca tradizione cristiana visivamente resa, silloge dopo silloge, in un perenne cercare il conforto di un nodo di luce.

E in questo senso, tipicamente iconografico, l’occhio del poeta scruta il mare con la sua valenza di simboli, la sua forza, tra scogli e inganni, verso scali più sicuri.

Note

S. Spartà, Continuo a cercarti. Poesie 1969-1996, Sei, Torino, 1996

A. Grabar, Le vie dell’iconografia cristiana. Antichità e Medioevo, Jaca Book, Milano, 2011

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