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Il ragazzo luminoso

Come un richiamo potente l’imperativo inconscio ha spinto Margherita Cucco a farsi scrivana d’un vulcano sommerso, a porsi come voce esterna ma attentissima al disagio di una vittima da successo, quale è stata la storia tragica e vera di Tim Bergling (1989-2018), in arte Avicii. Lo sguardo conturbante e magnetico del notissimo, ma a lei totalmente ignoto d.j. delle nuove sonorità giovanili (“musica elettronica, dance, house e così via”), l’ha indotta, come rapita a tuffarsi nell’orbita sonora ed esistenziale di un dannato d’ombra-luce.

Gli ultimi anni della breve, tumultuosa vita di Tim, vengono qui rievocati, romanzati in una prosa agile e asciutta, frutto di una profonda capacità di analisi e osservazione, che la guidano a sentire quasi la voce del suo protagonista, Orfeo scandinavo, la sua richiesta d’aiuto. Così il suo appello diviene flusso narrativo ed eco di coscienza; solo dopo, matura scrittura.

Il panico ha angustiato sempre Avicii, che vediamo anche nelle foto come estraniato da quel mare di note, da quel vortice cannibalico di fans quasi indemoniati, ma anche estatici, fermi dentro e sotto una cascata di luci e di accordi, a vestire testi densi di tristezze, malinconie esistenziali, voglia d’amore e di purezza.

Non era altrettanto pura la sua vita standard, e specialmente la macchina da business costruita intorno al suo talento e successo crescente: circondato com’egli era da agenti senza scrupoli, profittatori della sua infanzia rubata, mediaticamente abusata da questi artificiosi organizzatori: di eventi, concerti, megashow, insomma magie notturne quanto fatue come di un’immensa scatola sonora. Una vita in costante fuga e accelerazione, la sua alienazione in progress, supportata da eccitanti, psico-farmaci, che prima gli hanno colonizzato, minato il cervello, e poi devastato molti organi interni: il fegato, il pancreas (costringendolo a togliere d’urgenza l’appendice, la cistifellea etc.). Fotografato come sempre è davanti a queste luci o potentissime eclissi sonore, ci ha spesso ricordato il famoso Urlo di Munch, col protagonista che si tappa le orecchie per non sentire, soffrire il suo stesso dolore… In Avicii le mani sono le cuffie, gli auricolari, a stoppare la cascata liberata e fluente dei rumori, e consentirgli viceversa di programmare il golfo mistico e onirico delle proprie emozioni, implose tra musica e poesia, irradiazione ritmata e una danza tanto moderna quanto ancora tribale, archetipica, perturbata…

Un Avicii sacerdote dark della globalizzazione invasiva e ossessiva, anche verso e dentro il mondo dei suoi stessi coetanei, i millennials di oggi, connessi in pari misura con gioia e malessere, presenza ostinata e seducenti utopie… Un vate dell’elettronica idolatrato ovunque, ma in realtà rimasto solo, senza più radici, quelle care e sane della famiglia e degli amici di sempre. Un disperso nello spazio insieme metafisico e kafkiano del nostro tempo, globalizzato e malato d’indifferenza.

Copyright 2019 © Paolo Carlucci

Recensione
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