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Transiti di luce. Radure di memoria.
Un viatico di poetica di Emerico Giachery

Come un viandante d’inverno, sorpreso dal barlume della poesia, avverte segreto, nella radura del vivere, l’enigma della parola che si fa verbo delle cose… così Emerico Giachery, nel solco di un sentiero interrotto di stupore, riflette musicalmente sull’Ur-laud della Poesia, intesa principalmente come ritmo del sublime, limpida consapevolezza del bene della bellezza. Attingendo al proprio bosco di letture e ad una lunga stagione di fertili interpretazioni di poeti italiani e stranieri, l’autore si sofferma sull’importanza fondante dell’estetica, come rivelazione-disvelamento di un sublime, attraverso la simbolica del linguaggio. La vocazione alla poesia è naturalisticamente indagata nei suoi aspetti filosofici e psicologici. Specie nella prima parte, si passa agilmente tra autori di età diverse, volti a mostrare la centralità di quella eredità d’affetti, il ciò che resta, inteso come luce che transita nella temperie della storia del pensiero. Ritornano tra le righe citazioni e rimandi a Hölderlin, Hillman, ma anche a Schelling e a Croce.

La cultura è sempre offerta come esperienza di un percorso di vita. Nei fitti riferimenti ai poeti del Romanticismo tedesco, sentiamo la forza della lezione filosofica che da Vico approda ad Humboldt, in cui la musica della natura intuitiva prevale sul gelido sole della ragione, cartesianamente intesa. E questo presupposto ermeneutico regge e governa il viaggio poetico e di critica ex corde, dopo anni di accademia, dell’autore. La nostalgia della luce di una vita intensa è colta nel suo fluire di sguardi e ricordi, chiari spesso della musica della tenerezza e della cortesia di una visione del mondo che sente la letteratura come amicizia.

Il libro La vita e lo sguardo non è solo dunque la riproposta, in una nuova veste editoriale, per i tipi della Fermenti, ampliata da chiose e aggiornamenti di letture, di Abitare poeticamente la terra, ma un viatico di poesia inteso come Waldweben di sensazioni volte ad esprimere nodi di luce e di pensiero di Natura e Vita. Ungaretti, poeta molto studiato ed amato da Giachery, ha ampio spazio come simbolo di chi ha individuato il nodo dialettico tra peso e leggerezza e lo ha risolto in canto. Si vedano i versi di PratoLa terra si è velata / di tenera leggerezza” o la suggestione lirica di immagini come quella famosa della poesia Pesoquel contadino / si affida alla medaglia / di Sant’Antonio / e va leggero”.

Tra i Maestri, oltre ad Ungaretti, é presente anche Montale. Se del primo si coglie la forza del canto e l’epica del ricordo, del poeta ligure si avverte la necessità di un fruttuoso studio anche del Diario postumo, che tra le carte ultime, riflette il fulgore di un’intelligenza in cui la tensione lirica, scivolata sempre più nel prosastico tono di Satura, ha piena ancora la durezza lucente del disincanto. A questi orti, oggetto di studi appassionati, seguono paesaggi di mare, colti nella poesia ungarettiana, ma anche nella pittura impressionista di cui si amano le sfumature, le sinestesie cromatiche, si pensi a quanto si osserva a proposito di Bonnard. e delle sue marine autunnali, L’arte e la letteratura si incastonano sempre in quadri di luce domestica, in immagini e nostalgie di affetti presenti, la moglie Noemi e, lontani, i genitori. Case, ville, musei, divengono parti, movimenti di una sinfonia orchestrata dall’anima che vive trasognata come don Chisciotte e fa risentire al lettore il Lied dei paesaggi abitati poeticamente con lo sguardo, l’Europa alpina, con i suoi ghiacciai, i suoi laghi, i suoi fiumi, luoghi dello spirito, fonte d’ispirazione di leggende e musiche immortali, La sinfonia Renana di Schumann potrebbe ben essere lo sfondo sonoro di numerose pagine viandanti nei paesi dell’anima, che hanno ritemprato e ispirato via, via stagioni del vivere, anche familiare, si pensi al bellissimo intermezzo memoriale romano de il Giardino pubblico in cui si rievocano luci lontane, gli anni d’infanzia, le passeggiate a Villa Fiorelli…

Tutto, nel libro, si dipana risolvendosi nel segno della leggerezza e della luce che si fa ricordo e speranza spirituale, apertura all’infinito (si pensi al capitolo sugli Angeli). Numerosi sono anche i richiami alla primavera dello spirito che gemma nell’arte di Giotto e dell’Angelico, come nei poeti del passato, da Dante a D’Annunzio, ma anche a Pascoli e Ungaretti, ad Heine e Baudelaire e ad altri autori dell’inoltrato Novecento. In questa galleria spiccano intensi i ricordi di Albino Pierro e di Italo Chiusano. In un clima onirico si ricordano del poeta e germanista specialmente le Preghiere selvatiche da cui emerge intensa e quasi francescana una visione religiosa che ha in sé un’etica profonda, nel quadro di una dichiarata ortodossia. Di Pierro, che viveva in modo tolemaico intorno al sole della lingua della sua terra, Tursi, si può ben dire che la sua più autentica religione fosse la Poesia. Del grande lirico si rievocano versi appassionati; splendidi, nella sua produzione, i versi d’amore, di respiro europeo. E all’Europa si torna nell’ultima parte, con la scoperta della montagna, ancora si intessono note musicali,Wagner, Strauss, Bach e i colori dei luoghi della Svizzera specialmente, con immagini autobiografiche e letterarie fertilmente intrecciate.

Un’opera ricca oltremodo di stimoli che del ricordo fa orizzonte di luce, in un orizzonte critico che spesso si ritira dinnanzi alla fatica della meraviglia di seguire con lo sguardo l’ala della poesia, inanellata alla vita, coltivando con arte le variazioni di luce che la grammatica dell’anima sprigiona. E’questa, in sintesi, la “modesta proposta” di Emerico Giachery, attento e tenace cultore dell’infinita emozione del verso.

Recensione
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