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Il riso pe(n)sante. Riflessioni sulle Sciamanicomiche

In primo luogo verificai che trattavasi di sebo e non gelatina. Gaetano Pollastri, dunque, non plasmava innanzi allo specchio la sua chioma untuosa e acuminata;contrariamente ai discepoli, inclini – mi risulta – a impregnarsi molto per ottenere effetti lungamente inferiori”. Questo l’attacco, sensista e giocoso, de Le Sciamanicomiche, poderosa e singolare cantata, in prosa e versi, sui vapori e i miasmi di una modernità, per lo più intesa come macerie di voci in carnevalesco contrappunto. Serpeggia, in questo labirinto narrativo, il profumo antico, orale e sciamanico della poesia e appunto nell’antinomia tra odore della vita e fetore di una luce posticcia ed ingannevole, si individua la maggior forza del libro, denso di simboli e di messaggi validi anche per approdi letterari contemporanei.

Questa copula poetica di oralità e scrittura sembra dominare lo sforzo profondo dell’ autore, Paolo Borzi, giullare pensoso e borderline del gran circo editoriale. Egli emerge come abilissimo affabulatore e regista di piani narrativi, la cui complessità risolve come etno-narratore di una coralità colta sulla faglia di una franata temporalità sopraffatta da una globalità frenetica .

Prova ne sia il terremoto che sconvolge la vita del paese di Pedrasco: si sgretolano cose, affetti, ma soprattutto il modo di vedere e di sentire naturalisticamente le dissonanze del reale inteso come vita autentica, fatta di radici, di corpo. Una narrazione policentrica fa emergere una complessa rete di simboli.

Campeggia in particolare un cantastorie bizzarro, Gaetano Pollastri, che del ricordo fa strumento e valido stimolo per un presente futuribile ad approdi di vitalità e ricchezza spirituale per un gruppo di giovani punk.

Come il nicciano Zarathustra, offre loro coriandoli di poesia-racconto e frammenti di luce simbolica, potente chiave pensante ed aperta. Ecco allora comprendersi la singolare pedagogia di un ottuagenario cantore da cortile e narratore verso i giovani e in particolare la educazione di potenziale salvezza dello studente Igo(r) Porcu. Il magistero di Pollastri si fa voce enciclopedica, esperienziale di vita. Rivive in chiave moderna e sperimentale il topos di una docta ignorantia e di un sapere per immagini di sapore cabalistico, che ha una lunga tradizione. Rivivono infatti nella memoria dell’autore tracce di una lunghissima tradizione filosofica e narrativa, di ascendenza medievale e rinascimentale, giocosa e didattica, fondamentale, ma che nella nostra lette ratura da sempre vive ai margini, pur trovando nel filone comico realista esempi illustri a partire da Dante, naturalmente, apax inimitabile, per arrivare a Pulci e a Bruno, voci eretiche nel canone metafisico della parola letteraria diadema solitario di perfezione sine maculis. Tragedia di lunga durata anche nell’inoltrato Novecento, basti pensare al sospetto per opere come quelle di Pasolini e D’Arrigo.

Diversamente in Europa, Erasmo e Rabelais , i cicli picareschi e l’opera capitale del barocco tedesco, l’epopea tragica dei quotidiani disastri della guerra, rievocata nella saga dell’avventuroso Simplicissimus di Grimmelhausen, hanno aperto importanti vie di realtà ad una letteratura ricca di umori e di corporeità. E di tale corporeità nel romanzo sono espressione le donne, Annalisa e Francesca, cantastorie, fattucchiere prostitute, portatrici di ancestrali simboli di fertilità. Sono esempi di luce naturale, sebo di vita ancora una volta contrapposto alla gelatina della rovinosa modernità.

Macrosequenze narrative, variamente intrecciate in un turbinio di eventi e personaggi, presentano attraverso una sinfonia di voci narranti amori e conflitti di una miriade di personaggi. Il riso e il sangue antropologicamente intesi sono colti come fasi di iniziazione in una civiltà preindustriale, contadina, meridionale, irrimediabilmente desolata e schiacciata dall’iper dinamica, ma avvilente modernità industriale, avanzata regressione verso una luce falsa, non solo in quanto ha reciso il proprio spazio ctonio e ora come in una tragedia greca splende la steppa del silenzio del sacro, ma è precipitata in una cecità di simboli inconoscibili, un sabba che impedisce la ricerca vera e sofferta, la possibilità di un Approdo ascensionale.

Un cielo oscurato dal bagliore del canto di sirene di pietra, paradisi che aprono inferni, come certe sculture medievali che ornano capitelli e timpani delle cattedrali. Deliciae diaboli diceva di esse Bernardo nell’ Epistula ad Guillelmum, esaltando per contro i nudi racemi del gotico cistercense. Un Belvedere davvero, rovesciabile nel suo opposto, il borgo antagonista di Pedrasco,sembra allora il mondo. L’approdo squisitamente culturale, lo spazio del sacro cui l’autore tende è l’esaltazione della potenza antropologicoculturale del riso, colto nella sua veste sciamanica, carnevalesca, come afferma Bachtin. Il ribaltamento di categorie alto-basso e il sovvertimento dei comportamenti schiuma del nostro presente, dominano il romanzo che pure cerca una catarsi problematica attraverso un fitto percorso teosofico magistralmente costruito con riferimenti alla sfera del sacro di cui resta però, laicamente, ai margini.

Recensione
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