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L'occhio di Polifemo

C.L.S.

Di Angelo Australi ho avuto il piacere di curare per Pianeta Poesia la presentazione del romanzo L’usignolo di provincia (Mauro Pagliai editore 2010) nel marzo 2011 a Firenze alla Biblioteca delle Oblate.

Quel lavoro richiamava nel titolo la raccolta poetica di Pier Paolo Pasolini L’usignolo della Chiesa Cattolica in cui l’autore esternava delusione per una società falsa e vuota di coscienza morale. Quella degli anni ’50-’60, gli stessi del romanzo di Australi che percorre un brano di vita del ragazzino Spartaco deluso dal comportamento degli adulti di casa…

Nel 2012 ho avuto l’occasione offertami dall’autore di leggere Vittoria e altre storie di volo il cui primo lungo racconto delinea con sensibile maestria i contorni dell’animo femminile, restituendoci con credibilità i moti più genuini d’una donna solo all’apparenza comune.

I successivi due racconti brevi porti al lettore con penna asciutta e intrisa di poesia confermano lo stile misurato e sobrio dell’autore.

Stile che, ne L’occhio di Polifemo recentemente pubblicato, trova ulteriore, gradita conferma.

Lo sottolinea bene nella prefazione, Luca Lenzini che così definisce l’autore : Appartato e parco nella scrittura, ancorato a un suo universo circoscritto, lontano dalle mode e fedele ai propri temi, ha messo a punto un suo “calibro” attraverso il quale passa soltanto quel che è necessario - che è poi la condizione di ogni riuscita. In questo, egli eredita da una tradizione che si pensava smarrita o sommersa nella palude mediatica, avvilita e tradita negli stereotipi della “società dello spettacolo”: una tradizione non solo italiana, novecentesca ed a sua volta radicata in un terreno nobile ed esigente. Riaffiora in queste pagine, come un fiume carsico, senza darlo troppo a vedere, ma non senza evocare maestri di lungo corso. (pp.5/6)

L’occhio di Polifemo ha lo stesso protagonista del romanzo citato all’inizio di questa nota. Spartaco, il ragazzino amante dei voli ( in bicicletta) e di quelli dentro a sogni e fantasticherie, è lo stesso. Ma cresciuto, alle prese con il lavoro in fabbrica, verso il quale si avvia in ore mattutine assonnate a causa delle incessanti letture serali e notturne avidamente consumate anche nelle pause dell’attività lavorativa… Solo Irene sorride alle sue entrate in ritardo e solo a lei Spartaco confida la quiete che gli infonde la musica, anche quella più scatenata, e la necessità di cantare a voce alta durante il lavoro per lenirne la difficoltà di approccio e dimenticare la ripetitività dei gesti che comporta…

Tutta la scena del racconto si sviluppa dentro ad un ristorante frequentato durante una cena aziendale offerta dal principale.

Tra i fondali dell’allestimento scenico passano personaggi, situazioni, bevute e battute che una macchia di vino dilata fino a toccare sogni e memorie evocate con un’asciutta tensione lirica capace di ridisegnare i volti e le circostanze consuete, per tratteggiarne l’intima verità.

Quella non solo del vino.

Quella cioè che muta la luce dei lampioni, del cielo stellato e dei fari delle auto in un incantesimo.

E se nelle ultime righe dello scritto la magia sembra terminare, non finisce per fortuna mai nelle risorse di sogno e poesia con le quali l’autore Angelo Australi riesce a tessere ogni volta la sua e le sue storie.

Campi Bisenzio, agosto 2014

Recensione
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